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Tra piani di riarmo variamente (ri)denominati e proclami delle classi politiche del Vecchio Continente, il pericolo dello scoppio di un conflitto – meglio ancora di uno che veda un diretto coinvolgimento del nostro Paese e dei nostri ragazzi (e ragazze) – per il momento non sembra impensierire troppo gli italiani, alle prese col caro bollette e caro vita, con le temperature estive (come sempre da record…) e con le vacanze, naturalmente per coloro che ancora possono permettersele.

Il livello di allerta, stando a una recente rilevazione curata dal Censis (su di un campione di 1.007 individui), risulta ancora piuttosto contenuto: solo per 31 italiani su 100 sarebbe plausibile una minaccia bellica diretta. Premesso che non è questa la sola rilevazione disponibile dedicata a tali temi, ricordiamo che nello stesso Rapporto annuale del Censis, pubblicato a dicembre scorso, emergeva un clima di diffusa sfiducia da parte della cittadinanza nei riguardi di una serie di soggetti e istituzioni (compresa la UE).

Ammesso e non concesso che uno scenario del genere si concretizzasse, non sarebbero numerosi gli italiani pronti ad andare al fronte: appena il 16% si dichiara disponibile a combattere per il proprio Paese, tutti gli altri si tirerebbero indietro, vuoi sposando battaglie e slogan di stampo pacifista, o semplicemente disertando (quasi 1 su 5). Non mancano gli accorgimenti per ovviare all’impegno diretto, come quello di assoldare truppe mercenarie, più o meno quel che fecero gli antichi romani coi cosiddetti barbari, da un certo momento in avanti, creando uno dei presupposti per la decadenza dell’impero (che oggi non abbiamo). Interessante notare che nel campione esaminato la fascia tra i 18 e i 45 anni, quella direttamente interessata da un potenziale arruolamento, risulta adeguatamente rappresentata e, distinguendo per generi, tra gli uomini la percentuale degli individui disposti a imbracciare i fucili (si fa per dire) si attesta intorno al 21%o, mentre tra le donne cala al 12.

Sarebbe interessante, ma questo la rilevazione non ce lo dice, esaminare le reazioni dei giovani di fronte all’eventuale decisione di rispristinare il servizio miliare obbligatorio, sospeso e mai abolito, tuttora previsto dalla Carta fondamentale (art. 52): un sondaggio che risale a meno di un anno fa dava la percentuale dei favorevoli al 47%per cento, con una curiosa prevalenza degli over 35 rispetto ai giovani. Forse vale il vecchio (e saggio) adagio che recita: “Chissà quante guerre si eviterebbero nel mondo se, a combattere al fronte, ogni capo di Stato potesse mandarci soltanto i suoi figli”; nel caso di specie forse sarebbe opportuno associarlo a quello che diceva più o meno, tra il serio il faceto, come sia facile dedicarsi al meretricio col corpo altrui.

A non voler considerare l’inverno demografico – l’Italia, come noto, occupa gli ultimi posti su scala mondiale per tasso di natalità e invecchiamento della popolazione – non sembrerebbe, però, che gli italiani siano così avversi a nuovi investimenti per la difesa (a patto di non andare in prima linea, s’intende): solo 1 su 5 si dichiara nettamente contrario a maggiori risorse destinate agli armamenti, e addirittura 1 su 4 direbbe di sì a tagli in altri comparti, Welfare incluso. Ma tra i due poli opposti, come sempre, si registrano varie sfumature, e non manca neppure quell’uno su dieci che vorrebbe che l’Italia si munisse di un arsenale nucleare.

L’Italia, come noto, non è una potenza militare, e da sempre si è fatto ampio affidamento sugli alleati, a cominciare da quello principe, gli Stati Uniti d’America: il problema, però, è che la metà circa degli interpellati non è del tutto convinta che in caso di aggressione armata e/o avventura bellica che coinvolgesse il nostro Paese gli USA verrebbero in nostro soccorso, e nonostante ciò sempre il 50% (non si sa se coincidente o meno con quelli di cui sopra) si dice favorevole a un potenziamento della NATO e – in questo caso si sfiora il 60% – ci sono anche coloro che propenderebbero per una forza armata europea autonoma dal Patto Atlantico, con una regia comune e armamenti condivisi (sono a favore di questa opzione anche coloro che sono notoriamente critici della NATO). Solo l’8% vorrebbe l’uscita dal Patto Atlantico, ma ben 1 italiano su 4 dichiara di non avere una chiara opinione a tale riguardo.

Per quanto concerne il conflitto russo ucraino, se circa un terzo degli italiani (il 33%, ma tra i giovani si sfiora il 40) sostiene una coalizione in difesa di Kiev, resta il fatto che una percentuale ancora più importante (il 62%) vuole la neutralità. Opzione che nel caso del conflitto in Medio Oriente è sposata dal 70%, con una netta prevalenza di coloro che sono dalla parte della Palestina, rispetto a Israele, che non raggiunge neppure il 10.

