La comunicazione dell’avvio di indagini da parte degli enti federali statunitensi su due possibili casi di quella che è stata definita “Sindrome dell’Avana” avvenuti sul suolo americano riporta agli onori delle cronache una questione che si trascina da anni e che non è mai stata del tutto chiarita.

I due casi sarebbero avvenuti nel 2019 e nel 2020: il primo era stato inizialmente raccontato da GQ lo scorso ottobre ed era avvenuto in Virginia, vicino alla capitale statunitense, mentre il secondo era stato individuato lo scorso novembre proprio a Washington, vicino alla Casa Bianca. Entrambi, come riferisce la Cnn che riporta fonti interne ai servizi di investigazione federali, sembrano simili a misteriosi attacchi “invisibili” che hanno provocato sintomi debilitanti a dozzine di persone facenti parte del personale in servizio nelle ambasciate statunitensi, in particolare nella legazione presente nella capitale cubana. A quanto risulta il Pentagono e le altre agenzie che hanno indagato sulla questione, non raggiungendo conclusioni chiare su quanto accaduto, sono particolarmente allarmati dal fatto che un simile attacco possa aver avuto luogo così vicino alla Casa Bianca.

Gli attacchi su suolo americano

Funzionari della difesa hanno informato i membri del Congresso dei comitati per i servizi armati del Senato e della Camera all’inizio di questo mese, ma a quanto pare, il presidente degli Stati Uniti è all’oscuro di tutto: in una conferenza stampa tenutasi il 30 aprile, interrogato sulla questione, Joe Biden ha detto che non ne sa nulla e che non ne è stato informato. Quell’incidente, che si è verificato vicino a quello che viene chiamato “Ellipse”, il grande prato ovale sul lato sud della Casa Bianca, ha colpito un funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale.

Nell’episodio del 2019, invece, un funzionario della Casa Bianca aveva riferito di un attacco simile mentre portava a spasso il suo cane in un sobborgo della Virginia appena fuori Washington.

Quelle persone “colpite” hanno riferito gli stessi sintomi che hanno interessato personale della Cia e del Dipartimento di Stato in servizio nelle ambasciate, in particolare a Cuba, in Russia e in Cina.

Gli investigatori non hanno determinato se gli incidenti in patria siano collegati a quelli che si sono verificati all’estero o se ci possa essere la stessa “matrice”, ma si indaga sulla pista estera così come per i casi di L’Avana.

La “Sindrome dell’Avana” e le inchieste

I primi casi riportati dalla stampa di attacchi simili ci portano indietro nel tempo. Tra il 2016 ed il 2017 il personale diplomatico e dei servizi segreti a Cuba ha iniziato a segnalare malesseri diffusi e persistenti che sembravano apparire improvvisamente. Gli attacchi hanno portato a un drammatico calo del personale presso l’avamposto dell’Avana sotto l’amministrazione Trump e i funzionari dell’intelligence e della Difesa sono stati sempre riluttanti a parlare pubblicamente di quegli strani incidenti.

Gli Stati Uniti hanno avviato diverse indagini per comprendere le cause di questi attacchi. Il centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) ha condotto una “indagine epidemiologica” di due anni, ma non è stato in grado di determinare la natura esatta delle lesioni né la causa, come si può leggere nel rapporto ufficiale pubblicato a febbraio del 2021. “Le valutazioni condotte fino ad ora non hanno identificato il meccanismo delle lesioni, il processo di esposizione, o un trattamento efficace o fattore attenuante per il gruppo inspiegabile di sintomi sperimentato da coloro che stazionano a L’Avana, Cuba”, ha concluso lo studio del Cdc.

Sebbene l’indagine del non sia riuscita a identificare una causa per i malesseri che hanno riguardato 49 persone, tra cui si annoverano mal di testa, nausea, disorientamento e deficit cognitivi – lo studio getta ulteriore luce su come il Dipartimento di Stato ha risposto alle prime segnalazioni inerenti a questa particolare e inspiegabile “sindrome”.

