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L’Artico da tempo è tornato ad essere nell’agenda politica delle potenze che vi si affacciano: dopo una “vacanza” durata un ventennio, complici i cambiamenti climatici che aprono nuove prospettive di sfruttamento di quella remota regione – non solo dal punto di vista dei traffici commerciali ma anche da quello minerario – Russia e Stati Uniti (ma anche la Cina che non è uno Stato con sbocchi sull’Artide) hanno cominciato una progressiva opera di modernizzazione delle proprie infrastrutture già esistenti e la costruzione di nuove.

Mosca, in particolare, sta aumentando e potenziando la sua presenza militare nell’Artico sin dal 2013, in parte ristrutturando e modernizzando le sue basi e gli aeroporti ereditati dal periodo sovietico. I centri nevralgici della politica artica del Cremlino sono rappresentati dai siti nelle isole della Novaya Zemlja, Kotelny e Zemlja Aleksandry dove è stato costruito il nuovo complesso chiamato “Trifoglio Artico” in grado di accogliere 150 uomini in modo permanente e con una nuovissima pista di atterraggio già divenuta operativa.

Sull’isola di Kotelny invece è sito il complesso “Severny Klever” in grado di ospitare 250 uomini e sede dalla Task Force Artica, anche questo dotato di pista di atterraggio e sistemi di difesa antiaerea come quelli presenti a Zemlja Aleksandry. Le due brigate destinate alle operazioni artiche ( forti di 9mila uomini) hanno in dotazione, oltre a vari mezzi terrestri tra cui veicoli di trasporto truppe ed Mbt (Main Battle Tank), sistemi antiaerei tra cui si annoverano S-300, S-400, Pantsir-S1 e gli eccellenti ZSU-23.

Un presidio che ultimamente ha ricevuto particolare attenzione è la base aerea di Rogachevo, nell’arcipelago di Novaya Zemlya, dove la Russia ha recentemente iniziato a schierare Mig-31BM, aerei supersonici a lungo raggio in grado di effettuare missioni di intercettazione ma anche di interdizione. Recenti immagini satellitari, acquisite il 19 marzo, mostrano prove dello stazionamento degli intercettori a Rogachevo, così come di almeno un elicottero di ricerca e salvataggio Mi-17 (“Hip” in codice Nato) e un aereo da trasporto Il-76.

Già all’inizio dello scorso gennaio, la Flotta del Nord aveva schierato almeno un paio di Mig-31BM a Rogachevo, in via sperimentale, ma soprattutto in vista del dispiegamento di un distaccamento di bombardieri B-1B in Norvegia, che hanno effettuato il loro storico primo volo da un aeroporto situato a nord del Circolo Polare l’8 marzo. Un mese dopo, Mosca ha riutilizzato quegli aerei e i loro equipaggi per un nuovo dispiegamento. Si ritiene che il ministero della Difesa russo stia testando le capacità e l’uso del MiG-31 nel duro ambiente artico e stia valutando la fattibilità di dispiegamenti estesi a basse temperature su basi aeree e piste di atterraggio remote.

Sebbene nelle immagini del 19 marzo si possano vedere quattro postazioni libere dal ghiaccio sul piazzale, che sembrano essere causate dalla presenza di piccoli aerei a reazione, sembra che la base di Rogachevo non sia ancora stata ottimizzata per ospitare i Mig-31BM per lunghi periodi.

Da un’analisi del Csis (Center for Strategic and International Studies) apprendiamo che l’hangar vicino al piazzale, che si stima essere di circa 46 metri per 25, è grande appena per contenere quattro MiG-31. Inoltre, le strutture di stoccaggio del carburante di Rogachevo richiederebbero un ulteriore sviluppo per essere in grado di supportare l’aereo per qualsiasi tipo di dispiegamento di lunga durata. In altre parole, una base permanente richiederà probabilmente l’espansione dello spazio dell’hangar e ulteriore capacità di stoccaggio e distribuzione del carburante.

