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Gli Stati Uniti hanno rimosso il loro sistema di difesa missilistico Patriot dall’Arabia Saudita a cavallo tra agosto e settembre, nonostante Riad debba affrontare continui attacchi aerei da parte dei ribelli Houthi dello Yemen. Il ritiro dalla base aerea Prince Sultan, poco distante dalla capitale, è avvenuto mentre gli alleati che gli Stati Uniti hanno nel Golfo Persico osservavano nervosamente il caotico ritiro delle truppe dall’Afghanistan.

Washington continua a mantenere migliaia di soldati in tutta la penisola arabica, come contrappeso all’Iran, ma le nazioni arabe del Golfo si preoccupano dei piani futuri degli Stati Uniti, poiché viene percepita una crescente minaccia in Asia che richiede soprattutto difese di tipo missilistico. La minaccia principale ha un nome: il programma nucleare iraniano e il relativo programma missilistico. I negoziati per il nucleare iraniano di Vienna sembrano aver raggiunto un punto di stallo, aumentando quindi la sensazione di pericolo per eventuali futuri scontri nella regione. Si ripropone nell’area la stessa percezione che attanaglia Taiwan: gli Usa appaiono voler abbandonare il ruolo di “difensori”, lasciando gli alleati a dover pensare da soli alla propria sicurezza. Una percezione che, soprattutto per i sauditi, non è nuova e arriva da lontano: dall’amministrazione Obama che è stata quella ad aver raggiunto l’accordo sul nucleare con Teheran (il trattato Jcpoa) che aveva il grosso difetto di non eliminare la minaccia missilistica iraniana.

La base aerea Prince Sultan, a circa 115 chilometri a sud-est di Riad, ha ospitato diverse migliaia di truppe statunitensi dall’attacco missilistico e coi droni del 2019 mirato al cuore della produzione petrolifera del regno. Quell’attacco, rivendicato dai ribelli Houthi, risulta avere una profonda matrice iraniana, in quanto ha sfruttato assetti forniti da Teheran, che ha sempre negato di esserne in qualche modo coinvolta, sebbene la tipologia di armamento usata, come si evince dai resti analizzati, affermi il contrario.

Appena a sud-ovest della pista della base aerea, in un’area di un chilometro quadrato delimitata da un terrapieno, erano state schierate batterie missilistiche di Patriot Pac-3, il sistema da difesa aerea con capacità antimissile, nonché un’unità del Thaad (Terminal High Altitude Area Defense) in grado di colpire i vettori balistici in arrivo a un’altitudine maggiore rispetto ai Patriot. Questi sono due sistemi che rientrano nella difesa antimissile “multistrato” statunitense insieme ai sistemi Aegis (Ashore e navale) e Gmd (Ground-based Midcourse Defense)

Un’immagine satellitare risalente alla fine di agosto mostrava che alcune delle batterie erano state rimosse dall’area, anche se si potevano ancora vedere attività e veicoli. Un”altra ad alta risoluzione, scattata da Planet Lab all’inizio di settembre, ha mostrato le piazzole delle batterie vuote senza alcuna attività visibile.

Da mesi si vociferava del ritiro dei missili, anche a causa della necessita statunitense di affrontare il rinnovato “conflitto tra grandi potenze” con Cina e Russia. Qualcosa che era stato postulato dall’amministrazione Biden a pochi giorni dall’insediamento, quando si era deciso di cessare il coinvolgimento statunitense nella guerra in Yemen col ritiro del personale presente sin dal 2015. Si trattava di una decisione politica per mettere pressione su Riad, insieme alla volontà di limitare le vendite di armi ai sauditi.

I rischi della mossa Usa

Provvedimenti che, come abbiamo avuto modo di dire all’inizio di quest’anno, potrebbe sabotare l’agenda Biden per la green energy: l’Arabia Saudita potrebbe infatti usare il petrolio per effettuare rappresaglie verso Washington, che sarebbe molto più dipendente dalle risorse energetiche saudite rispetto al passato.

In ogni caso la ricalibrazione dei rapporti è in atto e la Casa Bianca dovrà frenare in qualche modo la cooperazione nucleare di Riad con Pechino e fare pressione per evitare che l’Arabia Saudita si affidi agli armamenti russi. I contatti tra Mosca e Riad si sono infittiti negli ultimi anni, e non riguardano solo i ben noti sistemi missilistici S-400: sono stati firmati contratti per la fabbricazione su licenza di fucili d’assalto Kalashnikov Ak-103, e per la consegna e la produzione da parte delle Saudi Arabian Military Industries di diversi sistemi russi, tra cui il Tos-M1, un lanciarazzi multiplo, il missile anticarro Kornet 9M133 e il lanciagranate Ags30. Si è parlato, ed è la vera novità, anche della possibilità di acquistare i caccia Sukhoi Su-35.

Il ritiro dei Patriot arriva in un momento delicato sia per i continui attacchi degli Houthi – un raid di droni ribelli ha ferito otto persone e danneggiato un aereo di linea nell’aeroporto di Abha il mese scorso – sia per la delicata situazione strategica in Asia. Come accennato il ritiro precipitoso dall’Afghanistan, l’abbandono del governo di Kabul a una sorte già segnata, ha provocato timori negli alleati Usa da Taiwan sino alla Penisola Arabica: ci si chiede se davvero la Casa Bianca voglia impegnarsi militarmente nella difesa dei suoi “amici” in caso di conflitto.

Da Riad e Washington, però, minimizzano: il portavoce del Pentagono John Kirby ha detto che gli Stati Uniti mantengono un impegno “ampio e profondo” nei confronti degli alleati in Medio Oriente, mentre il ministero della Difesa saudita ha descritto il rapporto del regno con gli Stati Uniti come “forte, di lunga data e storico” affermando che l’esercito saudita “è in grado di difendere le sue terre, i mari e lo spazio aereo e di proteggere la sua gente”.

In casa Saud ci sono però voci dissonanti. Il principe Turki al-Faisal, ex capo dell’intelligence del regno, le cui dichiarazioni pubbliche spesso si ricollegano ai pensieri della famiglia regnante, ha affermato alla Cnbc che Riad deve essere rassicurata sull’impegno americano, chiamando in causa proprio la questione del ritiro dei Patriot “in un momento in cui l’Arabia Saudita è vittima di attacchi missilistici e attacchi di droni, non solo dallo Yemen, ma dall’Iran”.

In mezzo a questa piccola “crisi” c’è l’annullamento della visita in Arabia Saudita del segretario alla Difesa Usa Lloyd Austin, che era impegnato in un tour in Medio Oriente. Le motivazioni ufficiali statunitensi riferiscono di “problemi organizzativi”, ma Riad ha rifiutato di commentare, sollevando sospetti su uno “sgarbo” diplomatico confermati dalle tempistiche: il viaggio di Austin è saltato dopo il ritiro dei Patriot. In questo quadro è interessante notare il ruolo della Grecia: Atene ha accettato, lo scorso aprile, di prestare una batteria di Patriot all’Arabia Saudita. Una forma di accomodamento indiretto di Washington? Oppure dietro c’è la longa manus della Francia che ha stretto a sé la Grecia dal punto di vista geopolitico? Le ipotesi sono entrambe valide ma riteniamo che la prima sia quella più plausibile.