Il rapporto conferma ciò che è stato ampiamente riportato dai media: alla fine di dicembre del 2016, il primo individuo (un ufficiale della Cia) si è recato all’unità medica dell’ambasciata degli Stati Uniti a L’Avana per la valutazione di “disturbi vestibolari, cambiamenti della vista, deficit cognitivi, sintomi uditivi, disturbi del sonno e mal di testa”. Dopo che un secondo funzionario statunitense, identificato anche lui come appartenente alla stazione della Cia a Cuba, ha riferito di “un’insorgenza inspiegabile di sintomi simili” all’inizio di febbraio del 2017, il Dipartimento di Stato ha emesso un avviso al personale statunitense presente nell’isola caraibica volto a segnalare “qualsiasi insolito problema uditivo o evento sensoriale” e all’equipe medica. Secondo il rapporto, il Dipartimento di Stato ha successivamente sviluppato un protocollo clinico chiamato Habit – Havana Acquired Brain Injury Tool – per esaminare il personale statunitense afflitto da sintomi neurocognitivi durante il soggiorno a Cuba.

“I passaggi principali di un’indagine epidemiologica sono stabilire l’esistenza di un focolaio e verificare la diagnosi”, si afferma nelle conclusioni del rapporto “tuttavia, la problematica di questa indagine è la mancanza di una diagnosi ben definita e una fonte di esposizione incerta attribuibile ai sintomi fisici sperimentati dai dipendenti del governo degli Stati Uniti”.

Quella del Cdc non è stata l’unica indagine ufficiale. Lo studio del è stato infatti ripreso nel rapporto della National Academy of Sciences (Nas), anch’esso commissionato dal Dipartimento di Stato, presentato nell’agosto 2020. Dopo che è stato levato l’alone di segretezza che offuscava anche quest’indagine, il New York Times e la Nbc News hanno riportato i dettagli dello studio della Nas, intitolato “An Assessment of Illness in U.S. Government Employees and their Families at Overseas Embassies”, all’inizio di dicembre.

L’ente ha mobilitato un “comitato permanente” di diciannove scienziati, medici e analisti per valutare una serie di teorie su ciò che potrebbe aver causato la misteriosa sindrome, tra cui dispositivi a microonde, isteria di massa, malattie virali e avvelenamento da pesticidi dalla fumigazione cubana per il virus Zika. Il gruppo di studio ha concluso che la causa “più plausibile” fosse un dispositivo ad “energia a radiofrequenza pulsata”, ma ha sottolineato che questa conclusione era del tutto ipotetica a causa della mancanza di accesso alle informazioni pertinenti in possesso del governo degli Stati Uniti. “In particolare, gran parte dei dettagli e molte delle indagini svolte da altri non sono state disponibili per (il comitato Nas n.d.r.”, si afferma nel rapporto “o perché sono classificate per motivi di sicurezza nazionale o limitate per altri motivi (ad es. delibere interne del Dipartimento, informazioni sanitarie protette, ecc.)”.

La segretezza

Un alone di segretezza che perdura. Con l’amministrazione Biden e nonostante la ritrovata enfasi sulla trasparenza del Segretario di Stato Anthony Blinken, gli ostacoli per risolvere il mistero della “Sindrome dell’Avana” esistono ancora. La risposta del presidente alla stampa che nega di essere a conoscenza di una possibile seconda serie di “attacchi”, questa volta su suolo americano, è indice di come, sebbene vengano ammesse le attività di indagine, si cerchi di non gettare troppa luce sulla questione. Il motivo, in realtà, è abbastanza intuibile: stante la non appurata origine di questi malesseri che sono stati ormai identificati come “attacchi”, non si vuole reclamizzare troppo quella che è una palese difficoltà degli organi di sicurezza nazionale nell’individuarne gli autori.

