Russia: niente lavori di ammodernamento per l’incrociatore Pietro il Grande

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L’incrociatore “Pietro il Grande”, della classe Kirov, nave ammiraglia della Flotta russa del Nord basata tra Murmansk e Sevoromorsk, non sarà ammodernato come da piani originari di Mosca. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale russa TASS, una commissione speciale avrebbe deciso di annullare i piani di ammodernamento della datata unità maggiore, in seguito al completamento dei lavori di ristrutturazione della sua nave gemella, la ”Admiral Nakhimov”.

Tale decisione scaturirebbe dalle condizioni estremamente precarie in cui versa il “Pietro il Grande”, che renderebbero eccessivamente oneroso un intervento di aggiornamento paragonabile a quello effettuato sul “Nakhimov”, che ha terminato le prove in mare a giugno 2026 dopo 25 anni di lavori – a più riprese – e 5 miliardi di dollari spesi.

Quando entrarono in servizio per la prima volta, verso la fine degli anni Settanta, le unità del Progetto 1144 Orlan – note alla NATO come classe Kirov – rappresentavano le più grandi navi da combattimento di superficie – escluse le portaerei statunitensei – costruite dopo la Seconda Guerra Mondiale con un dislocamento di circa 26mila tonnellate. Le loro dimensioni e il loro pesante armamento le rendevano difficili da inquadrare nelle categorie navali del dopoguerra, per questo molti analisti occidentali le definirono “incrociatori da battaglia”, sottolineando come si trattasse di qualcosa di ben più imponente di un normale incrociatore. Nella configurazione originale, l’armamento offensivo era incentrato su 20 missili antinave SS-N-19 Shipwreck (P-700 Granit). Si trattava di ordigni di dimensioni nettamente superiori a quelle dei missili tipo Exocet o Harpoon, identici a quelli in dotazione ai sottomarini classe Oscar. Progettati come “killer di portaerei” avevano una gittata massima di circa 260 miglia nautiche (480 km) e trasportavano una testata da 750 kg.

L'”Admiral Nakhimov”, terza unità della classe e nave dai costi di gestione elevatissimi, finì vittima del drastico ridimensionamento della Marina russa seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Negli anni Novanta, a causa degli onerosi costi operativi, fu ritirata dal servizio attivo e posta in riserva. Tuttavia, la nave scampò alla demolizione, ottenendo una seconda opportunità nel quadro del programma di modernizzazione della Marina russa avviato nel 2008. I definitivi lavori di ammodernamento sono iniziati nel 2015, dopo più di un decennio di avvii e sospensioni, e si sono protratti sino al 2025. Oggi l’unità è tornata a navigare, avvicinandosi gradualmente al pieno stato operativo.

I lavori sul “Nakhimov” hanno previsto lo sbarco dei missili Granit per accomodare 80 celle di lancio verticali per missili da crociera tipo Kalibr e i nuovi vettori ipersonici Zircon. La dotazione antiaerea è stata modernizzata con l’imbarco del sistema S-400 navalizzato in loco dell’S-300 e anche l’ampio complesso di armamenti a corto raggio – cannoni, razzi antisommergibile e siluri – è stato oggetto di aggiornamenti.

Le restrizioni al bilancio

I ritardi nei lavori di ammodernamento del “Nakhimov” hanno probabilmente compromesso anche i piani di aggiornamento del “Pietro il Grande”: il prolungarsi dei lavori di ripristino ha infatti posticipato la consegna del “Nakhimov” di circa 8 anni – dal 2018 al 2026 – portando la durata complessiva del processo di modernizzazione a circa 12 anni. Tali ritardi hanno verosimilmente assorbito gran parte dei fondi originariamente destinati all’ammodernamento del “Pietro il Grande” in un periodo storico in cui le risorse finanziarie russe vengono drenate dal conflitto in Ucraina e dell’esigenza primaria della Flotta di Mosca di mantenere e modernizzare la componente sottomarina della sua triade nucleare, essendo questa l’unico vero deterrente che possiede la Federazione russa.

Considerando pertanto che l’ammodernamento di questa grande unità di superficie sarebbe stato eseguito con le stesse modalità di quello del “Nakhimov”, la direzione della Flotta russa ha deciso di non proseguire su questa strada, lasciando così il “Pietro il Grande” in una sorta di limbo tra la radiazione e il servizio attivo in obsolescenza.

La nave figura infatti tra le ultime vittime di un’ulteriore ondata di restrizioni di bilancio imposte alla Marina russa: una situazione che richiama alla mente la serie di dismissioni e demolizioni avvenute dopo il crollo dell’Unione Sovietica, in un periodo segnato da scarsità di fondi e difficoltà finanziarie che lasciarono un budget esiguo per la manutenzione di quella che un tempo era una vasta flotta d’altura sovietica.

Il privilegio dei sottomarini

Anche quando vennero destinate risorse alla Marina russa, intorno alla metà degli anni 2000, l’attenzione e i finanziamenti si concentrarono quasi esclusivamente sulla componente sottomarina per la motivazione già citata, lasciando la flotta di superficie in una condizione di cronica carenza di fondi. L’esempio di questa politica, determinata anche dalle sanzioni internazionali che hanno colpito la Russia sin dal 2014, è la sorta che è toccata alla sua unica portaerei e nave ammiraglia della marina russa, la “Admiral Kuznetsov”, che è rimasta vittima dei tagli al bilancio. I lavori di ammodernamento su questa nave, che dovevano comprendere lo sbarco di sistemi missilistici e l’adeguamento di impianto di propulsione e dei sensori di bordo, sono stati sospesi nel 2025, al termine di un periodo in cantiere costellato di incidenti e contrattempi.

Pertanto, ora nella Flotta russa restano in servizio solo tre grandi unità: il “Nakhimov” e due incrociatori classe Slava — il “Marshall Ustinov”, in forza alla Flotta del Nord, e il “Varyag”, attuale nave ammiraglia della Flotta del Pacifico, dopo che il “Moskva” è stato affondato dagli ucraini nei primi mesi del conflitto. Si pensa che le restrizioni di bilancio determinate dalla guerra in Ucraina potrebbero portare alla dismissione di uno dei due incrociatori classe Slava, dato che entrambe le unità sono in servizio da circa 40 anni senza aver mai subito un ciclo di grandi lavori di revisione.

Queste perdite, se non ammortizzate da nuove costruzioni, lasceranno la Flotta russa con un grave deficit di unità maggiori di superficie, considerando che anche i cacciatorpediniere di classe Udaloy hanno raggiunto una media di 35 anni di servizio. La marina di Mosca, che ai tempi dell’URSS rivaleggiava con quella statunitense, potrebbe quindi ritrovarsi a essere composta da unità di medio/piccolo tonnellaggio e incentrata essenzialmente su fregate di tre tipologie di classe (Steregushchiy Gremyashchiy e Admiral Gorshkov). Questa situazione ridurrà la capacità di proiezione di forza e le possibilità di scorta in funzione antinave ma soprattutto antiaerea, trasformando la marina russa in una flotta che ha nella componente sottomarina l’unica veramente efficace nel compimento della propria missione. Bisogna anche considerare che, nell’ottica operativa degli SSBN russi entro i propri bastioni marittimi, la perdita di capacità antisuperficie e antiaerea della flotta può tradursi in una riduzione della capacità di sopravvivenza dei sottomarini lanciamissili, quindi in una riduzione della capacità di deterrenza nucleare russa.