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Il ritiro da Kabul da parte delle forze occidentali ha scatenato diversi e lunghi dibattiti. Uno di essi è quello legato alla cosiddetta “autonomia strategica europea”. Ne ha parlato di recente anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che in una lunga intervista a Le Grand Continent (e pubblicata su diversi quotidiani) ha espresso i suoi dubbi sulle modalità di azione degli Stati Uniti e della Nato, rilanciando l’idea che l’Unione europea abbia una “autonomia”.

L’idea di Michel piace a molti, e non è certo una novità delle ultime settimane. Sono anni che l’ipotesi viene analizzata sia dagli esperti che dai leader del Vecchio Continente. Lo stesso Emmanuel Macron, quando parlò di una Nato “in morte cerebrale”, di fatto espose un problema del ruolo dell’Alleanza atlantica investendo inevitabilmente i rapporti tra Europa e Stati Uniti. In questo senso è chiaro che una spinta verso il multipolarismo data dalla crescita del ruolo politico di Cina e Russia ma anche di altri attori regionali vicini all’Europa ha influito sul dibattito riguardo a una Ue che inizi ad agire “in autonomia”. La ritirata afghana e l’unilateralismo dimostrato dagli Stati Uniti sono quindi solo le punte dell’iceberg di un problema che nasce da ben più lontano.

La domanda che sorge spontanea è però innanzitutto in cosa si dovrebbe concretizzare questa autonomia strategica. Premesso che – come confermato da un approfondito studio dell’Istituto affari internazionali – autonomia non è sinonimo di unilateralismo o di autarchia, autonomia strategica sarebbe la definizione in sede europea degli interessi strategici da perseguire e delle migliori modalità per perseguirli. Ipotesi che in teoria non contrasterebbe con la coesistenza della Nato, ma che chiaramente imporrebbe più di una riflessione. Se gli interessi strategici dell’Unione europea diventassero diversi da quelli atlantici, di fatto si creerebbe un problema, con i Paesi membri sia dell’Ue che della Nato si domanderebbero da che parte stare. Se invece si concretizzasse uno scenario di sinergia quasi totale tra le due alleanze, i critici potrebbero invece mettere in discussione l’utilità di quello che apparirebbe un inutile doppione occidentale.

Di qui la necessità di definire innanzitutto l’autonomia strategica in sede Ue. Michel, nella nota intervista, non l’ha fatto. E il discorso generico su capacità di influenza, scelta degli interessi e capacità operative non può essere esaustivo, come spiega anche Linkiesta.

A questo desiderio di definizione di un’autonomia strategica, non può rispondersi con una reazione alle scelte di Washington. L’idea che la “autonomia strategica” europea nasca solo come risposta alle azioni degli Stati Uniti sembra già di suo un punto di partenza negativo. Molti esperti considerano il problema in radice: Bruxelles non può pensare a un’autonomia solo in ottica di ripicca o di sganciamento dagli Usa. Perché il rischio che questo comporta è quello di fondarsi esclusivamente sulla necessità di riconoscersi diversi da qualcos’altro.

Alla definizione del concetto si aggiungono poi problemi strutturali. Un qualsiasi tipo di struttura militare internazionale deve presuppore un’organizzazione politica preesistente che indichi la direzione all’apparato “bellico”. Una idea europea di struttura militare già esiste: diverso è il caso di inquadrare questa autonomia strategica nell’ottica di una forza comune. Un’organizzazione europea di tipo militare, in assenza degli Stati Uniti d’Europa, rischia di trovare due trappole sul suo percorso: l’assenza di un progetto comune da difendere e la contrarietà di una larga minoranza di cittadini Ue che molto spesso si sono divisi anche su questioni di natura secondaria rispetto a quella della difesa. Se un esercito è il frutto di un legame tra Stato e popolo, l’esercito europeo attualmente rischierebbe di poggiare su basi molto deboli. Proprio perché non si presuppone l’Ue politica e non si comprende in cosa dovrebbero consistere gli interessi comuni. Un esempio su tutti: il Corriere della Sera ha ricordato come recenti sondaggi indichino che larga parte degli italiani, dei francesi e dei tedeschi non riterrebbe doveroso un intervento del proprio Paese in caso di invasione russa di un altro Stato membro. Ipotesi “di scuola” ma che aiuta a comprendere la difficoltà ideologica dietro questa decisione.

Tematiche cu si deve aggiungere in concreto anche la questione di come gli Stati Uniti e la Nato accoglierebbero questa decisione. Anche se appare abbastanza certo che per motivi ideologici, economici e strategici, larga parte del mondo atlantico lo guarderebbe con sfavore. Anche sponda britannica: interessante a questo proposito l’intervista su Formiche allo storico conservatore Niall Ferguson.

Lo sganciamento da Washington a livello strategico dovrà essere necessariamente a lungo termine. E questo di suo non è un argomento tale da porre fine a qualsiasi discussione: le tempistiche non definiscono l’utilità di una traiettoria. Ma occorre considerare che l’Alleanza atlantica e Washington hanno leve per calibrare l’impegno europeo. L’asimmetria militare si può correggere in un arco temporale anche molto lungo e con un impegno politico e finanziario da parte degli Stati Ue. Ma restano dei problemi che vanno risolti. In primis capire come questo possa avvenire a livello economico. L’autonomia strategica sarebbe anche un’autonomia di tipo industriale? Si punta a creare un blocco di campioni europei della difesa? Ma questo contrasterebbe con quelli americani o con la libertà del mercato. Oltre al fatto che si andrebbe a investire su determinate aziende di determinati Paesi contrastando con la logica spiccatamente europea. Per non parlare della sinergia dei diversi sistemi o delle scelte che ricadono anche proprio sulla stessa idea di autonomia strategica (si pensi banalmente alla scelta dell’F-35).

Rimane infine la questione di avere interessi divergenti tra Stati membri per i quali la Nato può essere l’unico sistema ritenuto più utile a tutelarli. Gli Stati dell’Europa orientale considerano prioritaria l’alleanza con gli Usa anche a scapito di quella interna all’Unione perché ritengono la Russia il principale problema strategico. Gli Stati del Mediterraneo sanno che l’impegno dell’Alleanza atlantica è fondamentale anche solo perché al suo interno vi è la Turchia, diventando così Bruxelles (sponda Nato) l’unico argine a possibile scelte unilaterali di Ankara. I flussi migratori – tema centrale del dibattito Ue – giungono da territori in cui le altre superpotenze hanno un ruolo preponderante e dove alcuni Paesi Nato e alleati Usa possono avere un’influenza superiore a quella timida espressa dagli europei. E sono spesso gli interessi divergenti dei Paesi membri Ue ad alimentare rivalità che solo apparentemente vengono armonizzata dall’Unione europea. Questioni che devono essere messe in conto nel momento in cui si intende parlare di un’autonomia strategica senza definizione e impegni concreti per realizzarla. Sia dal punto di vista politico che, più concretamente, finanziario.

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