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Lo spazio è tornato a essere un ambiente in cui le potenze globali si sfidano in modo proattivo. Da quando è stato posto in orbita il primo satellite artificiale, si è pensato al suo sfruttamento per scopi militari che hanno compreso anche la possibilità di mettere in orbita armamenti.

Da quest’ultimo punto di vista si è deciso, nel lontano 1967, è in vigore l’Ost (Outer Space Treaty), ovvero il trattato sullo spazio extra-atmosferico basato sulle risoluzioni dell’Onu risalenti al biennio 1962-63. Esso stabilisce i principi di riferimento sull’utilizzo dello spazio che si possono essenzialmente riassumere in tre punti fondamentali: il suo uso pacifico, la libertà per ogni Paese di accedere ed utilizzare lo spazio poiché, così come i corpi celesti, non è soggetto a dichiarazioni di sovranità, infine l’impegno, da parte degli Stati, a non mettere in orbita sistemi equipaggiati con armi nucleari o di distruzione di massa.

La sfida di Russia e Cina

Il recente test cinese di un veicolo di rientro ipersonico (Hgv – Hypersonic Glide Vehicle) che ha effettuato un volo in orbita bassa, ricade al di fuori dell’Ost per merito delle sue caratteristiche: si tratterebbe, infatti, di un Fobs (Fractional Orbital Bombardment System), ovvero un sistema che vola a una quota inferiore a quella comunemente usata per i sistemi orbitali. Il principio Fobs, sviluppato per la prima volta dall’Unione Sovietica ai tempi della Guerra Fredda, causa preoccupazione per via della sua capacità di aggirare le difese missilistiche e anche molte capacità di preallarme. Rispetto a un missile balistico intercontinentale tradizionale (Icbm), un Fobs può eseguire infatti gli stessi attacchi ma da direzioni altamente imprevedibili. I limiti di portata diventano un fattore irrilevante (la scala sarebbe effettivamente globale) e anche la tempistica di un first strike in arrivo è molto meno prevedibile.

Anche il recente test di un sistema Asat (Anti Satellite) russo, che ha colpito un satellite in disuso generando detriti che hanno messo in pericolo perfino la Iss (International Space Station), è stato possibile perché esula dalle clausole del Trattato. La sua semplicità, infatti, è anche il suo punto debole: innanzitutto non è chiaro cosa si intenda esattamente per “uso pacifico” dello spazio e quali siano i comportamenti che possono violare questa definizione. Non viene altresì citata la proibizione dell’utilizzo di satelliti per scopi militari – purché non siano dotati di armi di distruzione di massa – come possono essere quelli di raccolta informazioni, sorveglianza, comunicazioni, navigazione.

Essendo poi nato nel 1967, la sola idea di armi antisatellite a microonde o laser – non rientranti nel campo delle Wmd (Weapon of Mass Destruction) – era confinata alla fantascienza e pertanto non presa in esame. Come accennato l’Ost non vieta nemmeno l’utilizzo di armi antisatellite basate a terra di tipo tradizionale, come i missili Asat, oppure non vieta lo sviluppo di sistemi dalla natura duale come possono essere quei satelliti in grado di rifornire e riparare altri satelliti che possono essere rapidamente convertiti in sistemi atti a distruggere gli assetti spaziali del nemico.

Come cambia la Space Warfare

Quella che viene definita Space Warfare oggi vede un revival in quanto gli assetti spaziali – o ad essi correlati – sono enabler e moltiplicatori di forza militare per le potenze mondiali: il campo di battaglia odierno (e del futuro) è multidominio, multilivello, e fonde terra, mare, cielo, ambiente cyber e spaziale.

Oggi stiamo vivendo un’epoca in cui si sta ripercorrendo una strada (se pur con finalità diverse) che sembrava abbandonata negli anni ’80: allora, negli Stati Uniti, si lanciò la Sdi (Strategic Defense Intiative), comunemente nota come “Star Wars”. Allora il Pentagono intendeva dotarsi di uno “scudo spaziale” per colpire i veicoli di rientro dei missili balistici sovietici ed eliminare i satelliti avversari.

