Riarmo europeo? No, la Germania vuole i Tomahawk Usa anche se Trump minaccia di ritirare le truppe

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La Germania sta spingendo per acquistare dagli Usa i missili Tomahawk dopo che il presidente Donald Trump ha annullato lo schieramento nel Paese centrale in Europa di una batteria dell’esercito americano armata proprio con questi potenti vettori da crociera, decisivi per la proiezione militare degli apparati di Washington. Lo riporta il Financial Times, segnalando come Boris Pistorius, ministro della Difesa del governo di Friedrich Merz e uomo del riarmo per Berlino, sia pronto a chiedere a Pete Hegseth, capo del Pentagono, un incontro a Washington per discutere dell’acquisizione di capacità di attacco in profondità da parte della Germania, che ha in campo un ambizioso progetto di riarmo da 355 miliardi di euro in 15 anni, di cui diverse potenziali occasioni di spesa si stanno già concretizzando.

Berlino spinge, a voce, sulla necessità di un pesante riarmo per l’Europa ma nei fatti è decisamente propensa a diversificare le prospettive di acquisto, specie in un contesto politico dove il cancelliere Merz intende ricucire il profondo strappo apertosi nelle ultime settimane tra la leadership nazionale e la Casa Bianca. Mentre l’Europa si interroga sulle capacità effettive di acquisizione di strumenti da attacco in profondità per preparare le forze del Vecchio Continente a futuri scenari conflittuali e mentre Germania e Regno Unito analizzano la possibilità di sviluppare congiuntamente la tecnologia del Deep Precision Strike per uno sviluppo comune di nuove frontiere offensive, la sensazione della Germania è che queste necessità siano da soddisfare nel breve periodo. E in tal senso il ritiro della proposta americana di schierare batterie Tomahawk basate a terra, assieme a quelle complementari di Typhon, parla chiaramente e sistematicamente dell’oggettivo iato tra sogni e realtà che il programma di riarmo europeo deve affrontare.

Da un lato, Berlino è capofila di progetti sistemici che mirano a fare dell’Europa una potenza strategica e militare e progetta addirittura scenari futuribili di guerra in cui nuove unità, le cosiddette “Forze Medie”, potrebbero essere pensate per intervenire direttamente nei Paesi Baltici in caso di invasione russa nei prossimi anni. Dall’altro, il track record della Germania parla chiaramente di una spinta continua e sistematica a cercare approvvigionamenti militari fuori dall’Europa.

La volontà di acquisire i Tomahawk, sulla scorta di quanto già fatto da Paesi Bassi e Giappone, non segnala solo che ad oggi sono le industrie Usa quelle capaci di garantire la maggior capacità di fornitura di prodotti pronti all’uso ma mostra anche un orientamento chiaro della Germania, che non cambia al passare dei cancellieri: per la Germania il riarmo deve essere innanzitutto tedesco, poi europeo. Ovvero: fornire utilità alle necessità strategiche di Berlino, e di conseguenza ai suoi interessi spesso ben precisi e standardizzati. Anche a scapito dell’Europa. E così Merz accelera la produzione di caccia Usa F-35 negli stabilimenti Rheinmetall e propone gli acquisti di antiaerea Arrow-3 israeliana snobbando il Samp-T italo-francese mentre, al contempo, spinge sui Tomahawk. C’è Europa e Europa. E per Merz non c’è, nella Difesa, Europa senza Washington (e Tel Aviv). Le parole raccontano gli screzi con Trump. La realtà concreta, invece, dice di una Germania che si sente ancora decisamente americana. Perlomeno nelle dotazioni che danno sicurezza alle proprie forze armate.