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Gli ultimi “test” missilistici della Corea del Nord hanno riportato al centro della cronache la questione della penisola coreana, troppo a lungo dimenticata a causa dello spostamento dell’attenzione mediatica verso altri fronti, come l’Afghanistan. I lanci effettuati tra lo scorso fine settimana e la giornata di mercoledì 15 settembre, che hanno avuto come protagonisti rispettivamente almeno un nuovo tipo di missile da crociera e una coppia di missili balistici a corto raggio tipo Kn-23 (la versione autoctona del vettore Iskander-M russo), hanno dato una scossa alla politica internazionale che è tornata a guardare con apprensione al programma missilistico nordcoreano.

I lanci si possono leggere come una risposta al test sudcoreano di un Slbm (Submarine Launched Ballistic Missile), una sorta di “vedo e rilancio”, effettuato all’inizio di settembre che ha visto, per la prima volta nella storia, utilizzare come piattaforma un sottomarino convenzionale a propulsione indipendente dall’aria (Aip).

Proprio questi atti dimostrativi di Pyongyang hanno permesso a Siegfried Hecker, professore della Stanford University noto per la sua esperienza diretta con il programma nucleare nordcoreano, di fare alcune interessanti osservazioni riguardanti la possibilità di eliminare l’arsenale chimico di Kim Jong-un come gesto di “buona volontà” per poter riprendere i negoziati sul disarmo della penisola coreana in funzione della firma del trattato di pace, che manca dal termine del conflitto scatenatosi tra il 1950 e il 1953.

“La mia opinione”, ha detto l’esperto a Yonhap News, “è che potremmo essere in grado di convincere i nordcoreani (in merito a questa possibilità n.d.r.) perché non rinunceranno alle armi nucleari arrivati a questo punto in quanto sono una specie di assicurazione sulla vita” invece “le armi chimiche non sono un deterrente, sono armi terroristiche, quindi si potrebbe essere in grado di parlarne”.

Hecker ha sottolineato la necessità di prendere a modello il successo del programma Ctr (Cooperative Threat Reduction) che ha coinvolto l’ex Unione Sovietica nel 1991 e di applicarlo alla Corea del Nord, sottolineando che gli Stati Uniti avevano aiutato i russi a sbarazzarsi di circa 41mila tonnellate di armi chimiche immagazzinate negli arsenali sovietici. “Sarebbe il modo in cui potremmo effettivamente rafforzare la fiducia degli Stati Uniti in ambito politico” ha aggiunto.

Il ministro sudcoreano per l’Unificazione Lee In-young ha anche sottolineato che il programma Ctr ha tutte le carte in regola per fornire un modello di denuclearizzazione completa nella penisola coreana, garantendone la trasparenza e convincendo così il Nord a sedersi nuovamente al tavolo dei negoziati.

La Corea del Nord, infatti, dispone di un arsenale chimico di tutto rispetto, in grado di avere effetti potenzialmente molto più devastanti rispetto alla manciata di testate nucleari che si stima abbia attualmente in suo possesso. Il programma di armamenti chimici nordcoreano pone le sue basi proprio al termine del conflitto lungo il 38esimo parallelo ma la sua maturità risale a tempi relativamente recenti: nel 1989 Pyongyang raggiunse la capacità di produrre ingenti quantità di agenti nervini, vescicanti, soffocanti e del sangue insieme ad una notevole varietà di munizionamento atto a diffonderli sul campo di battaglia.

Le stime sull’ammontare complessivo dell’arsenale chimico nordcoreano variano a seconda delle fonti, spesso viziate dall’impenetrabilità del Paese, oscillano intorno alle 5mila tonnellate, stoccate in almeno una mezza dozzina di depositi maggiori ed in circa 170 tunnel sparsi lungo tutto il Paese. La produzione, che secondo fonti dell’Esercito Sudcoreano si aggirerebbe intorno alle 4500 tonnellate di agenti chimici e batteriologici con un massimo di 12 mila in caso di guerra, è affidata a 3 o 4 centri maggiori uniti ad altri 7 o 8 minori: Anju, Aoji-ri, Ch’ongjin, Hamhung, Hwasong-up, Manpo, Sakchu, Sariwon, Sinhung, Sinuiju e Sunch’on.

Gli aggressivi chimici di cui dispone la Corea del Nord sono: adamsite (Dm), cloroacetofenone (Cn), clorobenzilidene malononitrile (Cs), cianuro d’idrogeno (Ac), gas mostarda o iprite (H o Hd), fosgene (Cg e Cx), i nervini sarin (Gb), soman (Gd), tabun (Ga) e agenti V (Vm e Vx). Per motivi tecnici ed operativi l’arsenale nordcoreano sarebbe fornito in maggior parte di iprite, sarin e agenti V. Durante gli anni ’90 è certo che Pyongyang abbia acquisito la capacità di dotarsi di agenti chimici “binari” ovvero costituiti da due componenti innocui che diventano letali solo una volta mescolati, cosa che avverrebbe solo al momento dell’esplosione del proietto, del razzo o poco prima, fattore che contribuisce a rendere molto più sicuro il maneggiamento e ne prolunga la stabilità in fase di deposito soprattutto per gli agenti nervini.

La Corea del Nord è capace di produrre e impiegare armi chimiche che possono essere usare praticamente da quasi tutti i sistemi d’arma in forza all’Esercito: dalla maggior parte dei pezzi di artiglieria e mortai sino alle testate dei missili balistici a corto e medio raggio passando per quelli di teatro (Frog) ed ai sistemi tipo Mlrs (Multilpe Launch Rocket System).

La dottrina militare di Pyongyang prevede l’utilizzo di armi chimiche, che sono ritenute essere politicamente più spendibili rispetto a quelle atomiche in caso di un attacco a sorpresa contro il Sud. Queste verrebbero usate per ottenere l’iniziale vantaggio tattico che permetterebbe di sbaragliare le forze americane e del Sud dispiegate a ridosso della Zona Smilitarizzata lungo il 38esimo parallelo. In particolare agenti chimici poco persistenti potrebbero essere usati in fase di avanzata o per bloccare eventuali contrattacchi, mentre quelli più persistenti (Vx e iprite ad esempio) sarebbero utilizzati contro punti precisi delle retrovie nemiche come sedi di comando e controllo, importanti snodi viari, depositi logistici o sulle basi aeree e navali del Sud nonché per un eventuale attacco di rappresaglia sulla popolazione. L’arsenale chimico rappresenta quindi, per Pyongyang, anche un efficace strumento di deterrenza contro un possibile primo attacco alleato perché verrebbero usate nel quadro di uno scontro convenzionale per rallentare o eliminare le punte di lancia di una possibile offensiva terrestre diretta verso il proprio territorio.