La Difesa europea rimane ancora un elemento aleatorio. Gli Stati europei provano in queste settimane a discutere di un progetto che metta insieme le rispettive strategie per la sicurezza, ma agli occhi di molti (tanti) esperti sono solo frasi di circostanza. Ambizioni che non fanno i conti con una realtà ben più complessa di quella che traspare dalle parole dei leader.

La “lezione afghana”, cioè dell’unilateralismo dimostrato dagli Stati Uniti nel decidere in base ai propri interessi, metodi e tempi della guerra in cui partecipavano anche le forze europee è stato il primo segnale. Aukus, l’alleanza siglata tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti, è stato il secondo avvertimento, con un contratto di miliardi di euro siglato dalla Francia e saltato in funzione dei desideri di Washington. Eppure, nonostante le parole di tutti i governi dell’Unione europea sulla necessità di un’agenda comune che mettesse al riparo da questo rinnovato unilateralismo Usa, non è arrivata la risposta che molti cercavano. Non è arrivata dall’Unione europea, che a parte per le parole spese da Ursula von der Leyen e Charles Michel, non sembra avere avuto particolare solidarietà nei confronti della Francia. Non è arrivata nemmeno dai singoli Paesi, che, più o meno in ordine sparso, hanno parlato di una difesa europea come futuro caposaldo dell’agenda continentale, ma l’hanno fatto senza iniziare a esprimere una vera solidarietà. Che si dovrebbe tradurre inevitabilmente nello scendere a compromessi per tutelare un’autonomia europea rispetto ai rispettivi guadagni nazionali.

La mossa francese della vendita di fregate alla Grecia – letta da alcuni analisti come una sorta di compenso coordinato da Washington per lo schiaffo di Aukus – è in realtà l’emblema che dietro alle ambizioni di una difesa europea ci sia più che altro lo scoglio di un legittimo interesse nazionale che travalica quello comunitario. La divisione in Ue è, soprattutto sul fronte della vendita di sistemi d’arma e di unità aeree e navali, un simbolo eloquente delle difficoltà di giungere a una politica di difesa comune, dal momento che inevitabilmente si supportano le industrie nazionali a scapito di quelle europee. E la sfida industriale si irradia nel campo della politica. Come ricordato da Stefano Montefiori per il Corriere della Sera, per esempio non può essere sottovalutato il fatto che mentre la Francia sostiene la Grecia al punto da proporre un patto di difesa comune tra i due Stati, la Germania (e con essa anche Italia e in parte Spagna) preferisca invece un dialogo con la Turchia confermato anche dalla vendita di sottomarini e soprattutto dalla contrarietà all’embargo proposto da Atene nei confronti di Ankara.

Quello che può sembrare un team secondario nella dinamica di una difesa europea è in realtà un problema essenziale, più volte confermato anche su InsideOver.

Da una parte c’è un problema economico-finanziario: nessuno Stato, che deve rendere conto alla propria opinione pubblica e al proprio ceto industriale, può rinunciare a commesse andando contro i propri interessi per sostenere altri Paesi membri Ue. Giuseppe Giordo, direttore generale della Divisione Navi Militari di Fincantieri, durante un panel organizzato da Occar (Organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti) in occasione del Seafuture, a La Spezia, ha espresso ad esempio l’idea che “nei grandi Paesi si devono individuare i filoni industriali migliori di altri per gli aspetti tecnologici, industriali e di mercato. La Francia, per esempio, potrebbe aver ottenere la leadership in campo aeronautico, la Germania in quello terrestre e l’Italia in quello navale”, altrimenti si corre il pericolo di occasioni perse e operazioni meramente finanziarie ma non strategiche. Il pericolo, spiegato dallo stesso Giordo, è che “si parla tanto di cooperazione europea”, mentre in realtà “siamo di fronte a rapporti bilaterali tra Italia e Francia per il settore navale e Italia e Germania per i sommergibili. Le Fremm (le fregate multiruolo ndr) sono un buon esempio di collaborazione tra due Stati, ma non di un programma europeo. Ogni giorno due Fremm sono in competizione nei mari del mondo, quelle italiane sono differenti da quelle francesi e ogni Stato mira a tutelare il proprio prodotto”.

Dall’altra parte c’è poi la questione altrettanto importante della strategia dei singoli Paesi. La compravendita nell’ambito della difesa (ma non solo) è un modo per manifestare la propria vicinanza a un determinato governo o Stato. La concorrenza tra membri dell’Unione europea non è quindi soltanto un mero tema economico, ma un problema di politica estera. Francia, Italia, Germania, Spagna – solo per citare i quattro principali Paesi dell’Unione europea in termini economici e politici – hanno già tra loro una divergenza di idee e di rivalità in diversi ambiti. Questo diventa ancora più evidente se lo si allarga ad altri spazi europei, a cominciare ad esempio dall’Est Europa, dove si possono intravedere in queste settimane anche i primi segnali di un interessamento turco per alcuni ambiti dell’industria della difesa, in particolare dei droni. La presidente dell’Estonia, Kersti Kaljulaid, di cui si parla anche come possibile futuro segretario Nato, ha rivelato a La Repubblica che “quando si parla di Difesa europea, mi sfuggono il proposito, il calendario, le capacità. La Nato ci garantisce vari livelli di deterrenza”. “Si tratta – ha detto Kalijulaid – di uno sviluppo positivo, complementare alla Nato. Ma se parliamo di forze concrete Ue, allora voglio conoscerne obiettivi e calendario. Altrimenti rischia di essere solo uno spreco di risorse”. Segno che al confine con la Russia, la difesa Ue cede il passo a livello ideologico, strategico e culturale all’ombrello atlantico, visto come garanzia adeguata a qualsiasi ipotesi di conflitto con Mosca.