Gentili lettori, care lettrici, anche quest’anno insieme ai miei più sinceri auguri di buon 2026 sono qui a proporvi tre letture per iniziare il nuovo anno con più consapevolezza dal punto di vista della politica internazionale.
In un mondo sempre più caratterizzato da crisi diffuse e instabilità internazionale è sempre più importante restare non solamente informati su quanto succede, ma avere anche consapevolezza di certi meccanismi che regolano le relazioni internazionali. Conoscere la storia è altrettanto importante quanto conoscere l’attualità, perché la storia ci fornisce la chiave di lettura del presente in quanto alcuni meccanismi si ripropongono sebbene in modo leggermente diverso.
Il primo libro che vorrei consigliarvi affronta una tematica che diventerà centrale nella cronaca degli anni a venire: la questione taiwanese. Dalla cronaca ormai diventata quotidiana sappiamo che la Repubblica popolare cinese sta diventando sempre più aggressiva nei confronti di Taiwan e questo libro che vado a presentarvi vi aiuterà a capire perché l’isola sia fondamentale per la politica di sicurezza di Pechino.
Isola ribelle – Jonathan Clements – Edizioni Biblioteca di Ulisse (2025)
Quello di Taiwan è uno dei nodi fondamentali del panorama politico, diplomatico militare dei prossimi anni, sia nel caso che la Repubblica popolare cinese metta in atto la minacciata invasione, sia che l’isola mantenga la propria indipendenza. Definita dall’imperatore cinese Kangxi “un grumo di fango al di là del mare”, Taiwan ha oggi un PIL più alto di quello della Svezia, in un territorio poco più grande della Svizzera. È l’ultima enclave sopravvissuta della Repubblica di Cina, una colonia perduta del Giappone, ed è rivendicata da Pechino come provincia ribelle – e questi sono solo gli ultimi capitoli della sua lunga storia di rifugio per pirati, dissidenti, coloni ed emarginati. Isola ribelle traccia con linguaggio concreto e ritmo serrato la storia di Taiwan dalle origini, incentrando l’esposizione sulla ricerca del carattere peculiare di questa piccola e incredibilmente vivace entità territoriale, al di là delle forti pressioni esercitate dagli ultimi avvenimenti geopolitici.
L’inizio della guerra in Ucraina ha catapultato l’opinione pubblica in quella che viene definita guerra cognitiva ovvero un conflitto che utilizza armi non convenzionali per modificare quello che è il sentore dell’opinione pubblica. Siamo permeati dalla guerra dell’informazione, utilizzata da tutti i più grandi competitor internazionali per ottenere i propri scopi strategici. Il libro che vi propongo vi aiuterà a capire meglio certe dinamiche per mettervi al riparo da da disinformazione e misinformazione.
Mercanti di verità. La grande guerra dell’informazione – Jill Abramson – Edizioni Sellerio (2021)
Nel corso degli ultimi 20 anni una vera e propria rivoluzione ha scosso e radicalmente alterato il mondo del giornalismo dell’informazione. I quotidiani tradizionali, le riviste, le testate televisive radiofoniche hanno visto sgretolarsi il proprio pubblico, il prestigio e l’autorevolezza, e soprattutto il potere di di influenzare i lettori e la società. Nel frattempo nascevano rapidissime, sul web e in digitale, nuove realtà che hanno cambiato per sempre la cronaca dei fatti e delle notizie, minacciando di stravolgere ogni abitudine fino al concetto stesso di verità giornalistica. Come in una guerra che non è ancora finita, vediamo gli eserciti che si affrontano: “old versus new media”, i vecchi mezzi di informazione contro i nuovi. Jill Abramson, la prima donna a diventare direttrice esecutiva del New York Times, descrive in modo avvincente la crisi la trasformazione del quinto potere concentrandosi su due importanti quotidiani, il New York Times e il Washington Post, roccaforte della tradizione e dell’etica del giornalismo con un pubblico consolidato ma sempre più vecchio e limitato, e due siti online di informazione di immenso successo, Vice e Buzzfeed, che hanno stravolto ogni regola rivolgendosi ai lettori con le loro liste ormai onnipresenti, le notizie strane sconcertanti, i video di ogni tipo ma soprattutto di animali: sono i nuovi contenuti per quelli che vengono chiamati “gli annoiati al lavoro”, veri e propri snack di intrattenimento in grado di rapirci per un minuto o due.
Facciamo ora un tuffo nel passato librario passando a una questione esclusivamente nazionale. Il libro che vi propongo affronta una tematica purtroppo ancora parzialmente presente nel mondo della difesa italiana: la scarsa vocazione marittima. Il nostro Paese annovera più di 8000 km di coste, è posto al centro del Mediterraneo ancora oggi importante crocevia di traffici marittimi, proteso verso il continente africano come una portaerei, ma soprattutto dipende strettamente dalle linee di comunicazione marittime per la sua sicurezza nazionale. Il problema della flotta nazionale, intendendo sia quella militare sia quella mercantile, era ben presente nei massimi gradi della Marina Militare sin dagli anni ’60. Il libro che sto per proporvi è difficile da trovare, ma merita di essere letto in quanto chiarisce con un approccio metodico, e soprattutto profetico, un problema che la Marina Militare e la Difesa italiana stanno risolvendo negli ultimi anni.
Il problema navale italiano – Amm. Virgilio Spigai – Vito Bianco editore (1963)
La fonte della maggior parte dei guai della marineria italiana (indichiamo con questo termine il complesso unico indissolubile delle tre flotte: da guerra, mercantile sovvenzionata, mercantile libera) é la quasi assoluta ignoranza del problema sia da parte di coloro che possono sul piano generale (uomini politici, uomini di governo, produttori, grandi commercianti. alti burocrati) sia da parte di coloro che nella marineria e per essa vivono, e che disimpegnano il proprio compito con alta coscienza e notevole amore, ma con angoli di visuale ristretti al proprio settore sicché il loro consiglio ai potenti della prima categoria finisce con lo sfuocare la situazione e col far perdere forza alle istanze che giungono a livello deliberativo del tutto scoordinate e a scadenze sconnesse, per non dire capricciose.
Già allora l’ammiraglio aveva ben chiaro quello che è forse il più grande deficit cognitivo della nostra classe politica: la flotta militare è stata pensata come puro e semplice mezzo di difesa in caso di ostilità invece di essere uno strumento di massima efficacia in ogni occasione di pace e di guerra a sostegno della politica e dell’economia nazionale. Oggi questa osservazione fatta ormai più di sessant’anni fa appare profetica, considerando le dinamiche internazionali che si stanno evolvendo non solo nel Mediterraneo Allargato, ma anche nell’ampio teatro dell’Indo-Pacifico in considerazione della nostra assoluta dipendenza dalle rotte commerciali marittime che devono restare aperte e sicure.
Buona lettura!