Il mondo come lo conosciamo, anche nel suo nuovo assetto multipolare, sta vivendo un momento di forte instabilità. La guerra ai confini di quella che alcuni potrebbero definire l’Europa occidentale, o occidentalizzata, e non continentale, ha risvegliato la necessità di una graduale corsa al riarmo, che in contemporanea con l’ascesa della nuova amministrazione Trump, che ha fatto della parola d’ordine “MAGA” il proprio cavallo di battaglia, pare essersi rivelata sempre più impellente.
Mezzi diversi, scopo comune
In questo contesto, da tempo risuona l’espressione “Difesa europea” o “Difesa comune”, spesso accompagnata da una generica confusione tra mezzi e scopo. Per molti un’utopia a lungo scalzata dalla tranquillità concessa dal trattato dell’Alleanza Atlantica e dall’ombrello missilistico che però gli Stati Uniti d’America hanno minacciato di chiudere a loro piacimento, non volendosi sentire vincolati a garantire protezione incondizionata agli Stati europei che potrebbero non allinearsi alle volontà di Washington sullo scacchiere che vede muovere i pezzi da Mosca e Pechino.
È in questo scenario quando mai delicato che dobbiamo ricordare come la Difesa comune o europea debba necessariamente passare non solo per un riarmo, ossia un aggiornamento e adeguamento dei mezzi, delle risorse e delle tecnologie da mettere in campo per essere pronta ad affrontare un conflitto moderno, ma che tale riarmo dovrebbe riflettere attentamente sulla possibilità di unire non solo le forze come farebbe in caso di guerra, secondo i vincoli del Patto Atlantico, ma le condivisione nello progettare, sviluppare e produrre sistemi d’arma che possono garantire l’interoperabilità. La vera chimera della Difesa europea che già non può contare, e questo è un tema con delle criticità a se, con una intelligence europea che conduca operazioni di spionaggio e condivida le informazioni apertamente, passate, presenti e future che potrebbero compromettere gli interessi del singolo Stato.
In questi giorni una nuova problematica sorta all’interno del programma per l’ottenimento del nuovo caccia di 6ª generazione che dovrebbero produrre in collaborazione Francia e Germania, ci ricorda come le potenze del Vecchio continente, che dovrebbero appunto cercare nella difesa comune quell’autonomia strategica europea che non hanno mai cercato e trovato sotto l’ombrello statunitense, potrebbero trovare proprio dalla nuova generazione di caccia, piattaforma essenziale per imporre o mantenere la superiorità aerea e utilizzare armi di precisione a corto, medio e lungo raggio, la coesione e l’auspicata dall’interoperabilità.
Caccia di 6ª generazione e “contratti”
Come ricorda il professor Alberto Pagani in un commento alla questione Fcas, acronimo di Future Combat Air System, programma per lo sviluppo del caccia franco-tedesco-spagnolo di 6ª generazione che sembra essere in forte ritardo rispetto ai piani: “La cosa più sensata, se veramente si crede nella necessità di costruire l’autonomia strategica europea, sarebbe trasformare questa difficoltà nell’occasione di far convergere il progetto franco tedesco con quello che noi italiani stiamo sviluppando insieme ad inglesi e giapponesi“, per questo, cita il professore come ottimo spunto, “unire gli sforzi“, per quanto complesso, “permetterebbe di avere un mercato di sbocco sufficiente per finanziare la ricerca e sviluppo necessaria ad innovare davvero le tecnologie, e questo non produce solo un prodotto militare migliore, ma sopratutto vantaggi per l’industria civile che beneficerà del trasferimento tecnologico“.
Il programma in questione, del quale abbiamo ampiamente scritto, è il Global Combat Air Program o Gcap, promosso avanti da Regno Unito, Italia e Giappone, per sviluppare un caccia di 6ª generazione prodotto dalla sinergia tra la britannica Bae, l’italiana Leonardo e la giapponese Japan Aircraft Industrial Enhancement. Il programma franco-tedesco-spagnolo, invece, vede coinvolte la francese Dassault Aviation, l’azienda Airbus, Indra Sistemas ed Eumet. Emblematica è la dichiarazione dell’amministratore delegato di Dassault Aviation, azienda francese produttrice dei Mirage 2000 e dei Rafale, che ha mantenuto Parigi lontana dal programma F-35, come riportato da Affari Economici. Eric Trappier ha dichiarato che la Francia si è impegnata nella cooperazione per un “Europa un po’ più unita”, ma che “il problema è che quando si entra nel merito dei contratti, è più complicato”.
