Le mire trumpiane sulla Groenlandia hanno portato alla ribalta del pubblico una questione che in realtà è presente nell’agenda strategica di molti Paesi da molto tempo: la politica per l’Artico. Stati Uniti, Russia e i Paesi nordici della NATO si affacciano su quella regione inospitale e insieme alla Repubblica Popolare Cinese (RPC), da almeno un decennio, stanno, con enfasi diverse, recuperando o formulando ex novo una propria dottrina per il Grande Nord.
Le motivazioni di questo rinnovato interesse sono molteplici e differenti a seconda del Paese in questione, alcune anche di carattere storico, ma possiamo grossomodo riassumerle in tre punti principali: lo sfruttamento delle risorse naturali e minerarie, la possibile apertura di nuove rotte commerciali causata dal riscaldamento globale, l’ampliamento o la costituzione di una propria fascia di sicurezza strategica.
Mosca, Washington e Pechino hanno messo per iscritto la propria politica strategica per l’Artico, e in particolare la Russia è il Paese che più si è attivato per recuperare quell’impronta strategica perduta con il dissolvimento dell’Unione Sovietica. Il presidente Putin nel corso degli ultimi tre lustri ha varato una serie di provvedimenti volti a recuperare la presenza nell’Artico di pertinenza russa in particolare dal punto di vista infrastrutturale, energetico e militare. Del resto la Russia, insieme al Canada, è il Paese con la più grande porzione di territorio afferente all’Artide, pertanto per Mosca, sin dai tempi dell’URSS, esso rappresenta un confine non solo da difendere ma da utilizzare per proiettare la propria potenza verso il continente nordamericano.
La strategia russa…
La “Nuova Dottrina Navale della Federazione Russa”, risalente al 2010 ma aggiornata nel 2015, aveva previsto infatti la creazione di un comando interforze per l’Artico con alle sue dipendenze brigate di fanteria meccanizzata e corazzate, forze speciali e varie basi aeree e sistemi di difesa antiaerei basati a terra che, unitamente alle unità navali della Flotta del Nord, attivano una bolla A2/AD. Oltre a questo, ovviamente, c’è stata una implementazione dei sistemi di sorveglianza, monitoraggio, tracciamento dei bersagli a medio, lungo e lunghissimo raggio. Tutte queste unità sono poste sotto un apposito comando interforze creato a Severomorsk che ha assorbito interamente le funzioni di comando della Flotta del Nord e della Prima Divisione Difesa Aerea.
Mosca, con un lungo piano di investimenti, ha cercato di creare anche nuove infrastrutture nella Siberia settentrionale che sono state supportate anche dalla costruzione di centrali nucleari galleggianti. I centri nevralgici delle forze russe nell’Artico sono situati nelle isole della Novaya Zemlja, Kotelny e Zemlja Aleksandry dove è stato costruito il complesso chiamato “Trifoglio Artico”, in grado di accogliere 150 uomini in modo permanente e dotato di pista di atterraggio.
… e quella americana
Gli Stati Uniti nella loro nuova strategia per l’Artico pubblicata nel 2024 affermano che la regione artica di loro competenza è cruciale per la propria sicurezza e per quella della NATO, e soprattutto essa viene definita come il fronte Nord del teatro Indo-Pacifico, un punto fondamentale per capire l’aggressività di Washington nei confronti della Groenlandia. Nell’Artico ci sono colli di bottiglia marittimi – vengono citati lo Stretto di Bering e il Mar di Barents – che, grazie al cambiamento climatico, stanno diventando strategici per i traffici navali, aprendo nuove vie di comunicazione e quindi aumentando la competizione internazionale. In quel documento Washington affermava che le attività nell’Artico della RPC e della Russia – e la loro crescente cooperazione – insieme all’allargamento della NATO avrebbero preannunciato un nuovo e più dinamico contesto di sicurezza in quella vasta regione del globo. Questo mutamento generale aveva, secondo il Pentagono, il potenziale per alterare la stabilità e il quadro complessivo della sicurezza dell’Artico, presentando però l’opportunità per il Dipartimento della Guerra di rafforzarla approfondendo la cooperazione con alleati e partner.
Il fattore Cina
Il maggior fattore destabilizzante per gli USA è la Repubblica Popolare Cinese. Si osserva infatti che Pechino include l’Artico nella sua pianificazione a lungo termine e cerca di aumentare la propria influenza e le proprie attività in quella regione. Sebbene non sia una nazione artica, la RPC sta tentando di sfruttare le dinamiche in corso nell’Artico per perseguire una maggiore influenza e accesso, sfruttarne le risorse e svolgere un ruolo più importante nella gestione del Grande Nord. Pechino in effetti sta rafforzando le proprie capacità operative in ambiente polare, dove la sua presenza, sebbene limitata, è in aumento. Ad esempio, sta dando impulso alla cantieristica per rompighiaccio di ultima generazione e nel corso delle 13 spedizioni di ricerca artiche condotte fino a oggi, le sue navi hanno testato, tra le altre attività, veicoli sottomarini senza pilota.
Negli ultimi anni le navi della marina dell’Esercito di Liberazione Popolare (PLAN) hanno anche dimostrato la capacità e l’intenzione di operare all’interno e attorno alla regione artica attraverso esercitazioni a fianco della marina russa. Sebbene la stragrande maggioranza dell’Artico sia sotto la giurisdizione di Stati sovrani, la RPC cerca di promuovere la regione artica come un’area di “diritto globale” (global common) al fine di poter avere accesso alla sua regolamentazione e sfruttamento. Una visione che cozza contro la nazionalizzazione della quasi totalità del bacino del Mar Cinese Meridionale che la RPC sta perseguendo da anni.
La politica artica del 2018 di Pechino sostiene che gli Stati non artici dovrebbero contribuire al “futuro condiviso per l’umanità” della regione a causa dell’importanza globale dell’Artico, mentre la Via della Seta Polare è stata utilizzata per guadagnare terreno con investimenti in infrastrutture e risorse naturali, anche nel territorio degli alleati della NATO, come ad esempio la Groenlandia, dove però la maggior parte delle imprese cinesi sono state estromesse, anche dalle concessioni minerarie, per volontà danese.
L’Europa alla rincorsa
Anche l’Europa ha recuperato la sua presenza in Artico sebbene in modo minore rispetto alle tre potenze globali: in ambito NATO la presenza in Islanda è tornata a essere continua, soprattutto di assetti aerei per missioni di Air Policing e di sorveglianza marittima e alcuni paesi nordici come la Norvegia, la Finlandia e la Svezia hanno aumentato il rateo delle proprie esercitazioni in ambiente artico. Oggettivamente, però, quanto fatto in questi anni dall’Europa non basta per esprimere una capacità di deterrenza nell’Artico, in quanto territori come la Groenlandia, la stessa Islanda, o le isole Svalbard restano praticamente senza presidi militari permanenti efficaci. Sebbene non ci sia la necessità di difendere l’Artico da possibili invasioni russe o cinesi, è comunque necessario, visto il ritorno della politica delle sfere di influenza, mantenere in aree così disabitate dei presidi permanenti e militarizzati.