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Difesa

Tra export e riarmo, la corsa senza limiti dell’industria italiana della Difesa

L’Italia è assurta negli ultimi anni a sesto esportatore mondiale di armamenti, subito dietro le principali potenze.
Italia

L’industria della difesa italiana ricopre un ruolo di primo piano nello scacchiere internazionale e si prepara, complice la stabilizzazione della conflittualità in Europa, in Medio Oriente e in altre zone calde del globo, a una repentina fase di espansione. Nell’inconsapevolezza (quasi) totale dell’opinione pubblica autoctona, l’Italia è assurta negli ultimi anni a sesto esportatore mondiale di armamenti. Nell’ultimo elaborato del SIPRI – Stockholm International Peace Reasearch Institute – sul trasferimento delle principali armi convenzionali nel quinquennio 2020-2024, il Belpaese si posiziona dietro le principali potenze segnanti la nostra epoca (Stati Uniti, Francia, Russia, Cina e Germania), davanti a imperi che tentano con ogni mezzo di posticipare l’inesorabile tramonto (Gran Bretagna e Spagna) e a quanti, invece, sono pronti a godersi una nuova alba (Turchia).

Roma copre oggi il 4.8% (Pechino il 5.9%, Mosca il 7.8%) delle esportazioni sul totale del mercato degli armamenti a livello mondiale. Nel periodo precedente preso in osservazione dal SIPRI, il 2015-2019, tale valore era appena al 2%. L’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel febbraio del 2022, l’attacco non convenzionale di Hamas a Israele il 7 ottobre e quanto seguito dopo, hanno, necessariamente, imposto una maggiore prontezza al sistema industriale bellico italiano. Tuttavia questi eventi, pur nella loro indiscussa rilevanza, non paiono in grado di “giustificare” un incremento delle attività pari al 138%. Altri fattori concorrono all’exploit militare-industriale italiano, su tutti la penetrazione di nuovi mercati dal potenziale ancora inespresso ma in forte ascesa (Sud-Est asiatico) e la modernizzazione delle Forze Armate italiane.

Incrociando le informazioni ricavabili dall’elaborato del SIPRI e dalla Relazione annuale sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento per l’anno 2024, emerge il quadro della situazione italiana. L’Italia ha esportato effettivamente armamenti per 4.5 miliardi di euro, con un incremento del 14,51% rispetto ai 3.9 dell’anno precedente. Sono arrivati a 90, prima erano 83, i Paesi autorizzati all’importazioni di armamenti italiani e il numero complessivo delle autorizzazioni è passato da 2101 a 2569. Dei 4.5 miliardi di euro esportati il 33% è stato diretto in Medio Oriente, il 31% verso Paesi aderenti all’Unione Europea o all’Alleanza Atlantica, un 15 % in Asia e un 8,5% verso Paesi in Europa ma non facenti parte di Ue o Nato.

I maggiori clienti in Medio Oriente e Asia

Le prime 15 società esportatrici in questo settore hanno assorbito all’incirca l’89% del totale delle operazioni svolte l’anno precedente. Le prime due, però, giocano una partita tutta loro. Solamente sommando il peso finanziario di Leonardo (27.67%) e quello di Fincantieri (22,62%) nell’ammontare delle esportazioni totali, si evince il loro determinante peso nel trainare l’intero comparto bellico italiano.

Per il SIPRI, nel periodo 2020-2024, i principali destinatari di armamenti italiani sono stati, rispettivamente, Qatar, Kuwait ed Egitto. Tali cifre vengono parzialmente confermate dalla Relazione annuale, la quale per il 2024 evidenzia esportazioni in Qatar per 548 milioni di euro, seguìto dal Kuwait a 534 e infine il Regno Unito a 461. Qatar e Kuwait, fra i maggiori acquirenti di armamenti a livello globale, guardano da almeno un decennio a Roma per modernizzare la propria Aeronautica e Marina.

A questi dati vanno, per avere una visione più organica e dinamica, aggiunti anche gli ordini effettuati ma non ancora consegnati, i quali garantiranno nel prossimo futuro una certa continuità nella crescita del sistema industriale italiano. Il caso dell’Indonesia è emblematico. Giacarta nel marzo del 2024 ha firmato un contratto con Fincantieri per l’acquisto di due unità di Pattugliatori Polivalenti d’Altura per 1,18 miliardi di euro. In aggiunta continuano a circolare voci, per il momento non ancora smentite, di un forte interesse indonesiano per l’acquisto della portaerei Garibaldi, la prima portaerei costruita dall’Italia nel dopoguerra, oggi “pensionata”.

Nel prossimo futuro è lecito aspettarsi la comparsa dell’Arabia Saudita sul podio dei principali acquirenti di armamenti italiani. In seguito alla visita di Stato del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in Arabia Saudita lo scorso gennaio, sono stati firmati dei memorandum tra il regno saudita e Leonardo e Fincantieri che aumenteranno sensibilmente la cooperazione nei settori aerospaziale, cantieristico-navale e della difesa. Gli anni in cui Roma dichiarava l’embargo verso Riyadh paiono appartenere a un’era geopolitica fa.

La sfida cui oggi l’industria della Difesa italiana è chiamata a rispondere nasce dall’esigenza di un cambio di approccio, da mercantilistico a strategico. Da strumento volto (prevalentemente) a inserirsi e acquisire influenza nei vari mercati, a mezzo per garantire (soprattutto) alle Forze Armate italiane tutte le componenti indispensabili per far fronte al processo di ammodernamento. Nonostante la politica di riarmo nazionale coinvolga i vari Paesi europei, “l’industria della difesa europea” rimane estremamente frammentata. Per accaparrarsi i migliori contratti assisteremo a una sfida fra Italia, Germania, Francia e Regno Unito con possibili colpi di scena. Sarà, quindi, in grado l’Italia e la sua industria a continuare ad aumentare i ricavi dalle esportazioni di armamenti in Medio Oriente e nel Sud-Est asiatico, oppure i rifornimenti richiesti dalle Forze Armate italiane e dai principali Paesi europei assorbiranno una buona parte degli ordini?

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