Eppure questo problema dei contratti e la volontà di una parte di Stati interessati a sviluppare un loro caccia di 6ª generazione anche con l’idea di esportare il prodotto a terzi, proprio come è avvenuto per l’F-35 Joint Strike Fighter, non tiene conto dell’interoperabilità dei sistemi che, in una Difesa comune, dovrebbero essere ridotti al minimo. Tanto più che tutti i programmi per lo sviluppo di ogni arma del futuro puntano su un’estrema flessibilità e interconnessione dei sistemi. Tra terra, mare, cielo e spazio.

Il problema dell’interoperabilità, tra utopie e buoni esempi
Tornando sul punto chiave della Difesa europea, ossia il problema di interoperabilità dei sistemi, Claudio Verzola ricorda dalle pagine di Difesa Online come si tratti di un “problema strutturale, che va affrontato insieme ad altri per consentire di realizzare una difesa comune europea libera dai condizionamenti imposti da partner esterni“.
Se si confrontano le forze armate dei Paesi dell’Unione Europea che potrebbero unirsi in una Difesa comune, si nota come tali forze operano con “oltre 170 sistemi d’arma principali“, a fronte dei “circa 30 impiegati dagli Stati Uniti“. L’analista cita come buoni esempi proprio il programma Future Combat Air System guidato da Francia, Germania e Spagna, e il Main Ground Combat System, programma per il carro armato del futuro che dimostra come una “cooperazione industriale europea” nel campo degli armamenti non sia soltanto “possibile”, ma auspicabile se la “visione politica e fiducia reciproca” verrà posta alla base dei programmi che metteranno da parte la competitività, senza tralasciare ovviamente l’eccellenza come criterio necessario, in virtù della sicurezza comune.
La joint venture tra Leonardo e Rheinmetall, finalizzata alla realizzazione di nuovi mezzi terrestri, è un buon esempio di sinergia industriale transnazionale che non è assente nel Vecchio Continente e che permette di superare l'”illusione dell’autosufficienza strategica nazionale“, considerata dall’analista Verzola più utopistica dell’idea di una difesa comune. Questi due esempi mostrano come i sistemi d’arma condivisi siano la base da cui dovrebbe partire il ReArm in Europa, che, citando ancora Verzola del quale vi invito a leggere per intero o “impara a difendersi insieme, o resterà una somma di debolezze“.

ReArm Europe: discusso ma necessario?
Non è raro ascoltare, in questi mesi di dibattito sul riarmo dell’Europa, opinionisti e analisti convinti che ogni riarmo sia inutile nello scenario di scontro con la prima potenza nucleare del mondo per numero di testate atomiche. Analisi discutibili che non troveranno spiegazione di seguito.
Né che la triade nucleare della Francia, che vuole elevarsi a protettrice dell’Unione Europea, o quella del Regno Unito, che mira a tornare una potenza globale, sarebbero in grado di dissuadere qualunque potenza dallo scontro. Queste analisi sono discutibili e non troveranno spiegazione di seguito.
Ciò che va invece ricordato è che gran parte delle critiche mosse al ReArm Europe si concentrano sul rischio che, in assenza di una vera strategia, questo grande piano finirà per “arricchire” e favorire gli interessi di singole potenze, come gli Stati Uniti, leader del settore nelle esportazioni di armamenti in Occidente, che pretendono un aumento della spesa fino al 5% del Pil di ogni Stato membro della Nato, e della Germania. Ebbene queste critiche non tengono conto di una necessità reale e spesso sviano l’attenzione dalla vera condizione in cui si trova l’Europa, una manciata di Stati con un passato illustre che rischiano di essere travolti o soggiogati dai giganti che si sono risvegliati.

