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Il Congresso Usa sembra pronto a compiere il fatidico passo: ritirare l’A-10 Thunderbolt, “facocero volante” caro alle truppe di terra fin dai tempi della prima Guerra del Golfo. Uno degli aerei da guerra più longevi della storia dell’Us Air Force dopo il B-52. Dicendo addio a quella vecchia cellula affidabile, dal design singolare quanto apparentemente obsoleta, tanto dura a morire che ha portato più di un ingegnere aeronautico a tirar fuori la storiella del calabrone, riferendosi agli A-10 come a chi: “non può volare, non lo sa, eppure vola lo stesso”. Facendo anche strage di avversari a differenza delle piattaforme più recenti, diremmo noi.

Su Defanse News, autorevole testata di approfondimento, hanno scritto a chiare lettere che si tratta della “scelta giusta“, dal momento che “l’A-10 non è più adatto alle esigenze geostrategiche degli Stati Uniti”. Eppure, senza nulla togliere ad analisti ed esperti, c’è chi da tempo ostracizza questa decisione tout-court che mira a sbarazzarsi di questo venerabile aereo da attacco al suolo, bimotore monoposto con patibolare ala rettilinea entrato in servizio nel lontano 1977 che sfoggia le altrettanto vecchie nose-art a bocca di squalo tipiche dei vecchi caccia-carri P-40 Wharwack.

Sviluppato per fornire supporto aereo ravvicinato alle truppe di terra come “tank killer” – oggi in stretta collaborazione con le unità Jtac – Joint Terminal Attack Controller, addetti ad individuare ed “illuminare” bersagli a terra in attesa dell’arrivo della cavalleria dell’aria che li bersaglierà con bombe a guida laser o con raffiche che del famigerato suo cannone Gatling – l’A-10 è stato reputato “un efficace contrappeso alla minaccia dei carri armati sovietici”, dimostrandosi particolarmente utile nella Guerra del Golfo, dove effettuò ben 8.100 sortite distruggendo più di mille carri armati iracheni, per poi essere “richiamato” in servizio attivo e continuato per supportare fanteria convenzionale e unità d’élite nella lunghissima lotta al terrorismo combattuta in Afghanistan e ancora un volta in Iraq.

Un lungo e complicato addio

In accordo con uno studio rilasciato già nel 2016 dal Government Accountability Office, quando l’Aeronautica degli Stati Uniti annunciò per la prima volta di voler ritirare dal servizio la sua flotta di A-10, i vertici preposti alla “rottamazione” di vecchie piattaforme come questa hanno sempre saputo che sarebbe arrivato il giorno giusto pr mandare in pensione il Warthog; ma non hanno mai fatto bene i conti con l’impatto della dismissione, con il rischio di una decisione definitiva – che sembra essere arrivata – e con il vuoto di capacità che sarebbe rimasta nella forza aerea americana.

Tuttavia ora che le operazioni militari in Medio Oriente sono terminate, e i nuovi avversari teorici sono tutti dotati di armi con capacità analoghe a quelle di una potenza moderna come gli Stai Uniti, una piattaforma per il supporto aereo ravvicinato da impiegare contro carri armati e postazioni difensive avanzate non può trovare la stessa fortuna ed efficacia trovata con i terroristi islamici, privi di aviazione e dotati di vecchi sistemi antiaerei come mitragliatrici mutante su suv e più raramente lancia-missili spalleggiabili.

Tra le righe, come sempre, si trova la preparazione nel contrasto di potenza come la Federazione russa (sebbene già sondata dal conflitto ucraino nelle sue teoriche capacità sul campo di una guerra convenzionale, ndr) e la Repubblica popolare cinese nel futuro conflitto che potrebbe emergere dalla divisione tripolare del mondo.

