Un male oscuro, di cui tanti si dicono colpiti ma di cui ancora nessuno riesce a decifrare le cause. I sintomi sono quasi sempre gli stessi: nausea, mal di testa, strani ronzii, vertigini. Qualcuno denuncia mancanza di concentrazione. Eppure di questa “sindrome dell’Avana” ancora non si riescono a decifrare né l’origine né le conseguenze. Un malessere indecifrabile su cui dal 2016 si interrogano non solo le autorità statunitensi, ma anche i media internazionali. Possibile che colpisca sempre e soltanto i diplomatici Usa o canadesi? E perché solo in alcuni Paesi, per giunta quelli più incandescenti sotto il profilo diplomatico?
Per adesso l’unica certezza è che la verità su questa sindrome di L’Avana è ancora molto lontana. Anzi, l’ultimo rapporto della Central Intelligence Agency aumenta paradossalmente l’alone di mistero, perché addirittura mette in dubbio – nella sostanza- che questa sindrome in realtà esista. Secondo la Cia, infatti, questa misteriosa malattia che colpirebbe solo i diplomatici d’Oltreoceano non sarebbe nemmeno frutto di un’operazione di qualche potenza nemica, ma in larga parte causata dallo stress. Una marcia indietro che ha sorpreso parecchi osservatori, che anche se non si sono mai convinti del tutto delle ipotesi di armi a microonde o a ultrasuoni, si erano comunque appassionati al gioco diplomatico che si nascondeva dietro le accuse ai servizi segreti nemici: cubani, cinesi, russi o addirittura nordcoreani secondo qualcuno.
Certo, da Langley dicono che una ventina di casi rimane ancora inspiegabile. Ma intanto l’intelligence di Washington si sente di escludere, per quei casi accertati di “stress”, una fonte quantomeno esterna. Di sicuro non ci sarebbe la Russia, dicono alla Cia. E visti i tempi di nuova Guerra Fredda, in cui la cortina di ferro sembra di nuovo calare nel cuore d’Europa, l’esclusione di un coinvolgimento del Cremlino appare una pietra tombale su qualsiasi ipotesi di armi segreti utilizzate nei confronti dei funzionari americani nel mondo.
In ogni caso, la domanda sorge spontanea. Possibile che centinaia di persone in tutto il mondo, funzionari statunitensi impegnati a Cuba, in Cina, Russia, a Vienna o a Berlino, ma anche funzionari che si trovavano a Washington, abbiano tutti avuto gli stessi sintomi nell’arco di pochi anni? E precisamente da quando nel 2016 iniziarono i primi segni di malattia nella città di L’Avana? Ed è possibile che il Dipartimento di Stato e i servizi segreti si siano allarmati al punto da richiamare staff consolari e funzionari e chiedere un’indagine con l’utilizzo dei migliori laboratori non di cliniche qualsiasi, ma addirittura della Cia, per poi confessare che non vi era nulla di cui preoccuparsi?
I dubbi restano soprattutto perché lo stesso Tony Blinken, segretario di Stato americano nella nuova amministrazione Biden, aveva detto pochissimi mesi fa di volere fare piena luce su questo mistero. Inoltre, a gennaio sono venuti alla luce dei casi legati a uffici americani a Parigi e Ginevra. E gli Stati Uniti non sono una potenza abituata a rimangiarsi le accuse nei confronti dei nemici di sempre, specialmente in un periodo di così alta tensione internazionale.
Il dubbio, secondo alcuni, è che adesso si stia cercando di coprire un abbaglio preso anni fa e da cui i servizi segreti vogliono uscirne senza fare figuracce. Alcuni professori avevano addirittura parlato di sindrome da stress post-traumatico o addirittura di una forma di psicosi collettiva alimentata dal fatto di frequentare delle cerchie molto ristrette come avviene per gli agenti e i funzionari consolari in luoghi ritenuti ostili. Altri, i più sospettosi, dicono invece che in realtà le armi esistono, ma che non possono rivelarle.
Quello che è sicuro, è che le teorie del complotto ben si prestano a una storia che già dal suo nome, “sindrome di L’Avana”, aveva attirato l’attenzione di giornali e appassionati. Perché si è trattato di una storia che per anni ha diviso ulteriormente Cuba e Stati Uniti proprio in una fase di prime aperture dopo la fine dell’era castrista. E soprattutto perché questa sindrome, per quanto vera o presunta, danni ne ha fatti. Tanti funzionari non sono più tornati a lavoro. Altri hanno deciso di non partire più per le destinazioni considerate nemiche di Washington, preoccupati proprio da questi sintomi segnalati da agenti e funzionari in servizio presso ambasciate e basi dell’intelligence. Le inchieste, inoltre, non sono state affatto minime e hanno anzi coinvolto i centri più importanti del governo americano. A studiare la “sindrome” sono stati il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc), il Dipartimento di Stato e la Cia. E l’impressione è che in America non abbiano mai preso sottogamba la questione, tanto che la stessa agenzia di intelligence ha voluto ribadire, nell’ultimo rapporto, che continua a indagare per capire “se qualsiasi dispositivo o meccanismo possa plausibilmente causare i sintomi segnalati”. Anzi, un alto funzionario della task force della Cia, sentito dalla Cnn, ha tenuto a ribadire che il report con cui si escludono origini esterne per la maggior parte dei casi segnalati “non mette in discussione il fatto che i nostri agenti stiano riportando esperienze reali e stiano soffrendo di sintomi reali”.
Per ora quindi gli Stati Uniti dicono una mezza verità: esistono dei casi ma non sappiamo cosa siano. Nel frattempo però, tendiamo a escludere che dietro questa “sindrome di L’Avana” possa esserci Mosca o addirittura i servizi cubani. Va detto, a onor del vero, che quello che viene pubblicato all’intelligence Usa è certamente “filtrato”. Visto il lavoro svolto dalla Cia, non è mai reso noto tutto quello che viene scoperto: e questo fa parte del gioco. Interessante però il risultato ottenuto (forse inconsapevolmente) da Langley: il nemico comunista, proprio quella Cuba considerata la spina nel fianco dell'”impero americano”, per la prima volta dà ragione agli agenti statunitensi. Alti funzionari di L’Avana hanno infatti chiesto alle controparti di Washington di normalizzare le relazioni proprio alla luce del rapporto della Cia. Se l’agenzia di spionaggio dice che non possono essere responsabili i cubani, perché non crederle?