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Diplomazia e rafforzamento militare. La Cina avanza seguendo due binari paralleli nel tentativo di accrescere sempre di più la propria influenza nel Mar Cinese Meridionale – e quindi nell’Indo-Pacifico – e, al tempo stesso, per neutralizzare il nuovo dinamismo degli Stati Uniti.

Emblematiche, da questo punto di vista, sono sia l’ultima stretta di mano tra il presidente cinese, Xi Jinping, e il primo ministro di Singapore, Lee Hsien Loong, che in quel di Pechino hanno istituito un “Partenariato a tutto tondo di alta qualità orientato al futuro” tra i rispettivi Paesi, sia l’intensificazione della presenza dei mezzi militari cinesi nel richiamato Mar Cinese Meridionale.

Mentre Washington sembrerebbe essere intenzionata a costruire una cerniera di fuoco per schiacciare il Dragone lungo le sue coste, la Cina intende fare l’esatto contrario. Ci sono numerosi segnali che indicano come la Repubblica Popolare Cinese si stia impegnando per innalzare il livello di cooperazione con i membri dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico, e altrettanti che mostrano invece l’intenzione di Xi di incrementare la presenza militare cinese in un’area marittima strategica.

Anche perché il Mar Cinese Meridionale è, di fatto, la porta d’accesso verso l’Oceano Indiano da un lato e il Pacifico dall’altro. Mentre il sogno cinese coindice sempre di più con il superamento di queste doppie colonne di Ercole, innalzate da Washington al termine della Seconda Guerra Mondiale mediante l’instaurazione di una complessa architettura diplomatica militare.

L’imperativo di Xi, dunque, è quello di occupare sempre più spazio d’azione, facendo però ben attenzione tanto a non inciampare su storiche rivendicazioni marittime, quanto a non scatenare un conflitto armato.



Sottomarini nucleari, jet e navi da guerra

Reuters ha scritto che la Cina tiene sempre in mare almeno un sottomarino munito di missili balistici a propulsione nucleare (Ssbn), con la chiara intenzione di allungare le difese statunitensi, mettere nel mirino più obiettivi e fare pressioni su Washington e i suoi partner affinché sviluppino adeguate capacità difensive.

Secondo quanto riportato dall’Asia Times, i sottomarini in questione si aggirerebbero 24 ore su 24 nel Mar Cinese Meridionale, assicurando una capacità di second strike contro le forze Usa (e alleati) in caso di un’emergenza a Taiwan. Nello specifico, i sei Ssbn Type 094 cinesi starebbero effettuando pattugliamenti quasi continui da Hainan al Mar Cinese Meridionale, armati con un nuovo missile balistico a lungo raggio (Slbm) in grado di colpire la terraferma degli Stati Uniti.

Questo nuovo missile potrebbe essere il JL-3, che avrebbe una portata di 10mila chilometri e consentirebbe ai cinesi di centrare gli Usa sparando da bastioni protetti nel Mar Cinese Meridionale. Il rischio più grande è che simili sviluppi possano richiedere ai sottomarini di attacco nucleare (Ssn) statunitensi (un numero limitato) di seguire gli Ssbn della Cina, con l’eventualità di un’escalation nucleare.

Nello Stretto di Taiwan, intanto, Pechino continua ad inviare aerei e navi da guerra per mantenere alta l’attenzione di Taipei e di Washington anche su questo fronte. Nel frattempo la portaerei cinese Shandong, assieme al suo gruppo d’attacco, ha attraversato il Canale di Bashi, a nord delle Filippine, e si trova ora al largo della costa sud-orientale di Taiwan. La Shandong è una delle due portaerei a disposizione della Marina militare cinese, insieme alla Liaoning. Una terza, la Fujian, è attualmente in fase di allestimento.

“I comunisti cinesi continuano a inviare aerei e navi nello spazio aereo e marittimo intorno a Taiwan. Oltre a porre una seria minaccia alla nostra sicurezza nazionale, tali azioni distruggono la stabilità regionale e non possono essere considerate atti di responsabilità di un Paese moderno”, si legge nel comunicato del ministero della Difesa di Taipei, cui sono allegate due immagini: una della portaerei ripresa dall’alto, l’altra che immortala un marinaio taiwanese nell’atto di osservare a distanza la Shandong da un’altra nave non identificata. 

La cooperazione con l’Asean

La Cina sa bene che non basta soltanto flettere i muscoli per riuscire nell’obiettivo. E allora ecco anche il secondo binario parallelo al pattugliamento nel Mar Cinese, che fa rima con il rafforzamento dei legami diplomatici con l’Asean, e cioè con i vicini di casa di Pechino.

Con Singapore, ad esempio, i cinesi lavoreranno per l’attuazione del Partenariato economico globale regionale (Rcep), il maxi accordo commerciale inaugurato nel dicembre 2020 e che comprende i dieci Paesi Asean, la Nuova Zelanda e le quattro maggiori potenze economiche del Pacifico occidentale (Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia).

Il premier cinese Li Qiang ha inoltre fatto sapere che la Cina è pronta a collaborare con la Malesia e altre nazioni del sud-est asiatico per accelerare la consultazione per un codice di condotta per il Mar Cinese Meridionale. “L’Asia è la nostra casa comune e la cooperazione vantaggiosa per tutti è l’unica scelta giusta”, ha detto Li a Xinhua.

Ricordiamo che la Cina rivendica i diritti su oltre l’80% del Mar Cinese Meridionale sulla base di una mappa del 1947 che mostra segni vaghi che da allora sono noti come la “linea dei nove trattini”. Le tensioni sono quindi aumentate tra il gigante asiatico e altri pretendenti all’area – Filippine, Malesia, Taiwan, Indonesia, Vietnam e Brunei – con Pechino che costruisce barriere coralline, isole e formazioni di terra in acque contese, militarizzandole con porti, piste e altre infrastrutture.  

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