La Turchia ha intrapreso da tempo la scelta di “tuffarsi” di nuovo nel mare. Una decisione dettata non solo dalla volontà di Recep Tayyip Erdogan di mostrare la propria forza agli avversari turchi, a partire dai vicini greci, ma anche per questioni di natura molto pragmatica. Il mare, soprattutto il Mediterraneo orientale, è al centro di una partita geopolitica importantissima che coinvolge gas, gasdotti, basi militari e cavi sottomarini e che si inquadra in una delle aree più delicate anche sotto il profilo strategico e militare. Tutte le potenze ne sono più o meno coinvolte, sia regionali che internazionali. E la Turchia, che per decenni è apparsa estranea alle sfide marittime, ha ricalibrato la sua agenda strategica puntando direttamente sulla flotta.

Il rafforzamento della Marina turca passa però non solo per i mezzi di superficie, ma anche per quelli sottomarini. Una componente spesso dimenticata dalle altre potenze mediterranee e che invece sta tornando prepotentemente di attualità alla luce dell’importanza che i fondali marini rivestono nelle strategie di tutti i Paesi. Non è solo la capacità di attacco convenzionale a rendere fondamentale la componente subacquea, come poteva esserlo soprattutto nel corso della Guerra Fredda, ma è fondamentale per una serie di azioni che i sottomarini sono in grado di compiere e che vanno dalla protezione delle infrastrutture strategiche nei fondali fino alle operazioni delle forze speciali e di intelligence, sia di spionaggio che di controspionaggio.

Questo cambiamento di prospettiva del ruolo dei sottomarini interessa la Turchia così come la Grecia, che dall’altra parte dell’Egeo guarda con apprensione a quanto avviene negli arsenali di Ankara. Un’attenzione confermata di recente anche dall’Economist, che in un articolo ha ribadito la preoccupazione ellenica per quanto sta facendo Erdogan sul fronte sottomarino. Prossimamente sarà pronto il Piri Reis, primo mezzo della nuova classe Reis di cui sono previste in tutto sei unità.

Questi sottomarini sono una nuova versione del progetto tedesco U-214 la cui peculiarità è quella di procedere senza dover andare in superficie per avere accesso all’ossigeno che alimenta il motore diesel (la cosiddetta propulsione anaerobica). Il mezzo può così navigare per settimane in profondità senza essere visto e con un’emissione di suoni praticamente nulla. Una tecnologia su cui i tedeschi hanno puntato molto e che vede coinvolto soprattutto il colosso Siemens.

La Grecia non è certo sguarnita sotto questo fronte. Il progetto U-214 è stato venduto infatti anche alla Grecia, tanto è vero che la Marina ellenica ha in servizio quattro unità della classe Papanikolis che sono tutti dotati di queste tecnologia. Il problema è che la Germania, dando seguito agli accordi per la costruzione di questi mezzi nei cantieri turchi e cedendo questa tecnologia anche ad Ankara, ha di fatto azzerato la superiorità di Atene in questo preciso frangente. Le varie escalation nel Mediterraneo orientale hanno dimostrato che la tensione tra Grecia e Turchia è sempre molto elevata, soprattutto quando si tratta di diritti sul mare. Ed è chiaro che nel momento in cui la Turchia adotta questo tipo di sistemi, per la Grecia si presenta un ulteriore problema in un’area in cui è già particolarmente esposta a minacce.

Nonostante le richieste greche di fermare l’export militare dell’Ue verso Ankara, la Germania – così come Italia, Malta e Spagna – ha scelto una strada diversa, ribadendo gli accordi sia con la Grecia con la Turchia. Una scelta che rientra nella strategia tedesca di evitare fratture con Erdogan sia per questioni di natura migratoria sia per motivi strategici ed economici (l’affare vale diversi miliardi di euro), ma che ha confermato anche come l’industria bellica di Berlino sia effettivamente centrale nel teatro dell’Egeo e del Levante. La Germania, per quanto concerne la componente subacquea, è tra le vere potenze europee dell’export. E con i suoi sistemi può riequilibrare anche la sfida per il Mediterraneo sfruttando la corsa al riarmo navale di Atene e Ankara dopo aver già piazzato il colpo in Egitto e Israele.

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