Non è chiaro se la Russia intenderà procedere in questa direzione, ma se così fosse il trasferimento nel remoto aeroporto della Novaya Zemlya di velivoli intercettori a lungo raggio, aumenterebbe notevolmente le capacità di interdizione russe nell’Artico, con importanti implicazioni per la sicurezza per gli Stati Uniti e la Nato.

Infatti, da Rogachevo, i Mig-31BM, se debitamente riforniti in volo per estenderne il raggio d’azione, possono raggiungere tranquillamente la base aerea statunitense di Thule, in Groenlandia, sede del 21esimo Space Wing che con i suoi radar è adibito alla sorveglianza e all’allarme tempestivo per la difesa dai missili balistici intercontinentali, facente parte quindi della catena di allarme precoce del Norad e del Usstratcom.

Inoltre consentirebbero alla Russia di estendere le sue capacità di proiezione di forza in buona parte dell’Artico. Il rafforzamento della presenza russa a Rogachevo, che già ospita un sistema di difesa missilistica S-400, espande le sue capacità A2/Ad in funzione di quell’idea di “nazionalizzazione” dell’Artico che il Cremlino accarezza da tempo, ovvero da quando ha unilateralmente stabilito di permettere il passaggio di navi per il trasporto di idrocarburi lungo la Rotta Nord (dal Mare di Barents a quello di Bering) solo a unità battenti bandiera russa: un forte segnale in tal senso che risale al 2018.

Il Dipartimento della Difesa statunitense è consapevole della minaccia di un aumento della presenza militare russa nella regione e ha recentemente affermato che lo stanno “monitorando molto da vicino”. L’impulso alla militarizzazione della regione da parte della Russia risponde anche – fattore affatto secondario – al desiderio di Mosca di proteggere la sua capacità nucleare di secondo attacco (second strike) basata sull’Artico: sin dai tempi dell’Unione Sovietica i gelidi mari del Grande Nord hanno rappresentato il “bastione” da cui operano i sottomarini lanciamissili balistici russi (Ssbn).

Da parte statunitense non ci si è limitati a “stare a guardare” come affermato dalla Difesa: sappiamo che Washington sta parimenti modernizzando il suo “dispositivo artico” cercando sia di migliorare le infrastrutture già esistenti, sia di dotarsi di nuovi mezzi (tra cui i fondamentali rompighiaccio di cui è carente).

Recentemente, poi, proprio a Thule, militari del genio hanno installato quello che si chiama Mobile Aircraft Arresting System: un sistema di arresto per cacciabombardieri, testato da un CF-18 canadese, che serve a facilitare le operazioni dei velivoli da combattimento in ambiente artico permettendone così l’impiego durante tutto l’anno.

Secondo il Csis, l’aumento delle attività e delle esercitazioni militari russe nell’Artico occidentale, così come i test di nuove capacità missilistiche ipersoniche nel Mar Bianco, suggeriscono che la postura di Mosca potrebbe non essere strettamente difensiva e limitata al suo “bastione”. Gli analisti statunitensi fanno notare che raramente passa una settimana senza un nuovo dispiegamento, esercitazione, test missilistico, operazione aerea o pattugliamento navale da parte di Mosca, ma, sebbene l’osservazione sia corretta, bisognerebbe ricordare che anche sul fronte opposto il rateo delle esercitazioni, ma soprattutto quello dei pattugliamenti navali e aerei, è drasticamente aumentato in breve tempo provocando così un meccanismo perverso di reciproca rincorsa.

Quello che è certo è che entrambi i Paesi, così come gli altri che si affacciano sulla regione (e non), hanno in essere una politica per l’Artico che non è solo di tipo civile, ma che prevede, per forza, la maggiore presenza di assetti militari a difesa delle reciproche istanze. Istanze che ricordano molto quelle di altri nazioni in altre aree del globo, a certificazione che è in atto, ormai da anni, uno scontro tra due “visioni del mondo”: una tesa a “nazionalizzare” gli spazi (marittimi o aerei), l’altra che al contrario difende il diritto alla libertà di navigazione ad ogni costo.

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