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Il vertice di Madrid della Nato ha portato alla pubblicazione del nuovo Strategic Concept, il documento che delinea gli indirizzi dell’Alleanza Atlantica e quindi definisce il futuro campo d’azione degli alleati.

Quanto messo per iscritto non è nulla di inaspettato e riflette la mutata condizione di sicurezza nella regione europea frutto del conflitto in Ucraina. Viene infatti affermato esplicitamente che “la guerra di aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina ha mandato in frantumi la pace e alterato gravemente il nostro ambiente di sicurezza” aggiungendo che Mosca ha “violato le norme e i principi dell’ordine di sicurezza europeo” e che “non possiamo non considerare la possibilità di un attacco contro la sovranità e integrità territoriale degli alleati”.

Si afferma che le minacce da affrontare sono globali e interconnesse in quanto “attori autoritari” pongono sfide agli interessi dell’Alleanza e ai suoi principi democratici, investendo in sofisticate capacità convenzionali, nucleari e missilistiche ma soprattutto interferendo nel processo democratico e colpendo la sicurezza dei cittadini attraverso tattiche ibride sia in modo diretto sia attraverso proxy.

L’ambiente strategico generale pone quindi delle minacce multiformi: nel dominio cyber, informativo, spaziale, economico attraverso la coercizione, utilizzando campagne di disinformazione, strumentalizzando i fenomeni migratori e manipolando l’accesso alle fonti energetiche e la stessa catena di approvvigionamento di beni essenziali per la sicurezza degli Alleati.

L’accento, in questo senso, viene posto ancora sulla Russia indicata come la “più diretta e significativa minaccia per gli Alleati” in quanto cerca di stabilire “sfere di influenza e di controllo diretto attraverso la coercizione, sovversione, aggressione e annessione” utilizzando metodi convenzionali, cyber, ibridi contro l’Alleanza e i suoi partner. Un’attività svolta, si legge, per sovvertire il sistema delle regole del diritto internazionale. L’Alleanza, viene affermato, non ricerca il confronto e non pone nessuna minaccia alla Federazione Russa ma continuerà a rispondere alle sue azioni ostili in modo simmetrico e unito, pertanto la Russia non può essere un partner della Nato almeno finché non smetterà di avere una postura aggressiva.

Viene dato spazio, proprio in merito all’assertività che diventa aggressività di uno Stato autoritario, anche alla Cina. Le ambizioni di Pechino e la sua politica coercitiva pongono sfide esistenziali alla Nato nel campo della sicurezza e dei valori condivisi, anche in considerazione della poca chiarezza cinese a riguardo della propria strategia, intenzioni e potenziamento dello strumento militare. La Cina viene apertamente accusata di aver messo in atto attività maligne nel campo cyber e nella Hybrid Warfare, mettendo l’Alleanza nel mirino della sua attività di disinformazione.

Soprattutto Pechino sta cercando di ottenere il controllo di settori chiave dell’industria, di infrastrutture critiche, di materiali strategici e della loro catene di approvvigionamento usando le sue leve economiche per creare dipendenza strategica e ampliare la sua influenza, ovvero utilizzando il monopolio conseguito in alcuni settori per poter ricattare quei Paesi che ne dipendono.

Si afferma che Pechino, come Mosca, sta lottando per sovvertire le regole dell’ordine internazionale incluse quelle del dominio spaziale, cyber ma soprattutto di quello marittimo. Qualcosa che abbiamo affrontato e affermato da tempo sottolineando la diversa strategia utilizzata dalla Cina, più soft ma continua, rispetto a quella della Russia, che è culminata nel conflitto in Ucraina.

Non è la prima volta che la Nato individua la Cina come una minaccia: già nel 2019, durante il vertice di Watford, il segretario generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg aveva riconosciuto che gli alleati devono far fronte alle sfide e alle opportunità poste dalla crescente potenza militare ed economica cinese quando disse che “quello che vediamo è che la sempre maggior crescita della potenza cinese sta spostando gli equilibri globali, fatto che pone delle opportunità ma anche delle serie sfide per il futuro”. Il concetto era stato ribadito più recentemente al vertice di Bruxelles del giugno 2021, sebbene anche in quella occasione la maggiore attenzione venne data alla Russia: nei 79 punti del rapporto conclusivo dell’Alleanza, la Russia era stata menzionata in undici passaggi mentre solo due erano dedicati alla Cina, che comunque era stata citata quasi all’inizio dell’elenco programmatico.

A Madrid si è stabilito che la Cina resta un attore col quale la Nato cerca di avere un “rapporto costruttivo” che deve includere una “trasparenza reciproca” avendo ben presente la salvaguardia degli interessi di sicurezza dell’Alleanza, pertanto si procederà a “migliorare la nostra consapevolezza comune, resilienza e preparazione per proteggerci dalle tattiche coercitive della Cina e dai suoi sforzi di dividere l’Alleanza”.

