“Arricchite i soldati, disprezzate chiunque altro”: Donald Trump sembra aver preso a modello le parole che nel 211 l’imperatore romano Settimio Severo pronunciò in punto di morte di fronte ai figli Caracalla e Geta.
Trump: 1.500 miliardi di dollari per il Pentagono
Il mandato di The Donald, prossimo al compimento del primo anno in data 20 gennaio, è caratterizzato da un’aggressività militarista e da un rilancio della retorica della potenza americana inusitate nelle amministrazioni post-Guerra Fredda. E ieri Trump, dopo aver conseguito (seppur con vari artifici contabili), una spesa complessiva per la Difesa tra budget del Pentagono e spese accessorie superiore ai 1.000 miliardi di dollari per il 2026, ha alzato ancora il tiro, chiedendo per il 2027 1.500 miliardi di fondi. Un aumento del 50% che ritiene necessario “in questi tempi così difficili e pericolosi” per costuire “l’esercito dei sogni”, stimolando al contempo l’industria della Difesa a fare di più.
Washington ha bisogno di armamenti e Trump ha criticato i “pacchetti retributivi dei dirigenti dell’industria della Difesa che sono esorbitanti e ingiustificabili“, invitando gli executives a investire in conto capitale e produzione di armamenti, sottolineando che nessun manager dovrebbe superare i 5 milioni di dollari di retribuzione.
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La pressione sui produttori di armamenti
Una stoccata, questa, alle aziende tradizionali della Difesa nel giorno in cui il capo del Pentagono Pete Hegseth ha incontrato molte di esse per discutere dei ritardi nei programmi e negli approvvigionamenti: come nota AOL si prevede, tra gli altri, che “il programma per i sottomarini di classe Virginia della General Dynamics avrà superato il budget di 17 miliardi di dollari entro il 2030”, che “ il contratto di Lockheed Martin per il caccia multiruolo F-35, che superi il budget di 165 miliardi di dollari e ha subito un ritardo di dieci anni nelle consegne” e “il missile balistico intercontinentale LGM-35A Sentinel della Northrop Grumman
ha superato il costo previsto del doppio. Anche il costo unitario è più che raddoppiato”.
Trump, inoltre, ha preso nel mirino Raytheon, azienda del gruppo Rtx, produttrice del missile Tomahawk e del sistema Patriot, come particolarmente inefficiente. Senza nominarli, Trump sembra lasciar intendere che nel futuro per la difesa Usa ci sarà più spazio concesso a player giovani e dinamici, come Anduril, che hanno maggior flessibilità in termini di investimento e sono ritenute più organiche al progetto egemonico del sistema trumpista. The Donald rilancia una proiezione militare massiccia e mostra come gli Usa non intendano ritirarsi dal mondo. Tutt’altro: sulla scia di un crescente interventismo militare e politico, Trump intende applicare il principio “America First” in termini operativi e concreti e fare del Pentagono la leva maggiore di egemonia.
I dilemmi della maxi-spesa per il Pentagono
Questo, chiaramente, lascia spazio a interrogativi. Prima di tutto, va capito in che misura Washington potrà gestire questo incremento: crescerà il personale militare? Si vareranno nuovi programmi di acquisto? Si finanzierà il “dividendo ai veterani” promesso da The Donald? Si costruiranno nuove e sofisticate infrastrutture, magari col sostegno dei privati? E come si orienterà tutto questo con la gestione del procurement? Trump ha rivendicato come un successo anche l’aumento dal 2 al 5% del target di spesa militare in rapporto al Pil della Nato. Molti Paesi europei spenderanno per comprare armi americane, e inoltre le catene di fornitura dovranno contribuire agli arsenali di alleati come Ucraina, Taiwan e Israele. Come si concilierà ciò con la nuova tensione sulle filiere produttive non è dato sapersi.
Secondo, Trump dichiara che a finanziare questo incremento sarà l’aumento di ricavi del bilancio federale dovuto ai dazi che, però, come ricorda Defense News, non sarebbe sufficiente: “Secondo il Bipartisan Policy Center, lo scorso anno il governo degli Stati Uniti ha incassato entrate lorde pari a 288,5 miliardi di dollari da dazi e altre accise, in aumento rispetto ai 98,3 miliardi di dollari del 2024″, una crescita che non giustifica un aumento del 50% del bilancio del Pentagono.
Debito e midterm, freno al piano Trump
Inoltre, la strategia daziaria è stata pensata per governare e contenere il debito pubblico, e qui veniamo al terzo punto: la sostenibilità di un processo che cozza con la traiettoria di governo di un debito che ha preoccupato a lungo ampi settori del Partito Repubblicano, mentre al contempo il Partito Democratico all’opposizione è ostile a nuovi aumenti di spesa.
E, infine, una proposta del genere dovrà essere discussa concretamente nell’anno che porterà alle elezioni di metà mandato. Potrà Trump, ai minimi storici di popolarità, giocare il ruolo del presidente pacificatore di fronte all’elettorato promettendo al contempo questo incremento? E in molti collegi in bilico, saranno gli elettori Maga propensi a sostenere i repubblicani come in passato di fronte a tale cambio di rotta, specie di fronte alle difficoltà concrete del Paese su salari, costo della vita e inflazione?
Lo scenario è complesso: le forze armate possono garantire l’egemonia all’esterno ma in America riempirle d’oro non è sinonimo di consenso interno. E la prospettiva di un annuncio destinato a esser difficilmente applicato si fa sempre più concreta.
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