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Questa mattina all’alba, ora di Taipei, la Cina ha dato il via all’esercitazione militare Joint Sword 2024B, ovvero la simulazione del blocco navale e aereo dell’isola di Taiwan.

Le manovre, su vasta scala, hanno quindi riguardato assetti aerei e navali della Repubblica Popolare Cinese (RPC) che si sono posizionati in 9 aree distinte intorno all’isola: due davanti alla costa orientale, tre davanti a quella occidentale, una a nord e tre attorno alle isole controllate da Taiwan vicino alla costa cinese.

Le navi e gli aerei da guerra cinesi si sono schierati vicino a Taiwan “in stretta prossimità da diverse direzioni”, concentrandosi su pattugliamenti di prontezza al combattimento mare-aria, bloccando porti e aree chiave, assaltando obiettivi marittimi e terrestri e “prendendo congiuntamente la superiorità generale”, ha affermato il comando cinese. Pechino ha anche confermato che la portaerei “Liaoning” e le navi di scorta stavano operando a est di Taiwan, tuttavia, non è stata annunciata nessuna esercitazione a fuoco e nessuna zona interdetta al volo.

È la seconda volta quest’anno che la RPC mette in scena un’esercitazione di ampia portata che simula il blocco aeronavale di Taiwan: lo scorso maggio, dopo l’insediamento del presidente taiwanese Lai Ching-te, si era tenuta Joint Sword 2024A, descritta dalla RPC come le più grande svolta sino a quel momento, che ha visto operazioni combinate di forze aeree, navali e missilistiche, che circondarono l’isola da tutti i lati, simulando un blocco e uno sbarco.

Dal 2022 il ritmo delle operazioni cinesi si è innalzato, con incursioni giornaliere oltre la linea mediana dello Stretto di Taiwan il cui rateo aumenta o diminuisce a seconda dei segnali che Pechino desidera inviare: al suo stesso popolo, a Taipei e ai suoi alleati.

In particolare, dall’elezione di Lai a gennaio, il tasso delle operazioni è aumentato in modo piuttosto netto. Prima di queste ultime manovre abbiamo anche osservato l’uscita in mare contemporanea di tutte le portaerei della PLAN (People’s Liberation Army Navy) in servizio e pattugliamenti sempre più frequenti di assetti aerei e navali a occidente di Taiwan o passaggi di navi da guerra negli stretti che mettono in comunicazione il Mar Cinese Orientale con il Pacifico, a volte anche attraverso punti particolarmente delicati per posizione geografica utilizzati molto raramente dalla PLAN, come ad esempio attraverso lo specchio d’acqua che bagna l’arcipelago nipponico delle Sakishima e Taiwan.

La tensione internazionale è alle stelle, e i toni diplomatici ai due lati dello Stretto sono molto accesi: Taipei ha mobilitato le sue forze armate e il presidente Lai ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che l’esercito e la guardia costiera stanno “mantenendo le loro posizioni” in mare e in aria aggiungendo che le esercitazioni cinesi sono “destinate a interrompere la pace e la stabilità regionale” e costituiscono un tentativo di intimidire i vicini regionali della Cina tramite l’uso della forza. L’esercito cinese afferma di aver lanciato questa seconda tornata di esercitazioni in risposta alle osservazioni fatte da Lai in un discorso di qualche giorno fa, in cui aveva giurato di resistere a qualsiasi tentativo cinese di esercitare il controllo su Taiwan.

Per Pechino il presidente Lai è un pericoloso separatista e il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Mao Ning ha recentemente riaffermato in occasione dell’avvio delle esercitazioni che Taiwan “non è una questione diplomatica”, aggiungendo che “l’indipendenza di Taiwan” e la pace nello Stretto sono “incompatibili” e che le provocazioni da parte di coloro che sostengono l’indipendenza di Taiwan “saranno inevitabilmente contrastate”. Mao Ning ha aggiunto che gli Stati Uniti, il più grande alleato di Taipei, devono rispettare la One China Policy, in risposta alla dichiarazione di Washington secondo cui gli USA stanno monitorando attentamente le esercitazioni odierne. “Gli Stati Uniti dovrebbero smettere di armare Taiwan e smettere di inviare segnali sbagliati alle forze indipendentiste di Taiwan”, ha affermato ancora.