È stato anche dato spazio al panorama dei trattati internazionali sul disarmo, e anche qui la Russia viene indicata come il principale fautore del deterioramento delle condizioni di sicurezza generali per via della denuncia di quegli accordi bilaterali – Inf, Cfe, Open Skies – ereditati dalla Guerra Fredda che controllavano i rapporti di forze in Europa. A questo proposito abbiamo già avuto modo di affermare che, proprio per la loro vetustà, certi trattati non potevano più avere efficacia essendo nati in un mondo bipolare, quindi mal adattandosi alla multipolarità emergente oggi, con la Cina che reclama a gran voce la sua presenza sul palcoscenico globale dotandosi di forze armate più moderne e soprattutto con un arsenale missilistico e nucleare in crescita.

Considerate anche le minacce cyber, spaziali e apportate dalle “tecnologie dirompenti”, che vedono diversi attori tra i protagonisti, nonché quelle determinate dal terrorismo globale e dai NSA (Non State Actor). A tal proposito, e considerando anche l’Hybrid Warfare, viene apertamente affermato che uno o più attacchi cumulativi nel dominio cyber o spaziale, così come l’utilizzo massiccio di tattiche ibride, verso un membro dell’Alleanza può raggiungere un livello tale da attivare il meccanismo dell’articolo 5 del Patto Atlantico, quindi una risposta collettiva della Nato.

Riaffermata la capacità di deterrenza nucleare, definita come chiave per evitare un’aggressione e mantenere la pace, che si basa sia sull’arsenale strategico di Usa, Francia e Regno Unito sia su quello tattico statunitense basato in Europa che vede il contributo di quegli Alleati dotati di velivoli da attacco “dual use”. Il mantenimento della deterrenza nucleare non significa però una proliferazione: l’Alleanza afferma a chiare lettere che il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (Npt) resta centrale per evitare la diffusione di ordigni atomici e che l’Alleanza resterà sempre aderente ai suoi principi, avendo come obiettivo un mondo senza armi nucleari, che però resteranno negli arsenali dell’Alleanza finché esisteranno Paesi che le hanno in dotazione e minacciano di usarle.

Pochissimo spazio viene invece dato al Fronte Sud dell’Alleanza. In un unico passaggio viene affermato che la Nato lavorerà coi suoi partner per “contrastare le minacce nelle regioni di interesse strategico compreso il Medio Oriente, il Sahel e il Nord Africa” e aggiungendo anche l’Indo-Pacifico, definito come “importante” perché quanto accade in quell’area ha dirette conseguenze sulla sicurezza euro-atlantica. In effetti, guardando all’impronta generale, la Nato si sta concentrando sul fronte orientale europeo e su quello asiatico – da qui la partecipazione al vertice di Giappone e Corea del Sud in qualità di osservatori – ma dimentica la centralità del suo fronte meridionale, citato solo una volta in modo esteso, per la propria sicurezza.

Riconoscere che l’area nordafricana, insieme a quella subsahariana e mediorientale, è a rischio demografico, economico, climatico e vede una sostanziale instabilità e fragilità delle proprie istituzioni non basta a delineare una strategia che affronti queste problematiche, come invece traspare dal resto del documento quando si parla di Russia o Cina.

Il Mediterraneo, e più ampiamente il Mediterraneo Allargato, macro-area che racchiude anche il Medio Oriente, il Golfo di Guinea, il Corno d’Africa e la fascia sub-Sahariana, come messo per iscritto dal Ministero della Difesa italiano è di prioritario interesse strategico nazionale ma non solo, in quanto le tensioni che vi risiedono innescano processi che si riverberano anche sull’Europa e non solo sull’Italia. Il Fianco Sud della Nato, proprio per quanto visto nel nuovo Strategic Concept, è il terreno in cui l’Alleanza deve mettere in atto la strategia di diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, di controllo delle linee di comunicazione marittime, e di intervento per sostenere le realtà economicamente più fragili, a partire da quelle africane. Un’attività che, per inciso, allontanerebbe la presenza di Russia e Cina in quel continente, che rappresenta un’ulteriore fronte di confronto per l’Alleanza. Lo Strategic Concept Nato 2022, sebbene abbia la pretesa di avere uno sguardo “a 360 gradi”, in realtà pecca di attenzione verso “i 180 gradi”, ovvero verso meridione, dimenticando che proprio in quel quadrante passano le fondamentali linee di approvvigionamento commerciale ed energetico che vanno garantite per avere sicurezza e stabilità in Europa, proprio a fronte della crisi con la Russia e conseguente disaccoppiamento nei suddetti campi.

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