Nonostante le spesa e i miglioramenti apportati al programma, gli F-35 degli Stati Uniti non hanno conseguito la “war on readiness“. E non sono l’unico modello di aereo tattico in forza agli Usa ad avere questo problema. Secondo quanto riportato da fonti estere, il programma F-35 non riesce a soddisfare i parametri di prontezza che vengono fissati dalla Difesa statunitense. L’obiettivo è stato mancato per sei anni consecutivi a fronte di aumenti costanti di budget e modifiche del programma stesso. Il primo F-35 è entrato in forza alla componente aerea del Corpo dei Marines degli Stati Uniti nel 2015.
Ciò che preoccupa maggiormente gli americani è che il mancato conseguimento dello stato “war on rediness” non riguarda solamente le tre varianti dell’F-35: ossia le configurazioni A, B, C, con caratteristiche diverse per il decollo convenzionale, per il decollo da portaerei con sistema per il decollo assistito da catapulte e recupero con cavi di arresto, e il decollo e atterraggio su piste corte STOVL; ma altri sette programmi di aerei tattici sviluppati dal Pentagono.
Nessuno di questi “aerei tattici” sarebbe riuscito a raggiungere gli obiettivi di capacità di missione per sei, cinque, quattro o tre anni. Ricordando che il tasso di capacità di missione è “la percentuale di tempo durante la quale l’aereo può volare ed eseguire almeno una delle sue missioni assegnate“. Ad oggi il Pentagono ha speso più di 12 miliardi di dollari per il funzionamento e la manutenzione della flotta F-35 tra il 2018 e il 2023, e nonostante l’aumento della spesa gli obiettivi, e potremmo anche aggiungere il reale impiego del Joint Strike Fighter F-35 nelle forze aeree a stelle e strisce, non sembra aver ottenuto i risultati attesi.
Il tenente generale M. Schmidt, responsabile esecutivo del programma F-35, ha dichiarato: “Non siamo dove dovremmo essere per i nostri tassi di capacità di missione, ma abbiamo inserito gli elementi, credo, nel sistema che ci ha mostrato un percorso su come arrivarci“, segnalando “due problemi principali” che continuano a influire sul basso livello la prontezza dell’F-35 senza però menzionarli al Congresso.
Secondo quanto riportato dal portale DefenseOne, l’F-35 ha da tempo “una serie di problemi” legati alla manutenzione del deposito, alla dipendenza dagli appaltatori e alla mancanza di accesso ai dati tecnici per le riparazioni.
Torna così al centro del dibattito, in maniera non continuata ma costante, la parola ai detrattori di questa nuova piattaforma di 5ª generazione. Che rappresenta la punta di diamante della forze aeree dell’Alleanza Atlantica e dei principali partner del rinnovato blocco occidentale, che dall’inizio alla fine del programma si stima raggiungerà per gli Stati Uniti “un costo totale di 2 trilioni di dollari“, e che a parte rari impieghi sembra continuare a lasciare spazio e traguardi, anche di combattimento, alle “vecchie” glorie dell’Usaf come l’F-15 Strike Eagle, gli F-16 Fighting Falcon, gli F/A-18 Super Hornet e gli immortali A-10 Warthog.
Piattaforme in un certo senso “superate”, anche nelle loro versioni più aggiornate, che continuano ad entrare in azione negli spazi aerei ostili mentre gli F-35 sono ancora di retroguardia. Almeno per quanto ne sappiamo.

