Washington ha un timore: la fragilità della filiera di approvvigionamento militare è sempre più palese. C’entra la corsa americana ad armare l’Ucraina dopo l’invasione russa, ma il problema ha radici più profonde, nella sfida del governo della logistica e delle reti di fornitura delle forze armate Usa.
Il 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, il Dipartimento della Difesa ha pubblicato un documento indicativo in tal senso sottolineando che il Pentagono non aveva contezza di circa il 97% dei fornitori del suo sistema logistico. Non controllato direttamente tramite le forniture di primo livello.
Il Dipartimento della Difesa ha indicato quattro vie maestre di sviluppo della resilienza dell’industria della Difesa: in primo luogo, l’internalizzazione del massimo numero di processi nel territorio nazionale. In secondo luogo, l’interoperabilità tra le agenzie e gli apparati per forniture capaci di creare economie di scala; in terzo luogo, la creazione di alleanze e processi comuni con i Paesi partner della Nato e dell’Occidente, compensando la presenza di settori in cui l’onshoring non è possibili con l’ally-shoring e l’interconnessione delle catene del valore; infine, l’inserimento del piano di rilancio della Difesa in un più complesso disegno industriale.
War on the Rocks ricorda che “la fragilità della catena di approvvigionamento del Dipartimento della Difesa non è un problema nuovo. Oltre cinque anni fa, un rapporto del Government Accountability Office ha evidenziato che mancavano le informazioni necessarie per gestire efficacemente i rischi della catena di approvvigionamento nel settore della difesa” e si è reso palese il processo di grande dipendenza di Washington da materiali critici e metalli rari di vario tipo.
In quest’ottica, “la maggior parte dell’attenzione sulla gestione della supply chain e sulla gestione del rischio della supply chain avviene” oggigiorno “attraverso la lente della logistica”. Il Pentagono, in altre parole, delega alle aziende e ai loro subappaltanti la verifica dei procedimenti di controllo qualità dei componenti e della sicurezza “geopolitica” insita. Questo porta a esiti paradossali come la presenza di componenti cinesi formalmente vietati in ogni caccia F-35 americano o l’assenza, fino a pochi mesi fa, di una strategia della Difesa Usa sul decisivo settore dei chip.
Il tema è diventato di grande attinenza politica dopo che a gennaio il “falco” repubblicano Mike Gallagher, presidente del Comitato della Camera dei Rappresentanti sul Partito Comunista Cinese, ha posto in evidenza la sfida che la crisi degli approvvigionamenti può comportare alla sicurezza della deterrenza Usa verso Paesi come la Cina. Agli Stati Uniti serve una strategia integrata per potenziare il controllo del Pentagono sulla sfida degli approvvigionamenti, per evitare che una qualsiasi crisi in un punto della catena del valore possa mettere a rischio la struttura stessa di programmi decisivi per gli armamenti americani.
A ciò si aggiunge la complessa sfida delle forniture all’Ucraina. Boeing, Rayethon, Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics, i primi cinque appaltatori del Pentagono, sono stati chiamati in campo per commissionare la produzione di Javelin, Himars e tutto il resto dell’armamentario a stelle e strisce destinato a Kiev. Il risultato? Una deviazione di risorse dai programmi già avviati, in passato già condizionati dal Covid, e uno stress alle catene produttive.
Dovendo fornire all’Ucraina armi pronte a essere utilizzate e a ciclo continuo, nota il Financial Times, le aziende “hanno adottato un sistema snello di produzione – una strategia di consegna just-in-time favorita dall’industria automobilistica basata sul non avere molti pezzi di ricambio in inventario – al fine di risparmiare denaro in un sistema di produzione ad alta intensità di capitale” e accelerare la strutturazione dei programmi in sinergia con i subappaltatori. Processi che, chiaramente, vanno poco di pari passo con la dedica delle catene di produzione alla priorità ucraina, fonte di ulteriore destrutturazione.
Il sistema è dunque complesso e parcellizzato. E nelle forze armate Usa emerge il pensiero che Washington potrebbe non essere in grado di sostenere un alleato, come Taiwan, in caso di guerra aperta in un contesto di crisi ucraina ancora aperta. E la percezione della vulnerabilità di un sistema tanto ipertrofico, alimentato dalla spesa militare più vasto del mondo, da essere ingovernabile. Le forze armate Usa si ripropongono di poter vincere ogni guerra, a ogni latitudine, per mare, terra e cielo. Sapranno vincere anche quella contro loro stesse e anni di scarsa organizzazione del procurement? La risposta a questa domanda sarà cruciale per la primazia geopolitica americana.

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