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Nel 2010 la divisione Carderock del Naval Surface Warfare Center (Nswc) ha pubblicato uno suo studio di fattibilità su un veicolo con equipaggio a cambiamento d’ambiente: un piccolo sottomarino in grado di emergere e volare. L’idea era di esplorare la possibilità di ottenere un veicolo che combinasse “la velocità e la portata di una piattaforma aerea con la furtività di un veicolo sottomarino sviluppando un vascello che può sia volare che immergersi”.

Questo nuovo mezzo avrebbe avuto lo scopo di inserire ed esfiltrare unità delle forze speciali a distanze e velocità molto maggiori rispetto alle piattaforme esistenti all’epoca, ed essere in grado di farlo la dove non era precedentemente possibile accedere “senza il supporto diretto di ulteriori mezzi militari”. Negli ultimi tempi sono stati realizzati progetti di veicoli per le forze speciali superficie-sottomarino molto meno ambiziosi, ma il divario tecnologico tra la creazione di un mezzo di questo tipo e la creazione di un vero e proprio sottomarino volante è enorme.

Lo studio, come ci ricorda The Drive, è nato da una richiesta della Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency) del 2008 che richiedeva proposte di progettazione per un tale veicolo destinato alle forze speciali. Le specifiche di quella richiesta erano per un veicolo in grado di essere dispiegato da piattaforma navale/ausiliaria, con decollo dalla superficie dell’acqua e autonomia di 400 miglia in volo, quindi atterraggio sulla superficie dell’acqua, di potersi immergere e viaggiare per 12 miglia nautiche, di restare in zona di operazioni sino a 72 ore completamente immerso, infine di recuperare le forze speciali in immersione e di fare ritorno con la stessa autonomia immersa e in volo.

Per soddisfare le specifiche, la divisione Carderock e l’Office of Naval Research hanno condotto uno studio di fattibilità per la costruzione di un “velivolo sommergibile” di forma triangolare con equipaggio che potrebbe inserire operatori delle forze speciali “di nascosto a una velocità maggiore e in modo più indipendente di quanto sia attualmente realizzabile”. Fantascienza? Sembra di no.

L’ufficio del Nswc è arrivato a ideare due progetti misti di tipo wing body/ala volante, uno con un’apertura alare di circa 28 metri e un altro con un’apertura alare di 33. A parte le differenze di dimensioni, entrambi i modelli avevano specifiche abbastanza simili in termini di carico utile, velocità e peso. In dettaglio il primo peserebbe circa 16 tonnellate, il secondo 17, con un carico utile, per entrambi, di 340 chilogrammi.

Il velivolo sommergibile doveva avere un equipaggio di due persone, con spazio per ospitare altri sei membri delle forze speciali. In immersione il mezzo avrebbe raggiunto una profondità operativa di 30 metri e una velocità di 6 nodi, mentre in volo sarebbe stata di 320 Km/h.

Ovviamente la versa sfida per questo tipo di veicolo da assalto è rappresentata dal sistema di propulsione. Sappiamo che lo studio ha preso in considerazione il fatto che “i sistemi turbofan, turboelica e a getto dovrebbero essere considerati in modo più dettagliato”. Alla fine, sulla base di considerazioni sul carburante e sulla capacità di ciascun metodo di propulsione di essere completamente reso impermeabile, è stato deciso che le migliori scelte di propulsione erano “due turboventole all’interno di gondole sigillabili per le modalità operative aria e mare”, mentre “un singolo propulsore elettrico estraibile” è stato scelto per le operazioni sommerse.

Come dicevamo non si è trattato di fantascienza, o di un “aereo di carta” come ce ne sono stati tantissimi nella storia, ma si è arrivati alla costruzione di un modello per i primi studi. Per valutare la fattibilità del progetto, è stato infatti costruito un veicolo in scala con un’apertura alare di 180 centimetri alimentato da due motori elettrici da 11 volt. Nei test di volo, il modello ha mostrato “un’ottima stabilità direzionale” nonostante la mancanza di stabilizzatori verticali.

Quando però sono stati attaccati i galleggianti per i test in acqua, si sono riscontrate difficoltà nel mantenere il controllo direzionale. Di conseguenza, osserva lo studio, “i tentativi fatti per raggiungere la velocità di decollo ed effettuare un breve volo e atterraggio non hanno avuto successo”. Il problema è stato attribuito all’allineamento impreciso dei galleggianti del modello e alla “flessione intrinseca” del velcro utilizzato per fissarli.

Nonostante i fallimenti, il rapporto ha concluso che i test hanno convalidato il concetto per la progettazione del veicolo a cambiamento d’ambiente e hanno pianificato di affrontarne i difetti nei successivi sviluppi. Sebbene non sia noto se lo studio abbia portato a qualcosa di più concreto di un modello e dei test effettuati su di esso, il lavoro svolto dalla divisione Carderock del Nswc ha portato a diverse conclusioni, tra cui quella che veicoli di questo tipo “possono essere generati utilizzando la tecnologia e i materiali attuali” e che “il design di un’ala volante ibrida offre una valida soluzione” per i mezzi a cambiamento d’ambiente ed è “un compromesso pratico tra le prestazioni in volo, in superficie e in immersione”.

La ricerca di mezzi simili non è nuova: i primi progetti, spesso impossibili da realizzare o pesantemente limitati, sono stati proposti e persino testati dalle forze armate di tutto il mondo almeno dagli anni ’50, ma nonostante qualche esemplare sia andato al di là delle carte e dei modelli, come il Cormorant della Lockheed Martin, non è noto che tali sistemi siano mai entrati in produzione. Sono passati molti anni dal 2010, però, e non ci sentiamo di escludere che l’U.S. Navy non abbia segretamente in servizio mezzi del genere. Del resto vale lo stesso discorso per certi progetti aeronautici avveniristici, di cui si sa poco o nulla finché non vengono clamorosamente svelati, ovvero quando è passato già del tempo dal loro ingresso in servizio.

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