In una netta escalation delle minacce all’Iran il presidente statunitense Donald Trump ha sottolineato oggi il rilancio della presenza navale Usa nella regione del Golfo Persico e minacciato la Repubblica Islamica: “Speriamo che l’Iran si sieda rapidamente al tavolo delle trattative e negozi un accordo giusto ed equo”, ha scritto su Truth il presidente, aggiungendo la sua condizione chiara.
“No alle armi nucleari“, questo il messaggio chiaro e netto del comandante in capo al governo del presidente Masoud Pezeshkian, una semplificazione delle richieste espresse a titolo personale dall’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff dieci giorni fa, dopo che la sua interlocuzione con il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, fermò la mano di Washington, pronta a colpire l’Iran scosso dalle proteste di piazza e dalla repressione del regime.
Trump all’attacco, ma nessuna trattativa Usa-Iran
Nessun richiamo alle proteste, al sostegno dato dagli Usa alla piazza, alle prospettive di regime change tanto paventate appare nel messaggio di Trump. Sembra essere tornati, su piani diversi, al periodo compreso tra aprile e giugno 2025, quando Washington e Teheran negoziarono mediati dall’Oman tra Mascate e Roma per trovare un’intesa sul nucleare prima dell’assalto israeliano alla Repubblica Islamica. Solo che questa volta gli Usa pongono la pistola sul tavolo: si negozia sotto la minaccia militare, di fronte a un consolidamento delle forze armate che Washington, come abbiamo scritto, ha rinforzato dopo la repressione delle proteste.
Teheran però non negozia, non direttamente: Axios ha sottolineato il fatto che “i funzionari statunitensi affermano che al momento non ci sono negoziati seri tra Stati Uniti e Iran. Paesi come Arabia Saudita, Turchia e Qatar hanno dialogato con entrambe le parti e si sono scambiati messaggi”. L’Oman, già mediatore, non ha dato notizie di negoziati. E Washington valuta la possibilità di un intervento.
Periodo caldo nel Medio Oriente
La consapevolezza è che l’Iran possa apparire ora indebolito sul piano interno e che ancora debba riprendersi dai colpi subiti negli attacchi israeliani di giugno, risultando dunque un attore potenzialmente condizionabile a favore degli Usa. Trump ritiene che l’Iran stia riprendendo il solco del programma nucleare, pur rivendicando il successo del raid Usa di giugno, quell’operazione Midnight Hammer che portò i B-2 Spirit a colpire i siti nucleari iraniani.
La quadratura del cerchio è difficile. Le richieste di Witkoff dei giorni scorsi equivalgono a una sorta di resa iraniana: stop all’arricchimento dell’uranio, consegna del combustibile già processato, ritiro del sostegno agli alleati regionali, ridimensionamento del programma missilistico. Tutto ciò, sommato, metterebbe di fatto fine alla strategia di proiezione e difesa della Repubblica Islamica, aumentando la pressione e l’insicurezza del regime.
Venti di guerra e incertezze tra Usa e Iran
Fu la forza della proiezione iraniana nella “Mezzaluna Sciita” a sostenere la scelta di giungere nel 2015 all’accordo sul nucleare. E, simmetricamente, proprio la fragilità dell’Iran dopo che gli alleati regionali di Teheran (da Hezbollah al regime siriano di Bashar al-Assad) sono caduti potrebbe ora far percepire il ritorno al nucleare come una scelta securitaria concreta. Nel frattempo la regione trattiene il fiato, conscia che un attacco all’Iran farebbe cadere il Medio Oriente in un caos generalizzato, specie vista la presa d’atto del fatto che una decapitazione del regime in stile venezuelano appare pura utopia e che certamente Teheran proverebbe a rispondere a dei raid americani. Pressione senza strategia o rude minaccia con fini negoziali? Sulle mosse di Trump e degli Usa c’è incertezza. Ma la consapevolezza che nel Medio Oriente siano giorni caldi è più chiara che mai.