La politica One China è il riconoscimento diplomatico della posizione della RPC secondo cui esiste un solo governo cinese (quello di Pechino). In base a questa politica, gli Stati Uniti riconoscono e hanno legami formali con la RPC, anziché con Taiwan, che la Cina vede come una provincia separatista che un giorno verrà unificata con la madrepatria.

In questo periodo storico, grossomodo a partire dal 2015, stiamo assistendo a una nuova ondata di nazionalismo cinese che fa leva sul “secolo delle umiliazioni”, il periodo che va dal 1839 al 1949 in cui la dinastia Qing e la Repubblica di Cina erano in balia delle potenze occidentali e del Giappone, per propagandare sentimenti antioccidentali e anti-imperialisti col fine di estendere la propria sfera di influenza nel Pacifico Occidentale anche grazie a rivendicazioni territoriali alquanto dubbie e fumose come quella sul Mar Cinese Meridionale. La questione taiwanese, strettamente collegata alle azioni della RPC in quel particolare mare condiviso anche da Vietnam, Filippine, Indonesia, Brunei, Malesia e da Taiwan, è tornata alla ribalta già da prima dell’avvento del presidente Lai, ma nel classico stile cinese le azioni assertive sono cominciate in sordina per poi aumentare lentamente ma costantemente nel corso del tempo: i voli nella ADIZ (Air Defense Identification Zone) taiwanese si registrano da anni, e l’attraversamento della linea mediana dello Stretto almeno dal 2022. La strategia è duplice: assuefare le difese dell’isola, e mettere la comunità internazionale davanti al fatto compiuto.

Le maggiori azioni aggressive dettate dal nazionalismo di Xi Jinping, che ha esteso le sue mire anche all’Amur russo (un tempo facente parte dell’impero cinese), hanno pertanto innescato una politica statunitense di maggior sostegno militare di Taiwan e soprattutto un cambiamento della posizione di parte della politica internazionale riguardo il riconoscimento dell’”isola ribelle”.

La Lituania, ad esempio, a luglio 2021 ha annunciato l’apertura di un sede diplomatica ufficiale di Taiwan, mentre l’anno scorso un comitato parlamentare britannico ha affermato senza mezzi termini in un documento ufficiale che Taipei possiede tutti i requisiti di uno Stato indipendente infrangendo un tabù di lunga durata. Si sta anche diffondendo l’idea, nella politica non solo occidentale, che Taiwan possa essere formalmente riconosciuta in sede ONU: tutte posizioni inaccettabili per Pechino, che si sente minacciata da questo sostegno occidentale all’indipendenza dell’isola che si è palesato recentemente anche con passaggi inoffensivi nello Stretto di navi da guerra di Paesi che mai avevano effettuato azioni del genere, come la Germania e il Giappone.

La tensione nel Pacifico Occidentale non accenna a diminuire, anche perché Pechino vuole sfruttare questo momento di incertezza (e debolezza) preelettorale statunitense, conscia forse del fatto che una nuova amministrazione Trump avrebbe un atteggiamento più duro nei suoi confronti, almeno dal punto di vista commerciale.

Una debolezza USA che sembra più strutturale che passeggera, se consideriamo che il clima di instabilità diffusa, dal Medio Oriente al Pacifico passando per l’Africa subsahariana, è stato anche innescato dall’aver percepito gli Stati Uniti come un Paese molto meno impegnato nella difesa dell’ordine internazionale da dopo il precipitoso ritiro dall’Afghanistan, che per inciso ha generato non poche preoccupazioni nella politica taiwanese di allora proprio per quanto riguarda la reale volontà di Washington di impegnarsi nel difendere un alleato.

Nonostante i venti di guerra, dobbiamo però sottolineare come l’invasione dell’isola viene considerata da Pechino una ultima ratio, conscia che il conflitto che ne scaturirebbe sarebbe dissanguante e consapevole che un’operazione del genere, data la geografia, non avrebbe un esito favorevole scontato. Ricordiamo però che un blocco navale, se non supportato da apposita risoluzione internazionale, rappresenta un atto di guerra, e pertanto anche questa opzione – che metterebbe in crisi la sopravvivenza di Taiwan in poche settimane – facilmente degenererebbe in un conflitto aperto, perché gli USA non potrebbero mai permettersi di perdere la faccia un’altra volta non sostenendo militarmente l’isola.

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