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Difesa

Sicurezza underwater: una questione di droni

Minacce alle infrastrutture sottomarine: vi proponiamo una soluzione fattibile per la nostra Marina Militare



La sicurezza nazionale passa anche per i fondali marini: cavi di comunicazione, condutture che trasportano idrocarburi, nuove prospettive di sfruttamento minerario, e in un prossimo futuro data center e biohabitat. Le infrastrutture sottomarine, di qualsiasi tipo esse siano, sono fragili dal punto di vista della resistenza agli attacchi, e questi ultimi sono il più delle volte di difficile attribuzione.

Dal Mar Rosso al Mar Baltico, passando per i mari dell’Estremo Oriente, i conflitti ibridi, ovvero quelli combattuti sotto la soglia di uno scontro diretto in una “zona grigia” fatta di azioni di sabotaggio, vedono il loro esplicarsi anche negli immensi spazi dei fondali marini.

Le interruzioni dei vitali cavi di comunicazione subacquei, attraverso i quali passa la stragrande maggioranza delle informazioni che connettono il globo, sono andate aumentando in questi ultimi anni caratterizzati da crescente ostilità tra entità statuali e non statuali: il Submarine Telecom Forum ha calcolato che nel 2024 ci sono stati 46 casi di danneggiamenti ai cavi sottomarini nel mondo, a fronte di un andamento che nei nove anni precedenti oscillava tra i 15 e i 33. Un aumento consistente che fa ritenere non sia attribuibile solo a incidenti o eventi naturali. Se poi si considera la localizzazione di questi fenomeni, si può notare come la maggior parte di essi sia concentrata nei mari del Nord Europa, in particolare il Mar Baltico, ovvero specchi d’acqua dove il confronto tra Russia e NATO è quotidiano e fatto di continui inseguimenti tra unità navali e aerei militari.

Nella Repubblica Popolare Cinese si è compresa l’importanza della guerra ai cavi a tal punto che sono stati depositati brevetti per strumenti di taglio ai cavi molto semplici che sfruttano il naviglio mercantile.

Il nostro Paese, dall’autunno del 2022, ha avviato una campagna di sorveglianza delle infrastrutture strategiche sottomarine che vede la Marina Militare in prima linea, coi suoi assetti aeronavali, nel pattugliamento di cavi e condutture di idrocarburi. Un’attività che impiega il naviglio in linea nella Marina durante le normali missioni, esercitazioni, crociere o in pattugliamenti ad hoc per massimizzare il risultato impiegando al meglio le risorse disponibili.

Il dominio underwater – ormai bisogna definirlo così e non più solo “ambiente” – è però, per la sua stessa natura, difficile da sorvegliare e ancora più difficile da proteggere: le centinaia di migliaia di chilometri di condutture sottomarine non possono essere presidiate come se si trattasse del perimetro di una base militare o di un confine terrestre.

La sensoristica subacquea, che sia mobile o fissa – tipo il sistema statunitense SOSUS – aiuta certamente nella sorveglianza ma il vero problema resta quello della difesa, che deve essere pronta, efficace e modulabile in rapporto al tipo di minaccia. È impensabile usare un siluro per eliminare un ROV sconosciuto che sta per troncare un cavo: si rischierebbe di danneggiare anche l’infrastruttura che si vuole proteggere.

Lo strumento difensivo deve pertanto essere modulabile, diffuso e di rapido impiego ed è impensabile tenere impegnate le nostre unità di superficie e sottomarine in un compito del genere: non basterebbe tutta la Flotta, che sarebbe occupata in una missione improba quotidiana.

Due tecnologie per una soluzione

La soluzione però c’è, ed è rappresentata da due tecnologie dirompenti, che lo sono ancora di più se associate: i droni sottomarini e l’Intelligenza artificiale.

La chiave per cercare di sorvegliare e difendere le nostre infrastrutture sottomarine è stabilire un’architettura piramidale, dove al vertice si sono alcune unità di superficie – come ad esempio le fregate tipo FREMM o le MCS (Multipurpose Combat Ship) con la funzione di navi “comando” per una flotta di piccoli droni sottomarini (UUV – Unmanned Underwater Vehicle) di vario tipo che possono essere coadiuvate dai sottomarini con la funzione di ampliamento del raggio di “ascolto” subacqueo, ma che si affiderebbero, per la underwater situational awareness, su una rete di sensori fissi e mobili, sempre montati su UUV. I droni dovrebbero forzatamente essere dotati di software con Ia, in modo che possano avere un elevato grado di automazione per pattugliare aree predefinite automaticamente, e in caso di piccoli UUV “killer”, procedere nel riconoscimento e ingaggio del bersaglio in modo automatico, pur restando in modalità human-in-the-loop, data dalla connessione continua con assetti intermedi, che possono essere – oltre ai sottomarini – droni tipo LUUV.

L’infrastruttura dovrebbe avere un sistema di comunicazione “a griglia”, in modo da avere relais fissi che comunicano con stazioni a terra e con le unità in mare, possibilmente sfruttando anche le comunicazioni di tipo quantistico per aumentare il livello di sicurezza rispetto alle normali comunicazioni in VLF. Un XLUUV (o anche un LUUV) farebbe da “drone madre” per droni da attacco più piccoli o per droni da sorveglianza, da posizionare in punti chiave lungo il percorso delle condutture. L’IA di UUV e XLUUV potrebbe anche essere istruita in modo da rendere quiescente il drone sino al momento dell’attivazione da parte di una minaccia, risparmiando energia e permettendo così un più lungo servizio in mare.

Questa architettura piramidale dovrebbe essere sviluppata dal Polo Nazionale della Subacquea, che dalla sua nascita lavora a stretto contatto con l’industria e l’accademia nazionali, mettendo a sistema le eccellenze italiane dal punto di vista della ricerca e della tecnologia navale.

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