“Dobbiamo fare il miglior uso possibile del nostro limitato spazio nell’hangar e dei dollari di approvvigionamento. Per fare ciò, dobbiamo ritirare l’A-10” spiegano gli alti dirigenti militari a Washington. Con l’idea di concedere nuovo spazio a piattaforme di nuova generazione come l’F-35 Lightning II – che non ha sicuramente la corazzatura dell’A-10 ma capacità furtive e prestazioni sicuramente incomparabili – e fondi per “lo sviluppo e la costruzione di missili e sistemi di difesa antimissile di nuova generazione”. Armi preziose ed efficaci, si ritiene, per gli scenari futuri che guardano con molta attenzione alla regione dell’Indo-pacifico, dove le tensioni che riguardano Taiwan, il Mar Cinese Meridionale e la Penisola Coreana minacciano l’avvento di conflitti ed escalation.

Manutentori del 23rd Air Expeditionary Wing eseguono un’ispezione post volo su un A-10 Thunderbolt II durante l’operazione Forward Tiger presso la Muniz Air National Guard Base, a Porto Rico, il 16 febbraio 2023. (Foto dell’aeronautica militare statunitense del sergente tecnico Jessica H. Smith-McMahan)

In forza agli Alleati

Secondo alcuni vertici del Pentagono, il Warthog può ancora “fare bene” se ceduto alle forze aeree di alleati e partner che hanno bisogno e possono trovare l’impiego ideale di un valido velivolo per il supporto aereo ravvicinato. L’esempio “più ovvio”, scrivono su DefenseNews, sarebbe l’Ucraina, che si prepara a lanciare una controffensiva, e dovrò vedersela con i carri armati dell’epoca sovietica della famiglia T-70 e postazioni trincerate improvvisate, non dissimili da quelle dei talebani. Non sarebbe un caso allora il coinvolgimento di un elevato numero di A-10 nell’esercitazione Air Defender 2023 che è in corso in Germania.

Durante l’ultimo vertice del G7, il presidente americano Joe Biden ha confermato l’apertura nei confronti delle forze aeree ucraine che verranno addestrate all’uso dei caccia multirolo F-16 Fighting Falcons, campionato un passo fondamentale verso Kiev. A questi caccia, che si affiancherebbero alla flotta composta da un numero ormai imprecisato di MiG-29 e Sukhoi Su-27, potrebbe seguire quindi la cessione degli A-10, sebbene i tempi potrebbero essere lunghi, per affiancargli ai vecchi Su-25 Frogfoot: omologhi di cui si è fatta strage dall’inizio del conflitto.

Gli stessi vertici dell’intelligence ucraina avrebbero esternato la loro preferenza per vettori come gli A-10, da impiegare contro bersagli che sono schierati in campo dai russi e rappresentano ancora un grande problema sul fronte. Velivoli che possono decollare in piste più corte e trasportare bombe e proiettili dove serve, a differenza degli F-16 richiedono piste più lunghe e non trovano – evidentemente – gli stessi avversari nell’aria come all’inizio del conflitto.

Altri potenziali beneficiari del programma di trasferimento A-10 sarebbero i Paesi africani della fascia del Sahel ancora impegnati a combattere i guerriglieri dell’Isis e di Boko Haram, presto senza i partner occidentali, alcuni paesi latinoamericani dove sono in atto guerre contro i cartelli della droga e le fazioni paramilitari ribelli. Sostituendo velivoli come l’A-29 Super Tucano – in passato ritenuto un possibile sostituito dell’A-10 nel teatro del Medio Oriente – impiegato ad esempio nelle operazioni antiterrorismo in Africa e Colombia.

Questa modalità di dismissione non è nuova per il Pentagono che fin dal primissimo dopoguerra è solito aiutare alleati e partner fornendo le sue armi più valide, per quanto superate, liberando i propri arsenali per fare spazio a nuovi programmi che gli garantiscono allo stesso tempo supremazia tecnologica e alleati meglio difesi al proprio seguito. Per non guardare il lato prettamente economico.

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