Il tutto, si badi bene, accompagnato da un sentimento di speranza verso una de-escalation e la ricerca di ogni soluzione negoziale per scongiurare la deflagrazione bellica. Evidentemente, non sono in tanti quelli che – come raccontò a suo tempo il grande Alberto Sordi – accoglierebbero entusiasti, magari trascinati da un efficace apparato propagandistico, la notizia di dover imbracciare le armi. A non voler considerare che i tempi (e per fortuna i regimi politici) sono molto diversi, gli assetti sociali profondamente mutati, per cui oggi riesce davvero difficile pensare che gli italiani rappresentino l’emblema di quella immagine guerriera che lo stesso Fascismo, al di là dei proclami ufficiali e delle ipocrite campagne promozionali, non riuscì mai a far attecchire. A non voler aggiungere che oggi non si entrerebbe in guerra con l’illusione, profondamente errata, di non doverla combattere.

Di sicuro non è incoraggiante il fatto che circa il 65% degli interpellati pensi che l’Italia non sia assolutamente preparata ad affrontare un conflitto – un discorso analogo lo si potrebbe fare per il 1915 e il 1940, e sappiamo come andò a finire – per quanto non manchino coloro (circa il 63%) che valutano la politica dei dazi annunziata da Trump come una sorta di dichiarazione di guerra (per fortuna solo commerciale), tanto che più di 4 italiani su 10 preferirebbero la ricerca di un modus vivendi con l’alleato storico, sia sul versante economico, che militare.

L’Italia dalla fine del blocco comunista nell’Europa orientale è stata coinvolta in diverse “missioni di pace”, pagando un tributo di vittime stimato in 146 caduti, e divenendo il settimo contributore netto per le operazioni avviate sotto l’egida delle Nazioni Unite. Ma la guerra, quella vera, è un’altra cosa. Parlando dei dati disponibili sino al 2024, sul fronte degli investimenti complessivi per la difesa, il nostro Paese ha speso lo scorso anno 35,6 miliardi di dollari, circa l’1,5% del prodotto interno lordo, destinato come sappiamo a crescere, fino a raggiungere, a quanto ci dicono, il 5 nel 2035: nonostante le rassicurazioni ufficiali, che questi aumenti non avranno ripercussioni su altri comparti è tutto da dimostrare.

Per quanto molti di coloro che appartengono alla mia generazione e che vissero il periodo storico 1989 – 1991 e le grandi trasformazioni che ne scaturirono, si siano illusi, per poco, di stare andando incontro a una nuova era di pace e prosperità, sappiamo come sono andate le cose: come ricorda un articolo pubblicato sull’ultimo numero di Limes, se i conflitti nel 1989 erano 86 “…sono stati più del doppio nell’ultimo anno: 184. Le vittime furono complessivamente 67.346 nel 1989, appena prima della fine della guerra fredda, e sono salite alla ragguardevole cifra di 159.837 nel 2024. Ma i dati sono sicuramente sottostimati, vista soprattutto l’opacità delle informazioni provenienti dal fronte russo-ucraino, comunicate in modo parziale e frammentario dai belligeranti. Riavvolta la cortina di ferro, i morti in guerra nel mondo lungo i successivi trentacinque anni di pace apparente sono stati tra i 3,9 milioni e i 5,7 milioni: una forbice molto ampia, tra stime prudenziali e analisi condotte sul campo, perché la macabra contabilità risulta estremamente difficile in molti dei contesti considerati”. E non si contano i numeri delle guerre dimenticate, dove qualunque stima diviene impossibile.

Tracciando un quadro d’insieme, si resta in attesa di una rilevazione che attenzioni maggiormente valori come negoziato, capacità di ascolto, comprensione delle ragioni delle varie parti, che soli potrebbero restituire un quadro realmente esaustivo del pensiero degli italiani, che però – così ci dicono i numeri – non sembrano particolarmente entusiasti (men che mai fiduciosi) della prospettiva bellica, in molti casi non comprendendone le stesse motivazioni di fondo.

E simili incertezze non possono stupire. Chiunque abbia un minimo di coscienza critica e memoria storica sa bene che non sempre le vicende belliche ci sono state raccontate nel modo giusto e corretto. E i fatti di Gaza possono legittimamente contribuire a mettere in discussione, ammesso che sia mai stato condivisibile, il concetto di bellum iustum.

Una lettura che sarebbe in linea con lo spirito dei nostri padri costituenti, che non a caso utilizzarono il termine “ripudio” per la guerra (art. 11), ma che ancor prima sancirono all’art. 1 che “la sovranità appartiene al popolo”.

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