Il 30 giugno, Evgenij Prigozhin, fondatore della PMC (Private Military Company) Wagner, ha annunciato il licenziamento dei dipendenti della holding Patriot sancendo così la chiusura ufficiale del gruppo paramilitare che è stato da anni al servizio degli interessi geopolitici di Mosca.
La notizia non è affatto un fulmine a ciel sereno: già il 10 giugno scorso, il ministero della Difesa russo aveva stabilito che gli appartenenti alle PMC russe (ne esiste più d’una attiva in Africa) avrebbero dovuto firmare contratti di assunzione nelle forze armate, e pertanto dal primo luglio il Gruppo Wagner avrebbe cessato di esistere come ente autonomo, se pur, come sappiamo, supportato e collegato al Cremlino.
Il futuro della Wagner in Bielorussia
Questo atto politico – Mosca così facendo perde la possibilità di negazione plausibile sull’operato delle PMC – è stato alla base dell’insurrezione avvenuta la scorsa settimana, come riferito anche dallo stesso Prigozhin in un audio diffuso lunedì 26. Il Cremlino, a seguito dell’ammutinamento dei wagneriti capitanati dal loro leader, e da Dimitry Utkin – altro fondatore del gruppo – ha stabilito che a coloro che non abbiano preso parte all’insurrezione venga data la possibilità di aderire all’esercito, mentre tutti i volontari stranieri saranno licenziati.
La costruzione di un campo di addestramento/base per gli esuli della Wagner in Bielorussia, più che aprire alla possibilità di una messinscena da parte di Mosca per poter spostare i miliziani in quel Paese e da lì tornare ad attaccare Kiev da nord, si configura come una soluzione per dare modo a coloro che non vorranno entrare nelle forze armate russe di continuare ad avere una forma di inquadramento, e quindi una controllabilità se pur passante per Minsk.
Se il destino dei miliziani che hanno combattuto in Ucraina sembra stabilito – il Cremlino ha affermato che non combatteranno più in modo autonomo nel conflitto, come effetto del loro inglobamento nei reparti regolari – si aprono invece interrogativi sul futuro di coloro che sono impegnati altrove, in particolare nei diversi Paesi africani in cui il Gruppo Wagner è stato schierato.
L’incerto destino tra Libia e Sahel
Mali, Burkina Faso, Repubblica Centraficana, Sudan e Libia sono i teatri da tenere sotto osservazione in questo senso, e proprio dalla “Quarta sponda” nelle ultime ore è arrivata una notizia indicativa di come gli equilibri siano in fase di rimescolamento: nella serata del 29 giugno, risulta che la (ex) PMC russa abbia subito un attacco aereo, portato sembra con droni a lungo raggio, sulla base di al-Khadim. La paternità di questo raid è ancora incerta: Tripoli nega e chi scrive ha fondati sospetti che sia stato portato dalle milizie filoturche presenti in Libia per una sorta di “regolamento di conti” generato da questo momento di incertezza e confusione in cui il destino dei paramilitari in Africa non è ancora stato definito a livello legale.
Anche la sorte dei wagneriti in Mali o in Repubblica Centraficana appare aleatoria: il governo di Bamako, sempre ieri, è riuscito nell’intento di liquidare la missione Onu Minusma con una delibera adottata all’unanimità e di effetto immediato: dal primo luglio i peacekeeper hanno cessato le attività principali per organizzare la partenza entro il 31 dicembre, ufficializzando la fine della missione attiva dal 2013 a supporto della processo di stabilizzazione di quel Paese.
Il nodo di come gestire i contractors in Burkina Faso
In forza di questo provvedimento, è ragionevole pensare che Bamako continuerà a cercare il sostegno russo e pertanto Mosca o dovrà adottare uno “statuto speciale” per il personale straniero eventualmente presente in loco facente parte della Wagner, oppure procedere nella “istituzionalizzazione” dei miliziani licenziando gli stranieri, che orientativamente, per via dei numeri degli effettivi schierati, non costituirebbero una minaccia seria e verrebbero prontamente evacuati riportandoli in Russia.
Come sappiamo, le PMC russe, e i paramilitari di Prigozhin in particolare, si sono sempre affidati al sostegno logistico delle forze armate russe: gli stessi velivoli che hanno trasportato uomini e mezzi appartengono alle Vks, le forze aerospaziali russe. Inoltre i wagneriti utilizzano mezzi, anche pesanti come i Pantsir-S o i Tigr, forniti dall’esercito russo, senza considerare che proprio in Libia si ritiene con un ragionevole livello di certezza che ai comandi dei cacciabombardieri russi arrivati in quel Paese per sostenere Tobruk ci siano piloti russi appartenenti alla Wagner.
I miliziani quindi dipendono molto più strettamente dalle forze armate russe nei teatri africani – o sudamericani – che altrove (banalmente non hanno la libertà di poter abbandonare il Paese in cui sono stanziati in armi senza il supporto delle Vks) e pertanto è probabile che vengano inquadrati immediatamente in reparti regolari creati ad hoc ma prima è necessario stabilire un quadro legale di azione che giustifichi la presenza di reparti russi diventati regolari.
Il nodo della medizione coi governi locali
Bisogna anche considerare che i rapporti tra le PMC e i governi africani non sono mai stati diretti, ma mediati da personale diplomatico o militare russo, lasciando ai comandanti paramilitari solo la condotta delle operazioni, ma né l’aspetto strategico né quello politico, quindi è probabile che si trovi una soluzione in questo senso.
Per quanto riguarda le considerazioni di ordine economico, ovvero quelle legate al controllo delle risorse minerarie africane attraverso società offshore di comodo spesso e volentieri legate alla figura di Prigozhin, è probabile che momentaneamente la situazione non cambi, ma Mosca dovrà per forza entrare in possesso diretto delle stesse, come del resto ha fatto in qualche caso: in Madagascar ha operato la Ferrum Mining che ha sede a San Pietroburgo. Il rischio di perderne il controllo, ora che Prigozhin è diventato una figura scomoda e poco controllabile, è troppo alto.
Il personale paramilitare che sorveglia le concessioni minerarie è plausibile che segua le sorti di quello impegnato in operazioni di counterinsurgency: bisogna considerare che ci troviamo in Paesi in cui la legalità non è un principio inderogabile.
A livello generale, la situazione di incertezza di questi giorni che circonda i miliziani della Wagner potrebbe facilmente scatenare attacchi da parte degli insorgenti come avvenuto in Libia, nel tentativo di sfruttare una fase in cui si può pensare che non sia chiaro se Mosca continuerà a sostenere in toto l’attività della PMC.
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