Sappiamo però che i leader del Pentagono hanno istituito una task force per monitorare le segnalazioni di tali sintomi che colpiscono il personale del Dipartimento della Difesa all’estero e, a questo punto, anche in patria. La Cia ha avviato la sua task force a dicembre del 2020 e ha ampliato i suoi sforzi investigativi sotto la guida del nuovo direttore William Burns, che ha promesso di rivedere le prove sui presunti attacchi al personale dell’agenzia all’estero. Il Dipartimento di Stato ha nominato, per parte sua, un alto funzionario per guidare la risposta del ministero agli attacchi della “Sindrome dell’Avana” a marzo. Anche il Dipartimento della Difesa, da quello che si evince in merito agli ultimi casi avvenuti sul suolo nazionale, si è attivato.

Un portavoce del governo ha dichiarato che “la Casa Bianca sta lavorando a stretto contatto con i dipartimenti e le agenzie per affrontare questi incidenti inspiegabili e garantire la sicurezza e la protezione degli americani che prestano servizio in tutto il mondo. Dato che stiamo ancora valutando gli incidenti segnalati, di cui abbiamo la necessità di proteggere la privacy delle persone coinvolte, al momento non possiamo fornire o confermare dettagli specifici”. Un lunghissimo “no comment” che potrebbe spiegare la risposta di Biden, ma che comunque è sintomatico del voler tenere il basso profilo mediatico sulla questione.

Una lunga storia di “incidenti”

Incidenti che non hanno coinvolto solo Cuba e non solo di recente. Il personale statunitense delle legazioni in Russia e Cina ha riportato incidenti simili in passato. Addirittura i primi casi segnalati risalgono agli anni ’90. Un ex agente dell’Nsa (National Security Agency), ha riferito che nel 1996, mentre si trovava in un Paese non meglio specificato ma “avversario” degli Stati Uniti, ha cominciato a sentirsi male accusando gli stessi sintomi della “Sindrome dell’Avana”, che sono cessati una volta rientrato in patria. Nel 2017, Marc Polymeropoulos, un ex alto ufficiale della Cia, mentre si trovava a Mosca in qualità di vice capo del centro per le operazioni in Europa e Asia dell’agenzia, ha sperimentato pesanti sintomi inabilitanti che sono perdurati, nella forma di un’emicrania persistente, per tre anni.

Nel 2018, Gli Stati Uniti hanno emesso un allarme sanitario per i cittadini statunitensi in Cina dopo che un diplomatico di un consolato sito nel sud del paese ha subito una lieve lesione cerebrale traumatica, simile a quelle riscontrate nella “Sindrome”.

Come dicevamo la fonte di questi “attacchi” è ancora ignota: c’è chi sospetta ci sia la Cina o la Russia dietro, ma è quasi sicuro che siano stati effettuati con armi non letali a energia diretta.

Armi non letali a energia diretta

Ormai, di questi nuovi ritrovati, ne esistono di tipi diversi: armi a energia diretta vengono usate per bloccare veicoli, come camion e autovetture, bombardandole con una elevata dose di microonde che letteralmente “frigge” l’impianto elettrico, oppure per “abbattere” gli sciami di droni che stanno sempre più diventando un sistema offensivo (e difensivo) sul campo di battaglia anche da parte di entità non statuali.

Altre applicazioni, sempre di armi a microonde, riguardano invece direttamente l’essere umano: esiste un sistema, chiamato Ads (Active Denial System) e sue varianti, che letteralmente provoca il surriscaldamento della pelle secondo lo stesso principio di un forno, e viene utilizzato per “controllare la folla” e disperderla, per la protezione di convogli e pattuglie, nella sicurezza dei checkpoint, e perimetrale di una base, nell’Area Denial e nella difesa di installazioni portuali, nonché per altre operazioni difensive e offensive da piattaforme sia fisse che mobili.

Nulla vieta di pensare, quindi, che un sistema a microonde possa esserci dietro la “Sindrome dell’Avana”: basta solamente rimodulare la frequenza e la potenza del raggio per evitare effetti sulla pelle umana e provocare, invece, altri tipi di malessere. Bisogna solo capire chi ci sia dietro questi attacchi.