L’MI6 britannico, il servizio segreto per antonomasia, espande il suo volto pubblico. Si apre con trasparenza per blindare meglio i suoi segreti. Può sembrare paradossale, ma è così. Da diverse settimane i “James Bond” britannici, le spie di Sua Maestà, stanno promuovendo un’attenta campagna di comunicazione volta a mettere in prima fila il ruolo pubblico, sociale, politico e strategico del Secret Information Service, l’organo di coordinamento dell’intelligence estera dei sudditi di Re Carlo III.
Parlare in pubblico per ribadire il ruolo centrale dell’intelligence, ghiandola pineale dello Stato nel XXI secolo. Mostrare il volto collettivo, al servizio dell’interesse nazionale e della tutela della sicurezza, bene pubblico primario. Chiamare attivamente giovani talenti attivi nel campo degli studi strategici, delle tecnologie di frontiera, della scienza e delle altre professioni ad alto valore aggiunto sociale per colmare i ranghi dell’MI6 e, dunque, alzare il perimetro di sicurezza del Regno Unito. Tutto questo in un contesto che promuove l’indivisibilità della sicurezza tra sfera interna ed esterna dello Stato. A tutto ciò serve la campagna di comunicazione attiva, guidata in prima persona da Richard Moore, direttamente dal profilo ChiefMI6 con cui il capo dello spionaggio di Londra, in carica dal 2020, opera su X.
Il 29 febbraio Moore, diplomatico attivissimo nella postura delle spie di Londra al servizio dell’interesse globale della Gran Bretagna post-Brexit, ha scelto la cadenza quadriennale dell’anno bisestile per parlare delle opportunità di lavoro offerte dall’MI6, vestendo per un giorno i panni dell’head-hunter.
Nella prima settimana successiva, due capi-reparto dell’MI6 sono stati intervistati dalla Bbc per presentare la visione del lavoro all’interno della comunità dell’intelligence britannica. Risulta uno spaccato dell’intelligence ai tempi della Global Britain l’intervista di un agente di nome Kwame, un caposervizio dell’area finanziaria che riporta direttamente a Moore, che l’emittente pubblica britannica ha presentato come la prima spia nera a parlare ai suoi microfoni. Kwame ha ricordato come l’MI6 promuova la diversità, la mescolanza tra etnie e provenienze diverse, il ruolo delle donne. E non è – come si potrebbe superficialmente pensare – una questione di woke o cancel culture: l’intelligence di un Paese ha il dovere di plasmare la sicurezza nazionale costruendo un framework interpretativo orientato a cogliere informazioni sulla base di visioni del mondo complesse e articolate. Il vecchio James Bond, figlio della società borghese urbana britannica, non basta più. Soprattutto per chi maneggia i grandi scenari geopolitici.
Del resto dal 2022 l’intelligence britannica (oltre all’MI6 anche l’MI5, spionaggio interno, e il Gchq che controlla le telecomunicazioni) ha fatto cadere il requisito della discendenza britannica da parte di almeno uno dei due genitori come presupposto per accedere all’arruolamento. Basta la cittadinanza britannica, anche dei naturalizzati. Concetti ribaditi il 4 marzo in un’altra trasmissione radiofonica della Bbc condotta da Nihal Arthanayake, in cui l’MI6 ha parlato tramite un membro dello staff e un altro direttore di reparto. Moore ha ripostato le due interviste, ribadendo: “Stiamo reclutando”.
L’intelligence deve cambiare col mondo che si evolve e oggi il requisito della trasparenza negli obiettivi e nelle priorità contribuisce a creare una base fondamentale per tutelare, al meglio, i segreti di Stato. Il motivo? La possibilità di contribuire, tenendo traccia dell’operato delle spie di Londra, a quel sistema di “cultura della sicurezza” di cui nel Regno Unito c’è assoluta necessità. Il servizio segreto che seppe essere di un impero in passato deve ricalibrarsi per contribuire a mantenere strutturata la proiezione di potenza di un attore regionale con ambizioni globali. Che passano per la possibilità di giocare un ruolo attivo negli scacchieri di riferimento. Priva della proiezione globale che hanno i dominus americani, ai britannici resta la possibilità di essere all’avanguardia sulla sicurezza delle informazioni.
La comunicazione “pop” dell’MI6 va su un binario parallelo con gli obiettivi dell’agenzia guidata da Moore di imporsi nel dibattito pubblico come custode della sicurezza nazionale. A luglio, ad esempio, Moore aveva lanciato un appello pubblico ai cittadini russi scontenti di Vladimir Putin affinché disertassero e passassero informazioni a Londra. L’intelligence britannica, in prima linea nel sostegno all’Ucraina col passaggio di attività informative e linee guida operative, pubblica spesso report aggiornati sulle perdite russe che vengono diffusi dal governo britannico. E Moore stesso a Politico, a luglio, ha ribadito la centralità del fattore umano in un’epoca in cui, generalmente, le attenzioni delle istituzioni sono legate soprattutto alla questione tecnologica.
Moore ha parlato del fatto che “gli uomini possono arrivare a fare ciò che le macchine non possono fare”, sottolineando al contempo che l’MI6 sta ovviamente “sperimentando in continuazione l’intelligenza artificiale”, ma aggiungendo la necessità del governo umano di questi processi al fine di garantirne la sicurezza. L’intelligence che ha fatto il Grande Gioco e che prima di Bond ha avuto molte spie in carne e ossa capaci di imprese ben più ardimentose del personaggio nato dalla penna di Ian Fleming “blinda” il ruolo della Human intelligence. Perché i servizi, ricordava in Italia il compianto Alfredo Mantici, li fanno innanzitutto gli esseri umani, i loro obiettivi, la loro visione e le loro idee di mondo. Che contribuiscono a plasmarne l’operato. E gettando i semi per una vera e propria “intelligence collettiva” plasmata sulla cultura della sicurezza diffusa e consapevole l’MI6 non vuole solo attrarre i migliori talenti. Ma anche valorizzare il peso pubblico del loro operato, oggi come domani.

