L’ultimo ambizioso progetto navale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell’Iran, la “portaerei” Shahid Bagheri, è uscita dal porto di Bandar Abbas per condurre delle nuove “prove in mare“. Un segno evidente che gli ayatollah aspirano alla proiezione della potenza iraniana nel Golfo Persico e nel Mar Arabico attraverso un vettore navale da “grande potenza”.
Sviluppata sullo scafo di una nave mercantile convertita come si faceva nel passato, tra la fine del Primo conflitto mondiale e i primi anni 30′ – la prima nave “specificatamente designata come portaerei” fu la giapponese Hōshō nel 1922, mentre la prima portaerei di fatto fu la britannica Hms Ark Royal, sviluppata appunto da un marcatile convertito nel 1914 – la portaereomobili dei guardiani della Rivoluzione iraniana misura ben 240 metri, ed è stata varata nel 2023.
Notata dagli occhi indiscreti dei satelliti, il suo profilo distintivo con il ponte piatto tipico delle unità navali progettate per il lancio e il recupero di velivoli, la nave è stata recentemente immortalata dai Sentinel 2, e, secondo alcune analisi riportate da H.I. Sutton, dal momento che il ponte di volo appare “ora contrassegnato” forse le prove in mare potrebbero includere “test di volo”.
La nave possiede un ponte di volo angolato unico sul lato sinistro che si dirige verso il lato destro. Questa è ritenuta una “soluzione alternativa per evitare la necessità di rimuovere la sovrastruttura preesistente rimasta dalla vita passata della nave come nave mercantile“. Vi si può notare una rampa per il salto nella parte anteriore come gli sky-jump disposti sul ponte di volo delle super-portaerei britanniche classe Queen Elizabeth, e sulla portaerombili Trieste della Marina Militare. Ciò basta a dimostrare che la nave è destinata ad accogliere operazioni di velivoli ad ala fissa.
Secondo gli analisti, la componente aerea che dovrebbe essere imbarcata in futuro dalla portaerei iraniana “molto probabilmente” sarà incentrata sui droni armati che potranno atterrare e decollare. Un progetto che sta portando avanti anche la Marina militare turca con la nave Tcg Anadolu.
Secondo quanto riportato da Sutton, altri vettori iraniani erano in gradi di lanciare droni, ma non erano pensate per recuperarli. “L’utilità di una tale nave nella flotta dell’IRGC è discutibile, ma mostra sia l’ambizione del regime del paese, sia la tendenza verso i vettori di droni“, conclude l’analista.
Le problematiche che la Royal Navy, una delle flotte da guerra più potenti del mondo e con più esperienza nella storia, ha dovuto affrontare nel percorso che ha condotto alla completa operatività delle sue due ultime portaerei, le invettive lanciate a riguardo dai russi, e le stesse minacce avanzate in passato dall’Iran nei confronti delle portaerei dell’US Navy che regolarmente incrociano del Golfo Persico e nel Golfo di Aden, ci suggeriscono alcune riflessioni.
Tra queste, le principali sono la reale capacità dell’Iran di gestire un’unità di tale stazza e la difficoltà nel proteggerla dai moderni sistemi d’arma, come i missili anti-nave e i droni che proprio gli iraniani “minacciano” regolarmente di usare contro le moderne navi da guerra statunitensi, che hanno una serie di contromisure all’avanguardia per difendersi (con successo, ndr) dagli attacchi missilistici come quelle lanciati, ad esempio, dai ribelli Houthi dello Yemen che impiegano armi fornite proprio dall’Iran. Negli anni passati ci si è a lungo interrogati se le nuove tecnologie offensive, comprese quelle a basso costo come le munizioni circuitanti e i droni suicidi, o i droni navali ora impiegati con successo dai commando ucraini, potessero in qualche modo decretare “il tramonto” della portaerei come vettore efficace. E se tali letali innovazioni non le riducessero, come affermarono i vertici delle unità missilistiche del Cremlino, solo a dei grandi, costosi e semplici “bersagli piatti”.
In una parziale incoerenza tra invettiva e obiettivi in agenda, le prove in mare di questa portaerei o portadroni iraniana ci dimostra comunque che Teheran continua a nutrire ambizioni in campo militare. Un impegno che, tuttavia, sembra non essere sempre all’altezza delle aspirazioni.
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