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Nel corso della storia, di quando in quando, il mondo militare ritiene che il peso sul campo di battaglia terrestre delle forze corazzate diventi marginale, quasi ininfluente, seppure, in ultima analisi, i fatti abbiano dimostrato altro.

Già durante la Guerra Fredda la comparsa degli Atgm (Anti Tank Ground Missile) fece ritenere che per gli Mbt (Main Battle Tank) fosse arrivato il momento di essere “mandati in pensione”, e ancora, una volta caduto il sistema globale bipolare con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’idea che prese corpo riteneva le classiche forze convenzionali terrestri (incluse quelle corazzate) non più necessarie e da rimpiazzare con un uso integrato dello strumento aereo, delle forze speciali e di forze di fanteria leggera in grado di essere altamente mobili (la cosiddetta capacità expeditionary).

A giustificare/determinare questa nuova postura è stato il palesarsi di conflitti asimmetrici, dove si doveva combattere “insorti” equipaggiati con armamento leggero, privi di una forza aerea propriamente detta (ma a volte con sistemi missilistici moderni a corto raggio come nel caso yemenita), e senza una “divisa”, quindi sfruttanti le ben note tattiche di guerriglia. Senza considerare il contrasto ai proxy di potenze regionali (Iran ad esempio), ovvero milizie armate che combattono in teatri esterni allo Stato che li finanzia/sostiene per portarne avanti le finalità politiche. Riassumendo, i fattori di instabilità e di minaccia alla sicurezza internazionale sono stati, per un ventennio a partire dall’ultimo conflitto simmetrico propriamente detto (la Prima Guerra del Golfo – 1991), il terrorismo e l’azione dei Vnsa (Violent Non-State Actors). Pertanto, come accennato, il ruolo delle forze terrestri è cambiato profondamente, e con esso le loro dotazioni: maggior enfasi è stata data alle operazioni fuori area, alla counterinsurgency, alla stabilizzazione di un Paese attraverso la fornitura di addestramento e mezzi per le forze di sicurezza/armate, ed il soldato non veniva più (solo) addestrato a colpire un tank nemico o a effettuare una grande manovra terrestre, ma doveva essere – non senza ipocrisia – un “operatore di pace” per le varie missioni di peace keeping/enforcing sparse per il mondo. Le forze speciali, come detto, in questo nuovo modo di “fare la guerra” hanno avuto un ruolo centrale (insieme a quelle aeree), e le esperienze fatte in vari teatri (Somalia, Iraq, Afghanistan) hanno permesso di sviluppare nuove metodologie di impiego.

Paradossalmente, ma non troppo considerando i teatri in cui sono stati chiamati a operare, in quel ventennio una forza “leggera” per antonomasia – i Marines degli Stati Uniti – hanno visto la comparsa di unità pesanti corazzate che solo recentemente sono state dismesse per riassumere quel ruolo di forza anfibia per l’early entry in un contesto di guerra convenzionale con proiezione dal mare (in questo caso il Pacifico Occidentale).

Se proprio la crescente assertività/aggressività cinese è servita a Washington a tornare a pensare al warfighting e quindi a riorganizzare le sue forze terrestri, in Europa si è faticato a leggere certi segnali che erano anche più vicini geograficamente: il colpo di mano russo in Crimea nel 2014 ha reintrodotto il concetto di deterrenza strategica attraverso le forze terrestri convenzionali nella Nato, ma un primo campanello d’allarme in tal senso avrebbe dovuto risuonare nel 2008, quando la Russia si è imbarcata nella rapida campagna in Georgia che ha portato alla separazione dell’Ossezia del Sud. È infatti un dato di fatto che Mosca, proprio da quell’anno – lo stesso in cui l’allora ministro della Difesa Anatoly Serdyukov concepisca la riforma “New Look” delle forze armate poi abortita – ha continuato a fare affidamento alle forze terrestri, e in particolare corazzate e di artiglieria, come un’area fondamentale del proprio sviluppo capacitivo.

Si ritiene che l’esercito russa potesse disporre, nel 2017, di circa 20mila Mbt, ovvero più di quelli disponibili in tutti i Paesi europei dell’Alleanza Atlantica che assommano a circa 5170, senza considerarne lo stato di efficienza/prontezza, che comunque è molto lontano dall’essere del 100%. In generale, l’Europa si piazza al quarto posto al mondo per numero di tank dopo Russia, Stati Uniti (6300) e Cina (5800). I Paesi europei, e in generale la Nato, hanno scientemente deciso, negli ultimi 30 anni, di dedicare minore attenzione alle forze terrestri convenzionali, in particolare a quelle corazzate, preferendo, invece di lanciarsi in nuovi programmi di acquisizione – come hanno fatto la Russia e la Cina -, modernizzare Mbt ereditati dalla Guerra Fredda o comunque entrati in servizio nei primissimi anni ’90, restando conseguentemente dietro i loro avversari, sia qualitativamente sia numericamente, come abbiamo visto. L’unica eccezione, all’interno dell’Alleanza Atlantica, è data dalla Turchia e dal suo carro Altay, che però non è ancora entrato in servizio.