Oggi, vivendo in un periodo storico che possiamo definire “post trattati”, che ha visto sparire – tra gli altri – il trattato Abm (Anti Ballistic Missile), quello “scudo” è diventato una realtà (se pur con le dovute considerazioni sulla sua reale efficacia) e pertanto si sta riesumando l’attività Asat in tutte le sue forme.

Cos’è la guerra antisatellite

Le opzioni della guerra antisatellite vedono una serie di sistemi diversi: armi a radiofrequenza installate su veicoli orbitanti, laser di grande potenza basati a terra, veicoli di manovra per operazioni spaziali (come satelliti mina) e lancio di missili antisatellite da terra e da velivoli come era l’Asm-135. Si trattava di un missile lanciato da un F-15 Eagle appositamente modificato che veniva immesso, grazie a una particolare manovra del caccia, in una precisa traiettoria di collisione col satellite bersaglio. Nel 1988 il programma fu ufficialmente cancellato, ma secondo alcune fonti sarebbe stato solo apparentemente ritirato dal servizio ed è proseguito il suo sviluppo in segretezza. Anche la Russia sembra avere un sistema simile attualmente in servizio: a settembre del 2018 un MiG-31BM (Foxhound in codice Nato) è stato fotografato nell’aerodromo Zhukovsky, fuori Mosca, armato quello che è stato identificato come un potenziale missile antisatellite.

Esistono poi dei sistemi non cinetici: dispositivi jammer possono essere montati sia su satellite sia su piattaforme aeree come Uav o velivoli pilotati, e anche per i laser si era pensato, durante gli anni ’80, ad un sistema aerotrasportato – l’Abl – montato su un Boeing 747 appositamente modificato, ma in seguito il programma fu cancellato, anche se recentemente c’è chi pensa di riesumarlo. Similmente la Russia ha rivelato di avere un nuovo laser montato su aereo in grado di distruggere/accecare i satelliti nemici che lavora con un innovativo complesso di controllo/tracciamento radar basato a terra fornito dalla Almaz-Antey. Parallelamente lo sviluppo di laser di grande potenza basati a terra e di quelli montati su satellite continua: gli Usa riferiscono che nel 2006 un loro satellite era stato illuminato da un laser terrestre a bassa potenza.

Un’altra soluzione per eliminare i satelliti avversari era stata pensata nel pieno della Guerra Fredda: richiedeva l’esplosione di un missile nucleare nello spazio per mettere fuori uso gli assetti in orbita tramite l’impulso elettromagnetico della detonazione atomica, ma l’Emp (Electro-Magnetic Pulse) generatosi avrebbe “bruciato” anche la propria rete satellitare.

Per quanto riguarda i missili Asat basati a terra Russia e Cina sembrano essere molto avanti: Mosca ha dimostrato una volta di più questa possibilità il 15 aprile 2019 quando un missile Pl-19 Nudol si è alzato da un dispositivo mobile tipo Tel andando a colpire il suo bersaglio nello spazio. Il Pl-19 ha effettuato il suo primo test coronato da successo nel novembre del 2015 dopo due tentativi non andati a buon fine. Nel gennaio del 2007 Pechino ha colpito e distrutto un suo vecchio satellite inattivo (il Fengyun-1C) con un missile tipo KT-1 basato a terra.

Si è recuperata anche l’idea di colpire i satelliti avversari da assetti spaziali: sempre Mosca, di recente, ha effettuato almeno due test di questo tipo (nel 2017 e nel 2020) quando satelliti della famiglia Cosmos hanno rilasciato piccoli veicoli killer che hanno colpito bersagli in orbita. Essere presenti nello spazio, e avere capacità counterspace, diventa quindi sempre più essenziale per poter cercare di avere la supremazia sul campo di battaglia.

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