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E se l’Italia diventasse sempre più importante per gli Stati Uniti come alleato in Europa? La domanda inizia a circolare evidentemente con insistenza nei corridoi del Dipartimento di Stato e del Pentagono, a tal punto che la rivista statunitense Forbes, attraverso un’analisi di Loren Thompson, “incorona” Roma come partner che sta scalando le “classifiche” di Washington.

L’analisi di Forbes

Secondo quanto si legge nell’articolo, l’Italia si troverebbe in questo momento in una posizione ideale per aumentare il proprio prestigio all’interno delle gerarchie Usa. Il tutto grazie a una combinazione di elementi che riguarda non solo il piano internazionale, ma anche quello interno (sia americano che italiano). Dal punto di vista europeo, specialmente dopo le continue mosse della Francia per la difesa comune europea e l’autonomia strategica e con la Germania che non garantisce proiezione militare adeguata e guarda alla Russia, l’Italia appare come l’alleato più affidabile, non solo per le elevate qualità delle Forze armate ma anche per una politica estera che è perfettamente complementare rispetto a quella atlantica. Inoltre la presenza di Mario Draghi avrebbe in qualche modo ristabilito quelle priorità geopolitiche che per Washington sono essenziali in qualsiasi alleato.

Allontanato il rischio di vedere Roma scivolare nella Via della Seta cinese e confermato il posizionamento atlantico, l’attuale esecutivo è una garanzia per gli Stati Uniti. C’è poi un profilo di carattere militare, sia industriale che strategico. Washington in questo periodo sembra essere rimasta particolarmente colpita dalle qualità delle aziende italiane leader nel settore della difesa, in particolare Fincantieri e Leonardo. E sotto il profilo delle capacità belliche, Forbes cita in particolare la Marina italiana come la principale forza navale di un Mediterraneo sempre più turbolento e non privo di rischi anche per le strategie Usa.

L’interesse verso l’Italia

L’articolo elenca elementi noti per la comprensione dei rapporti tra Italia e Stati Uniti. Tuttavia, un’analisi come questa, visto anche la testata in cui appare, serve come sintesi per capire come stia cambiando l’immagine italiana nella difesa d’Oltreoceano. C’è una continua evoluzione nei rapporti tra due Stati. E se far parte dell’Alleanza atlantica è foriero di inevitabili vincoli, non sempre in linea con gli interessi nazionali, è altrettanto vero che la possibilità di mostrarsi come un partner solido all’interno del meccanismo euro-atlantico aiuta a essere considerato più rilevante. Anche a scapito di chi prova a strappare posizioni.

Questo anche perché la base su cui oggi sembra agire la politica estera Usa è soprattutto quella di concentrarsi su aree strategiche distanti dal Mediterraneo (Indo-Pacifico in primis) e sulla richiesta di maggiore attività da parte dei partner tradizionali. A Washington non interessa più avere “solo” influenza facendo da ombrello, ma anche avere alleati adeguati alle sfide. In questo senso, il Quad e Aukus rappresentano chiavi di lettura interessanti sulla svolta Usa nel rafforzare i proprio Paesi amici.

L’Italia, con le missioni in Afghanistan e Iraq, con gli interventi dal Golfo di Guinea al Corno d’Africa e con la presenza nei Balcani, ha fatto capire a molti analisti americani di essere uno dei partner migliori. Non solo un tassello geografico fondamentale nel mosaico per collegare i due oceani (Atlantico e Indiano), ma anche un attore che può garantire sicurezza in aree in cui il Pentagono e non vuole essere fisicamente presente. Sicuramente nell’interesse Usa e atlantico, questo è dato per scontato. Ma ciò comporta anche una migliore capacità di incidere rispetto a partner che via via appaiono più sfuggenti in quello che è considerato “l’impero americano”.

La contingenza politica

La base di assicurazione fornita dalle mosse italiane di questi anni si unisce anche a una congiuntura politica che sembra essere favorevole al rafforzamento dell’asse Italia-Usa.

Da una parte, nel Mediterraneo non ci sono attori che garantiscono contemporaneamente fedeltà atlantica, rispetto del diritto internazionale, capacità militari e tecnologiche e centralità geografica. Non possono farlo la Turchia, né la Grecia, né sembra in grado (almeno per il momento) di farlo la Spagna. La Francia anela a una posizione mediterranea, ma il suo sguardo ora è rivolto a diversi fronti, dall’Africa all’Indo-Pacifico e per gli Stati Uniti non garantisce una linea politica perfettamente in linea con i loro piani.

Dall’altra parte, l’esecutivo Draghi, soprattutto dopo i tentennamenti sotto Giuseppe Conte, appare perfettamente integrato nelle logiche euro-atlantiche, così come i partiti che lo sostengono. Inoltre, negli Stati Uniti c’è un’amministrazione che sembra non essere particolarmente contrarie alle istanze italiane, se non altro perché appunto è un Paese che garantisce la Nato in una fase estremamente delicata della politica mondiale e in particolare europea. Lo dimostra anche il fatto che la rassicurazione sul fronte cinese ha in qualche modo allentato la pressione su Roma, che scontava l’avere aperto alla Via della Seta le infrastrutture strategiche italiane, in particolare il porto di Trieste che è considerato un hub fondamentale per la vicinanza delle principali basi americane e atlantiche nella regione.

Il complesso militare-industriale

Fondamentali appaiono poi in questa fase anche gli accordi tra i due Stati nelle più importanti questioni di carattere strategico. Fincantieri ha concluso durante l’era Trump un accordo di enorme importanza strategica con la Marina degli Stati Uniti per la realizzazione delle nuove fregate della Us Navy. Attraverso Marinette Marine Corporation, il gruppo italiano partecipa così a uno die più importanti programmi di rafforzamento per la flotta di superficie statunitense. Inoltre, con Leonardo, l’Italia è coinvolta nel programma F-35 con mezzi assemblati in Italia, in particolare nel centro di Cameri.

Questa sinergia industriale tra Roma e Washington non è solo una questione economica, ma diventa evidentemente strategia nel momento in cui le difese dei due Paesi diventano sempre più integrate. Questo implica certamente un maggiore coinvolgimento italiano nelle strategie Usa, ma d’altro canto risponde anche alle domande sull’interessamento statunitense per quello che avviene nel territorio del Belpaese anche per ciò che riguarda l’industria della difesa. L’ultimo caso, come riportato da Repubblica, riguarda ad esempio l’acquisto di un’azienda italiana di droni da parte della Cina. Un caso che è stato segnalato anche Oltreoceano dal Wall Street Journal. Un’attenzione che si traduce quindi inevitabilmente nella richiesta di azioni che non spostino l’asse strategico del Paese verso altri lidi. Un equilibrio molto complesso tra oneri e onori, doveri e possibilità di sfruttarli a proprio vantaggio che l’Italia non può dimenticare di gestire. Altrimenti il rischio è duplice: rimanerne travolti, oppure perdere l’occasione e lasciare che altri Stati europei, a partire dalla Germania o anche da attori emergenti come le forze dell’Est Europa possano attrarre l’attenzione di Washington. E spostare la bilancia Nato a proprio vantaggio.

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