Dopo aver sfondato quota 2mila miliardi di dollari nel 2021, la spesa mondiale in Difesa e forze armate di ogni tipo ha toccato un nuovo record nel 2022. Sarebbe stata pari a 2.113 miliardi di dollari, secondo i dati del centro studi di Mediobanca, la spesa complessiva nel settore lo scorso anno.
Cosa dice il report Mediobanca
Piazzetta Cuccia ha compilato un report riguardante l’evoluzione dei trend di investimento in Difesa e sicurezza partendo dall’impatto della guerra russo-ucraina sullo stato mondiale degli investimenti nelle forze armate e negli acquisti di armamenti.
Ne viene fuori un quadro in cui buona parte della spesa militare si concentra nella parte iniziale dell’elenco. La superiorità indiscussa è ancora degli Stati Uniti d’America che con 801 miliardi di dollari assorbono il 37,9% della spesa mondiale in Difesa. Una superiorità notevole su ogni altro concorrente, prima fra tutti la Cina. Che insegue con 293 miliardi e il 13,9% del totale. Usa e Cina, concorrenti del nuovo bipolarismo in definizione, coprono la maggioranza assoluta della spesa globale. E, nota Mediobanca, i primi cinque Paesi, nel cui novero si iscrivono anche India, Regno Unito e Russia (77, 68 e 66 miliardi di spesa nel 2022 a parità di potere d’acquisto) coprono il 61,8% della spesa globale.
Usa primi, non più in dominio
Washington fino a pochi anni fa spendeva in Difesa più di tutto il resto del mondo messo assieme. Ora la situazione è cambiata per chiari motivi sistemici: un mondo più competitivo vede rivali degli Usa e nuovi entranti operare politiche di investimento notevoli. La crescita di Cina e India, Paesi a loro volta in contrasto reciproco, va di pari passo con lo sviluppo di capacità interne di crescita della domanda militare e di equipaggiamento.
Da notare il caso russo, che sarà in ulteriore sviluppo nel 2023, anno in cui un terzo del bilancio statale sarà rivolto al finanziamento delle forze armate a causa della guerra in Ucraina. I budget di Cina, India e Russia, inoltre, sono molto inferiori nominalmente agli Usa anche perché riflettono un minor costo del personale, della manodopera e dei servizi. Per i soli costi del personale, ad esempio, gli Usa hanno speso nel 2022 181 miliardi di dollari, quasi il triplo di quanto stanziato nel totale dalla Russia.
Da notare anche il rialzo dei budget militari europei e degli alleati dell’Occidente. Dopo i primi cinque, a parte l’Arabia Saudita settima con 56 miliardi di dollari, fino al tredicesimo posto si trovano i potenziali partner della “Nato mondiale“: Francia (57 miliardi), Germania (56 miliardi, settima ex aequo), Giappone (54) e Corea del Sud (50) completano i primi dieci posti. L’Italia è undicesima con 32 miliardi, seguita da Australia e Canada. In quest’ottica, il riarmo dell’Indo-Pacifico e la corsa alla crescita della spesa militare in Europa, guidata dalla Francia e con Germania e Italia in scia, possono ulteriormente potenziare questo trend.
Un nuovo “keynesismo militare”?
In quest’ottica, è importante sottolineare l’importanza di un trend così strutturato che se da un lato risponde alla crescente turbolenza del sistema-mondo, dall’altro ha importanti ripercussioni economico-industriali. Questa fase storica sembra essere caratterizzata da un ritorno degli investimenti in Difesa e sicurezza come rilancio delle prospettive di molti Paesi per espandere la domanda aggregata in una fase di alta inflazione e tassi.
Sembra di rivivere la fase del “keynesismo militare” degli Usa Anni Sessanta e Settanta, in cui i governi federali espandevano la base produttiva sul fronte militare per fini economici oltre che di sicurezza nazionale. A Washington questo oggi prende forma soprattutto sul fronte dell’aumento considerevole, stimato al 24% da Mediobanca, delle spese in ricerca e sviluppo, capaci di creare dividendi industriali e tecnologici, nell’ultimo decennio. Nel 1981, parlando dell’inizio del processo che avrebbe portato al caccia F-22, il deputato democratico del Massachusetts, Barney Frank, parlava esplicitamente del tema: “Abbiamo una filosofia economica molto strana a Washington: si chiama keynesismo armato. Risulta opinione diffusa credere che il governo non crei posti di lavoro quando finanzia la costruzione di ponti o importanti ricerche o riqualifica i lavoratori, ma quando costruisce aeroplani che non saranno mai utilizzati in combattimento, questa è ovviamente presentata come la salvezza economica”.
Questa la grande questione da tenere in conto: l’aumento della spesa militare consolida la corsa alla sicurezza collettiva per ogni singolo Paese e crea dividendi civili potenzialmente dirompenti sulle nuove tecnologie, ma a costo di aumentare l’instabilità geopolitica e creare un sistema in cui tale circolo vizioso si può autoalimentare. La scommessa, rileggendo quanto detto da Frank quarant’anni fa, è che queste armi finiranno in larga parte per non sparare mai. Ma non può essere una garanzia sufficiente per dormire sonni tranquilli in un contesto in cui tutto il mondo spende una quota di fondi maggiore dell’intero Pil italiano in armamenti.

