La geopolitica della corsa allo spazio
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Nell’estate del 2019, la Marina degli Stati Uniti ebbe degli strani “incontri” al largo della California. Alcune navi della flotta americana, in particolare cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, osservarono degli oggetti volanti non identificati che si avvicinavano, inseguivano e a volte quasi osservavano da vicino le manovre messe in atto dalle unità della Us Navy. Un episodio (e immagini) di cui sono venuti a conoscenza non solo esperti del settore, ma anche uomini legati al mondo dei media e dello spettacolo, a tal punto che in tanti hanno collegato quanto accaduto al largo della California con i più “tradizionali” presunti avvistamenti di fenomeni extraterrestri.

Qui va fatta subito una premessa: il concetto di oggetto volante non identificato, che viene spesso reso nell’acronimo Ufo, lascia molte volte spazio alle ipotesi più fantasioso. In realtà in questo caso il concetto è molto più pragmatico e poco fantascientifico. Si parla di Unmanned Aerial Systems, quindi di droni. E quelli che vengono definiti Unidentified Aerial Phenomena, e le inchieste, come quelle del portale The Drive così come le immagini confermate dalla stessa Marina americana, si riferiscono in vi principale a droni che non si è riusciti a identificare. Gli Stati Uniti da tempo studiano questo tipo di eventi servendosi anche di una task force apposita all’interno dello United States Office of Naval Intelligence, l’agenzia di intelligence militare della Marina Usa. Ma per quanto riguarda gli episodi del luglio 2019, continuano a esserci dubbi: perché nessuno, almeno ufficiale, sa cosa è accaduto davvero nel Pacifico e da dove arrivassero quei droni.

Quello che invece inizia ad apparire certo è che quelle incursioni di droni misteriosi intorno alle navi della Us Navy non furono episodi isolati, ma apparizioni sistematiche durate per tutto quel luglio 2019. Un “assedio” talmente prolungato e articolato da costringere la flotta Usa a utilizzare diverse contromisure per provare a eludere eventuali capacità di disturbo di questi droni e anche colpirli. Le carte, rilasciate a The Drive dallo stesso governo americano come risposte per il Freedom of Information Act, non mostrano tutto. Alcuni elementi sono oscurati in quanto dati sensibili legati a questioni di natura militare. Tuttavia, i registri delle navi coinvolte negli avvistamenti confermano tanto: le posizioni, gli ordini impartiti, il fatto che queste incursioni siano continuate per settimane, e che la Marina ha schierato una varietà di armi per contrastarle. Non solo squadre di intelligence per identificare questi velivoli (gli SNOOPIE), ma anche unità esperte nel jamming, cioè il disturbo delle frequenze tra drone e pilota (i cosiddetti “Ghostbusters”), fino a Small Craft Action Teams (SCAT) armati di mitragliatrici pesanti con compiti di colpire i droni che si avvicinavano troppo all’unità su cui erano imbarcate queste forze.

A queste informazioni, si aggiungono una serie di domande a cui i documenti ricevuti da The Drive non possono dare una risposta completa. Innanzitutto, come ricorda David Hambling su Forbes, non è dato sapere se vi sia stati episodi simili successivi al 30 luglio 2019. Quei documenti fanno riferimento solo a quel mese, ma non è detto che gli avvistamenti si siano conclusi quell’estate. Inoltre, se quelle incursioni sono finite a luglio del 2019, ci si potrebbe chiedere se i droni abbiano semplicemente terminato la loro missioni oppure sono stati abbattuti da uno dei sistemi messi in atto dalla Marina degli Stati Uniti per colpirli.

Domande cui fino a questo momento non sono giunte risposte, ma che confermano che il lavoro delle indagini e le inchieste giornalistiche e degli esperti continueranno per diverso tempo. Il tema è particolarmente importante per il Pentagono, soprattutto perché quello che è avvenuto nell’oceano Pacifico, escluse le ipotesi di fenomeni extraterrestri, rischia di essere un inquietante buco nella sicurezza delle forze armate Usa. Non solo dopo anni non si riesce a capire se quei droni fossero civili o militari e, in questo secondo caso, di quale nazionalità. Ma quello che interesse è soprattutto capire se la capacità di reazione della Marina americana sia stata adeguata alla minaccia. I droni, in questa precisa fase storica, rappresentano uno dei pilastri del nuovo modo di condurre la guerra. Tutte le potenze mondiali, ma anche Stati poveri o emergenti così come milizie e attori non statli, stanno puntando sui velivoli a pilotaggio remoto come fulcro della nuova generazione di mezzi in dotazione jei propri arsenali. Essere stati per un mese in balia di questi velivoli non è un segnale che al Pentagono prenderanno sotto gamba.

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