Il recente conflitto in Ucraina, scoppiato lo scorso 24 febbraio, ha levato l’ultimo freno che tardivamente si esitava e togliere per il recupero della dottrina della centralità delle forze terrestri convenzionali nei conflitti moderni, scoperchiando un vaso di Pandora che ha mostrato tutta l’impreparazione occidentale a riguardo. Troppi anni sono passati nella pia illusione che un conflitto moderno, multidimensionale, con nuove tipologie di armi “dirompenti”, potesse essere combattuto e vinto a prescindere dalle forze corazzate e dall’artiglieria.

La Russia, con questa guerra, sta dimostrando invece come l’uso di Mbt e di sistemi di artiglieria (a razzo o a canna) siano determinanti per l’esito di una battaglia. Bisogna, però, non incappare nell’errore di senso opposto rispetto al passato: se uno scontro sul campo, in Ucraina, non si vince senza forze terrestri e corazzate preponderanti, è anche perché l’uso dello strumento aereo non viene fatto secondo gli standard occidentali. Da un lato, infatti, la Russia usa – secondo la propria dottrina – i cacciabombardieri quasi esclusivamente come “artiglieria volante” per il sostegno alle direttrici di avanzata terrestre, effettuando relativamente poche missioni di interdizione in profondità nel territorio ucraino preferendo affidarsi principalmente ai sistemi missilistici a corto raggio, dall’altro lato, l’Ucraina non ha forze aeree consistenti per poter effettuare l’attività di interdizione sul campo di battaglia e colpire i rifornimenti nelle retrovie. In parole povere l’ottenimento della superiorità aerea, che in Ucraina appartiene alla Russia solo localmente e a macchia di leopardo, è ancora fondamentale per vincere una guerra.

Il conflitto però, come dicevamo, ha dimostrato che le forze terrestri convenzionali sono ancora centrali nelle guerre contemporanee e future, e che quelle corazzate, almeno in Occidente, devono essere modernizzate per poter essere all’altezza di quelle avversarie. Da questo punto di vista si è già predisposta un’architettura netcentrica, coi vari assetti presenti sul campo di battaglia interconnessi e in grado di scambiarsi dati quasi in tempo reale, si sono intrapresi passi importanti verso la determinazione di una struttura multidominio, quindi comprendente anche la Cyber Warfare e la Space Warfare, ma sono proprio i mezzi corazzati degli eserciti occidentali ad avere bisogno di uno svecchiamento concettuale e delle innovazioni tecnologiche che già si vedono altrove, come ad esempio in campo aeronautico.

Gli Mbt, come anche gli Aifv (Armoured Infantry Fighting Vehicle) del futuro dovranno essere un “sistema di sistemi” in grado di operare e governare assetti senza equipaggio (nella fattispecie Ugv – Unmanned Ground Vehicle) in coordinamento con le unità di fanteria dove il singolo soldato è già in fase di integrazione con altri sistemi autonomi/pilotati a distanza, come ad esempio le loitering munitions o con i piccoli Uav (Unmanned Air Vehicle) per compiti Isr (Intelligence Surveillance Reconnaissance).

Passi verso questa visione ne sono già stati fatti: nell’Unione Europea, ad esempio, sotto l’egida Pesco, è stato varato il programma Ugs (Unmanned Ground System) e il Mugs (Multipurpose Ugs) per ottenere mezzi simili a quelli russi della serie Uran, ma la strada è ancora lunga.

Le forze terrestri del futuro, secondariamente ma non per questo in modo meno importante, saranno caratterizzate dalla presenza di sistemi ipersonici Glcm (Ground Launched Cruise Missile), da armi a energia diretta che dovranno per forza integrarsi ai veicoli corazzati/blindati e da unità di fanteria sempre più “tecnologiche” grazie alle ricerche sull’integrazione uomo/macchina ma anche grazie agli sviluppi per sistemi autonomi/pilotati terrestri di piccole dimensioni in grado di sostituire il singolo soldato nelle missioni più pericolose. Occorre quindi che un Mbt, un Aifv o anche un semplice Apc (Armoured Personnel Carrier) del futuro sia in grado di interfacciarsi e, in caso, di comandare tutti questi assetti.

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