La pirateria continua ad agire nel Golfo di Guinea. La porta occidentale del “Mediterraneo allargato” è teatro di una netta recrudescenza del fenomeno della pirateria. E la Marina Militare Italiana è impegnata da tempo in una missione per il monitoraggio delle acque e per il contrasto agli attacchi nei confronti dei mercantili di tutto il mondo: l’operazione Gabinia.

L’ultimo attacco sventato dalla Marina Militare Italiana è avvenuto il 21 aprile a largo della Nigeria. L’elicottero a bordo del Luigi Rizzo si è alzato in volo impedendo che un gruppo di sospetti pirati (nove a bordo di un’imbarcazione con due motori) iniziasse le manovre per un abbordaggio. Le immagini dall’elicottero mostrano la presenza di attrezzature perfettamente idonee per colpire una nave in transito mettendo a segno una delle classiche operazioni di cui si fregiano i gruppi di pirati locali.

In una nota, il sottosegretario alla Difesa, Stefania Pucciarelli, ha voluto ribadire il ruolo della Marina, e in particolare dell’equipaggio della nave Luigi Rizzo in questo contesto: “Anche nel corso di questa delicata attività, così come in quella condotta lo scorso 30 marzo, in concorso con le forze navali francesi, che aveva portato al sequestro di sei tonnellate di cocaina, il personale di Nave Rizzo ha dimostrato di saper svolgere con competenza e professionalità le delicate attività di deterrenza contro la pirateria e di vigilanza marittima”.

Pucciarelli ha poi confermato l’importanza della missione non solo per la Marina ma anche per l’Italia, ribadendo che la forza armata “continuerà la sua missione nel Golfo di Guinea, un’area a rischio per gli attacchi di pirateria ai danni delle imbarcazioni e degli equipaggi in transito, ma allo stesso tempo di estrema rilevanza per il nostro Paese, per la sua stretta connessione con il Mediterraneo ed i forti interessi nazionali correlati”.

Motoscafo pirati Golfo di Guinea (Ufficio Stampa Marina Militare)
(Ufficio Stampa Marina Militare)

La situazione nel Golfo di Guinea si sta progressivamente agitando rispetto agli scorsi anni, quando la pirateria africana era in particolare legata ai clan che operano nel Golfo di Aden e al largo delle coste somale. Con la presenza sempre più costante delle navi di diverse flotte militari straniere (anche di quelle italiane rientranti nell’operazione Atalanta), la pirateria somala è stata praticamente annientata visto che quel tratto di costa interessa praticamente tutte le potenze mondiali. Prova ne è la presenza di basi e unità navali da Gibuti alla Somalia praticamente di ogni Stato interessato al passaggio sicuro di Bab el-Mandeb e della rotta dell’Africa orientale. Diverso il caso del Golfo di Guinea, che per molti anni è stato considerata un’area importante ma non certo centrale nella gerarchia della sicurezza marittima internazionale. E questo nonostante la presenza non solo di rotte commerciali decisamente significative – perché chiunque entri nel Mediterraneo o si diriga verso l’Europa senza passare per Suez deve solcare necessariamente quelle acque – ma anche per la presenza di numerose aziende e di impianti petroliferi di particolare rilevanza anche per l’Italia.

La questione diventa particolarmente rilevante anche per l’importanza strategica dell’intera area dell’Africa occidentale. Il Golfo di Guinea, con l’impegno delle navi italiane (e non solo), garantisce infatti non soltanto la sicurezza della libertà di navigazione, ma anche una presenza militare che è inevitabilmente anche politica. Le flotte presenti nell’area sono avamposti politici in un’area sempre più importante per la sicurezza dell’Europa, con Stati che lambiscono le aree di crisi del Sahel e che a loro volta sono interessati da molte delle sfere di influenza che sono presenti anche in altre zone dell’Africa centrale e settentrionale, a cominciare da quella francese, fino a quella cinese e turca.

L’invio delle forze navali in quel settore dell’Atlantico serve quindi non solo come forza di contrapposizione a un fenomeno che le marine locali non riuscirebbero a fermare, ma soprattutto come strumento di deterrenza verso l’infiltrazione di poteri esterni a quelli del contesto europeo. Non a caso la stessa Francia, da sempre restia a far arrivare uomini dal resto d’Europa, ultimamente ha cambiato idea: non solo perché la struttura di Barkhane non è più alla portata dell’impegno economico francese, ma anche perché gli attori coinvolti iniziano a essere tanti ed estremamente capaci di penetrare nella regione con una strategia pervasiva e a lungo termine. L’impegno via mare in Paesi vicini alla fascia del Sahel, e centrali sia a livello di investimenti e risorse, sia come serbatori del fenomeno migratorio, diventa quindi un problema di primo piano per qualsiasi agenda strategica europea in Africa. L’Italia non fa eccezione.

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