Il vertice di Londra sulla Difesa europea ha visto l’emersione di una forte propensione di Francia e Regno Unito a valorizzare politiche comuni per la garanzia di sicurezza all’Ucraina e per l’apertura a un maggiore impegno per la spesa militare, fornendo crescenti risorse a programmi comuni e di ampio respiro.
Essenzialmente, Londra e Parigi propongono di garantire, col sostegno Usa ma con mezzi essenzialmente europei, la futura integrità territoriale dell’Ucraina, sostengono un cessate il fuoco di un mese che sia presupposto di un accordo duraturo Kiev-Mosca e apra all’applicazione di vere garanzie di sicurezza europee. Questo presuppone un ruolo dei due Paesi e di chi ci starà nel garantire la tutela di Kiev e in prospettiva nel supplire al possibile disimpegno europeo dell’America, che si vuole concentrare sull’Indo-Pacifico. Un modo per raccogliere la sfida americana e lo stimolo ad alzare le spese militari e al contempo abbozzare un percorso europeo. Ma tra i proclami e i fatti c’è un grande tema: quello delle capacità operative.
L’ambizione di leadership di Macron e Starmer
Emmanuel Macron e Keir Starmer, reduci dal viaggio oltre Atlantico da Donald Trump, hanno nelle ultime settimane mostrato un grande attivismo. Macron ha promosso l’idea di un contingente di pace europeo in Ucraina, il primo ministro britannico, invece, ha annunciato l’innalzamento della spesa militare dal 2,3% al 2,5% del Pil. “Abbiamo concordato che il Regno Unito, insieme alla Francia e forse a uno o due altri Paesi, lavorerà con l’Ucraina su un piano per fermare i combattimenti con la Russia, e poi discuteremo quel piano con gli Stati Uniti”, ha detto Starmer in un’intervista alla Bbc, seguendo lo stimolo di Donald Trump, che di fatto ha affidato a Londra la guida dei colloqui “formato Ramstein”.
Su cosa si basa la spinta franco-britannica alla leadership europea? Su un presupposto politico e uno militare-strategico. Sul primo fronte, Parigi e Londra rivendicano il loro ruolo di alleati più che secolari, la presenza al Consiglio di Sicurezza Onu e, nella fase contingente, la capacità di fornire, prontamente, sostegno risoluto a Kiev. Inoltre, Parigi e Londra possono mostrare unità saldando due sistemi-difesa storicamente rivali nel secondo dopoguerra nella corsa ad appalti, programmi, procurement, fornendo un perno attorno cui far posizionare Paesi come Italia, Germania e l’arrembante Polonia che seguono meno certe logiche rigide. Soprattutto, la Francia intende coinvolgere Londra per portare oltre l’Unione Europea guidata dalla poco fidata Ursula von der Leyen il discorso sulla Difesa collettiva.
I limiti delle capacità operative: il caso francese
A questo segue un dettame strategico-militare. Su questo secondo fronte, Londra e Parigi rivendicano il ruolo di uniche potenze atomiche europee capaci di esercitare piena deterrenza e capacità di tutela del Vecchio Continente e, al contempo, le loro attività militari globali ben oltre i confini dell’Europa. Ma dalla potenza e dalla volontà di proiezione all’atto passa un salto non indifferente che non è detto i due Paesi siano pronti a sviluppare nel breve periodo.
Concentrandosi sulle capacità, infatti, sia Parigi che Londra hanno delle prospettive su cui migliorare le proprie forze armate. Sulla Francia, possiamo portare alcuni esempi. Di recente, come ha ben ricordato Paolo Mauri su InsideOver, l’Institut Français des Relations Internationale (Ifri) ha sottolineato che le capacità dell’Armée de l’Air et de l’Espace, l’aeronautica nerbo delle forze armate transalpine, hanno rispetto all’era della Guerra Fredda enormi deficit e ad oggi i depositi di mezzi operativi per armare i caccia di Parigi consentirebbero di sostenere solo tre giorni di combattimento ad alta intensità.
Uniamo a ciò la continua ritirata della Francia dall’Africa e si nota quanto Parigi debba far fronte con questioni molto cogenti prima di una fattiva leadership europea, anche se temi come lo sviluppo di capacità d’azione sottomarine mostrano un’indubbia volontà del Paese di proiettare potenza.
Londra: eccellenza nell’aria, l’esercito fatica
Per quanto riguarda Londra, lo Uk Defense Journal ha di recente ha ricordato che “essere una potenza globale significa poco se la nazione non riesce a rispettare i propri impegni con forze militari capaci e ben preparate quando serve”, sottolineando in particolare che “l’esercito del Regno Unito è stato messo a dura prova da anni di vincoli di bilancio e personale in calo“, che hanno portato gli effettivi al minimo storico, 75mila operativi, meno del corpo dei Marines americano. In definitiva, per l’Ukdj “l’esercito britannico è troppo piccolo, insufficientemente resiliente e non ben integrato per le sfide che potrebbe dover affrontare“.
Certo, nota lo Ukdj che il Paese di Sua Maestà “vanta capacità militari avanzate che poche nazioni possiedono: un arsenale nucleare, una Royal Navy di livello mondiale (comprese due nuove portaerei), una moderna aeronautica militare che impiega jet di quinta generazione e forze speciali altamente addestrate”. In prospettiva, il progetto Gcap per il caccia di sesta generazione “Tempest” pone il Regno Unito, assieme a Italia e Giappone, come un’eccellenza globale ma come nel caso francese la leadership europea potrà essere conseguibile solo concentrandosi sulla risoluzione dei problemi di capacità operativa. Francia e Regno Unito restano le due maggiori potenze militari europee, ma devono entrare nell’ottica che due debolezze non fanno una forza. Pena rischiare l’eccesso di ottimismo sulla capacità di supplire a un possibile disimpegno americano.