Un anno fa, gli Stati Uniti avevano paventato l’ipotesi di costruire un muro missilistico nel Pacifico per impedire alla Cina di continuare ad espandersi nella regione. Washington aveva inoltre da poco messo le mani sul primo dei quattro prototipi di lanciamissili terrestri Typhon come parte di un programma militare vitale per soddisfare i requisiti Usa di fuoco di precisione a lungo raggio nel teatro asiatico. Adesso, dopo aver rafforzato la loro rete diplomatica nell’Indo-Pacifico, gli Usa sono pronti a concretizzare il loro piano.

Il generale Charles Flynn, comandante delle forze armate statunitensi del Pacifico, ha dichiarato all’Halifax International Security Forum in Nuova Scozia, che gli Stati Uniti schiereranno nuovi missili a raggio intermedio, tra cui Tomahawk e SM-6, nella regione del Pacifico nel 2024.

L’obiettivo è sempre lo stesso: scoraggiare una potenziale invasione cinese di Taiwan e, più in generale, tenere a bada la Cina. Ma anche il rischio che potrebbe comportare una mossa del genere: innescare una destabilizzante corsa agli armamenti missilistici convenzionali in un contesto delicatissimo. Dove gli Stati Uniti, oltre alla crescente influenza cinese, devono monitorare con la massima attenzione anche i test missilistici della Corea del Nord di Kim Jong Un.

Missili Usa nel Pacifico

Il dispiegamento del suddetto ed eventuale muro missilistico – nella Prima Catena di Isole, che abbraccia Giappone, Taiwan e Filippine – è stato reso possibile dal ritiro degli Stati Uniti dall’ Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (Inf) avvenuto nel 2019.

In ogni caso, questa mossa rispecchia un cambiamento strategico degli Usa nel Pacifico. Washington è infatti preoccupata dall’espansione militare della Cina, ma intende anche far di tutto per mantenere la stabilità e scoraggiare potenziali conflitti nell’intera regione.

Ma dove posizionare i citati missili? Come ha evidenziato Asia Times, gli alleati degli Stati Uniti in loco potrebbero essere riluttanti a partecipare ad una strategia del genere. Le élite politiche tailandesi stanno cercando di stabilire legami più forti con la Cina e non intendono irritare Pechino.

Le Filippine sono vulnerabili al blocco navale cinese che potrebbe interrompere i rifornimenti e i rinforzi statunitensi da Guam, mentre la Corea del Sud è sensibile alle pressioni del Dragone, poiché ha bisogno del mercato del gigante asiatico nonché della sua influenza nelle trattative con la Corea del Nord. L’Australia è distante dalla Cina e potrebbe non aver alcuna intenzione di essere coinvolta in una guerra Usa-Cina per Taiwan. Il Giappone resta l’opzione più plausibile. Tokyo potrebbe quindi candidarsi ad ospitare i missili statunitensi.

La risposta della Cina

Dal punto di vista militare, la Cina sta costruendo il suo arsenale missilistico convenzionale per contrastare il percepito contenimento statunitense. China Power ha fatto presente che, dal 2000 ad oggi, l’Esercito popolare di liberazione (Pla) cinese ha trasformato le sue forze missilistiche da sistemi a corto raggio e moderatamente precisi alla gamma più ampia e diversificata di missili balistici e da crociera lanciati da terra.

L’arsenale di Pechino comprende missili balistici a raggio intermedio (Irbm) come il Dong Feng-26 (Df-26) con gittate fino a 4.000 chilometri, in grado di colpire basi militari statunitensi cruciali a Guam e navi in mare, e missili balistici a medio raggio (Mrbm) come il Df-21D dotati di una gittata di 1.550 chilometri.

Sul fronte mediatico, il quotidiano cinese Global Times ha definito una “grande provocazione” il piano evocato da Flynn, che andrebbe a schierare “missili alle porte della Cina”. Il commentatore militare cinese Song Zhongping, ha inoltre affermato che i missili statunitensi sarebbero facilmente intercettabili, non costituirebbero una grave minaccia e avrebbero un “impatto tattico limitato”. La tensione tra Usa e Cina rischia tuttavia nuovamente di salire.