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Il comandante in capo della US Space Force, il generale Chance Saltzman, parlando dell’architettura di difesa missilistica “Golden Dome” statunitense lanciata a gennaio dalla presidenza Trump, ha ribadito decisamente che gli Stati Uniti vogliono mettere in orbita intercettori missilistici.

“Non è solo che vogliamo intercettori spaziali, li vogliamo nella boost phase (la fase di spinta iniziale n.d.r.)” ha affermato Saltzman, aggiungendo che “vogliamo che raggiungano i loro effetti il più lontano possibile dalla patria. Quindi devono essere veloci e precisi”.

Si rivede quindi un progetto che era stato già proposto negli anni ’80 dall’amministrazione Reagan, quando la sua Strategic Defense Intiative (SDI), comunemente nota come “Guerre Stellari”, prevedeva che gli Stati Uniti si dotassero di uno scudo antimissile composto da diversi assetti, tra cui anche satelliti militari dotati di laser o veicoli killer per colpire cineticamente le testate dei missili intercontinentali sovietici. Oggi sappiamo che quel programma, fondamentalmente, è stato lanciato più come arma di propaganda contro l’URSS (arma peraltro molto efficace) che nella realtà dei fatti, sebbene gli Stati Uniti avessero effettuato studi di fattibilità per alcuni sistemi di armi orbitali e basate a terra. I sostenitori della SDI affermavano che gli enormi ostacoli tecnologici alla sua attuazione avrebbero potuto essere superati e che un efficace sistema difensivo avrebbe scoraggiato potenziali attacchi sovietici, ma come sappiamo, ai tempi la maggior parte di quegli ostacoli non è stata oltrepassata, e del programma non se ne fece nulla. Per fortuna nostra forse, come cercheremo di fare capire a breve.

L’ombrello anti-missile e il Trattato del 1967

Il generale Saltzman ha riconosciuto le sfide tecnologiche necessarie per posizionare intercettori missilistici in orbita, ma ha anche chiarito che le ritiene superabili: “Penso che ci siano molte sfide tecniche, ma sono colpito dallo spirito innovativo dell’industria spaziale americana. Sono abbastanza convinto che saremo in grado di risolvere tecnicamente queste sfide”. Il generale ha anche aggiunto che gli USA oggi hanno “una base industriale spaziale piuttosto sorprendente e sono abbastanza sicuro che risolveranno la maggior parte di quei problemi tecnici” quindi “da questo punto di vista, penso che si tratti solo di quanto velocemente vuoi andare, quanto velocemente possiamo sfruttare la tecnologia, metterla in atto e testarla, e ottenere una dimostrazione là fuori in modo da poter vedere cosa è possibile”.

Armare lo spazio con un ombrello antimissile non è una buona idea, anche se tecnicamente è reso possibile dall’Outer Space Treaty, l’unico trattato internazionale che regola le attività umane al di fuori del pianeta Terra. Il trattato, stipulato nel 1967, stabilisce infatti solo il divieto di posizionare in orbita armi di distruzione di massa (allora laser e armi a microonde erano in embrione) e vieta l’utilizzo militare dei corpi celesti (ad esempio la Luna). Non esiste nessun riferimento al posizionamento in orbita di armamenti convenzionali, siano essi missili o armi laser o a microonde, oppure i “satelliti killer” che vengono utilizzati come “kamikaze” per colpire e distruggere altri satelliti.

Legalmente quindi gli USA non infrangerebbero nessuna regola internazionale, ma aprirebbero uno scenario poco rassicurante dal punto di vista dell’equilibrio strategico, o per meglio dire peggiorerebbero quello attuale, già messo in crisi dalla nascita di nuovi sistemi ABM (Anti Ballistic Missile) con l’uscita degli Stati Uniti dall’omonimo trattato (nel 2001) che ne limitava e regolamentava lo schieramento.

Quell’azione, infatti, costrinse la Russia a proteggere la credibilità del suo deterrente nucleare (a oggi ancora l’unica forma di deterrenza realmente efficace che possiede Mosca) pertanto cominciò a lavorare su veicoli di rientro in grado di eludere le difese antimissile statunitensi: l’HGV (Hypersonic Glide Vehicle) “Avangard”, entrato in servizio nelle forze missilistiche strategiche russe, è appunto nato per questo.

La corsa allo spazio di Russia e Cina

Mettere in orbita un sistema di intercettori missilistici significherebbe ulteriormente minacciare la capacità di deterrenza nucleare avversaria, in questo caso quella della Russia e della Repubblica Popolare Cinese, e costringerebbe Mosca e Pechino a lanciarsi in una corsa agli armamenti nucleari di nuovo tipo, o semplicemente ad aumentare il numero delle proprie testate infrangendo – nel caso russo – i limiti imposto dal Trattato New Start (per il momento sospeso ma comunque tenuto in considerazione da entrambe le superpotenze atomiche).

Bisogna però precisare che la militarizzazione dello spazio, e relativa destabilizzazione dei fragili e fumosi equilibri che lo regolavano sin dal 1967, è già cominciata e proprio da parte degli avversari di Washington. Sappiamo ormai per certo che la Russia ha testato e molto probabilmente ha anche in servizio dei satelliti killer mentre la Repubblica Popolare, che ha dimostrato di possedere la stessa tecnologia, ha anche testato per la prima volta nel 2021 un’arma orbitale quando ha lanciato un vettore che è apparso un bus di lancio di testate ipersoniche che ha volato in orbita bassa, comunemente conosciuto come tecnologia FOBS (Fractional Orbit Bombardment System).

Bisogna investire

Il generale Saltzman quindi non ha dubbi, e afferma che “bisogna investire in tutte le categorie di armi counter-space, perché ognuna è ottimizzata per diversi tipi di obiettivi, che si tratti di un’orbita terrestre bassa, che si tratti di un’orbita geosincrona, [o] che si estenda oltre. Quanto serve di ogni arma è un po’ ciò su cui stiamo lavorando in termini di strategia. Ma devi davvero investire in tutte. La RPC ce lo sta dimostrando perché sta investendo in tutte”.

Siamo davanti a una nuova era di “Guerre Stellari”? Forse, ma questa volta tutto quanto sembra molto reale invece di essere propaganda, ma quello che è certo è che molto probabilmente un altro trattato internazionale, benché obsoleto, sarà stracciato senza vedere un sostituto a confermare la nascita di un’epoca “post-trattati” o, per i pessimisti, di messa in crisi del rules-based international order.

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