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Il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ammiraglio Enrico Credendino, in una recente intervista a Repubblica sulla situazione della MM ha affermato che “stiamo già lavorando ai progetti della generazione successiva: potrebbe essere dotata di propulsori nucleari, grazie alla tecnologia dei nuovi reattori, sia per i caccia che per i sottomarini”.

Nucleare per la MM

La tecnologia di nuovi reattori a cui si riferisce il CSM Marina è quella del “Programma Minerva” (Marinazzazione di Impianto Nucleare per l’Energia a boRdo di Vascelli Armati), lanciato nel 2023 da Fincantieri, per la costruzione di un reattore nucleare di nuova generazione per la produzione e generazione elettrica in ambito navale. Il programma nasce da un bando della Direzione degli Armamenti Navali del ministero della Difesa del valore di 2,1 milioni di euro che è articolato in tre fasi: lo studio di impiego navale militare dei reattori nucleari di nuova generazione; un caso di studio con il disegno concettuale di una unità combattente a propulsione nucleare; il confronto tra una unità esistente e una con generazione nucleare. L’obiettivo della Direzione degli Armamenti Navali è quello di determinare vantaggi e svantaggi collegati all’integrazione di un reattore di nuova generazione sulle unità navali.

L’ammiraglio Credendino ci ha svelato che lo studio di fattibilità (perché attualmente si tratta solo di questo) riguarda i sottomarini e i cacciatorpediniere, ma non è da escludere, in un lontano futuro, che ci possa essere anche l’integrazione su portaerei. I vantaggi di avere un’unità navale a propulsione nucleare sono noti a tutti, ma è soprattutto nel campo sottomarino che tale tipo di propulsione permette di avere benefici che rappresentano una vera e propria rivoluzione per l’attività subacquea di una marina militare: la possibilità di restare in immersione a tempo indeterminato e di avere autonomia illimitata significherebbero, per la nostra Marina Militare, un salto in avanti epocale che le permetterebbe maggiori capacità nel Mediterraneo Allargato e in proiezione nell’Indo-Pacifico.

Il progetto del “Guglielmo Marconi”

Quello che forse non tutti sanno è che la Marina ha già cercato, molti anni fa, di dotarsi di sottomarini d’attacco a propulsione nucleare (SSN).

L’idea fu presentata dall’ammiraglio Ernesto Giuriati, capo di Stato Maggiore della Marina nel 1959 e prevedeva la costruzione di due battelli (il primo denominato “Gugliemo Marconi”) dal classico scafo a goccia con falsatorre a prora dotata di piani di profondità orizzontali, con un dislocamento di circa 3400 tonnellate e una velocità massima, di 30 nodi, con timoni di direzione e di profondità a croce posizionati a poppa, subito davanti l’unica elica a 5 pale. La propulsione doveva essere affidata a un reattore nucleare ad acqua pressurizzata da 30 MW di potenza termica, derivato dal S5W della Westinghouse studiato dal CAMEN, che alimentava due turbine (alta e bassa pressione) accoppiate a un riduttore che avrebbe trasmesso 15mila cavalli di potenza sull’unico asse.

Il CAMEN (Centro per le Applicazioni Militari dell’Energia Nucleare) era un istituto interforze istituito ufficialmente nel 1962 dove la Marina iniziò gli studi per la propulsione nucleare e per l’impiego di vettori balistici strategici. La firma da parte dell’Italia del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT Treaty) avvenuta nel 1975, portò allo spegnimento del reattore sperimentale e alla riduzione dell’attività di ricerca in campo nucleare del Centro. Nel 1985 il CAMEN diventò così CRESAM (Centro Ricerche, Esperienze e Studi per Applicazioni Militari per poi diventare CISAM (Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari) nel 1994. Il Centro, però, torna a essere gestito dalla Marina Militare nel 1998, ma gli studi sulla propulsione nucleare navale sono ormai cessati da almeno un ventennio.

Tornando al “Gugliemo Marconi”, il battello sarebbe costato 30 miliardi di lire dell’epoca e avrebbe visto l’assistenza attiva degli Stati Uniti che avrebbero dovuto fornirci parte della tecnologia necessaria. A settembre del 1963, però, gli USA bloccano ogni tipo di collaborazione, formalmente per via di una legge che vieta l’esportazione di conoscenze e tecnologie nucleari per fini militari, ma molto più realisticamente perché la risoluzione della Crisi dei Missili di Cuba del 1962 prevedeva la riduzione del potenziale nucleare strategico della NATO in Europa. Inoltre, a Washington – probabilmente su pressioni francesi – si erano anche diffusi timori per via della forte presenza in Italia del Partito Comunista, vicino all’Unione Sovietica. Anche il tentativo di ottenere dalla Francia tecnologia e combustibile nucleare non andò a buon fine, e il progetto venne quindi abbandonato, nonostante il battello fosse stato già impostato il 16 giugno 1957 presso i cantieri navali di Taranto.

Missili balistici per la Marina

Terminarono così i sogni della Marina Militare di avere un SSN, e con esso anche un possibile SSBN (Ship Submersible Ballistic Nuclear). Al museo storico navale di Venezia, infatti, è presente un disegno, di un sottomarino lanciamissili balistici a propulsione nucleare che sembra derivato dal “Gugliemo Marconi”. Il disegno mostra che il boomer italiano avrebbe avuto sei tubi lanciasiluri a prua e 16 pozzi di lancio verticali per missili MRBM (Medium Range Ballistic Missile) in due file da otto posizionate a poppa della falsatorre e subito prima dell’apparato di propulsione nucleare, proprio come i battelli dello stesso tipo statunitensi e più in generale occidentali.

La Marina Militare andò molto più vicina a ottenere un deterrente strategico di superficie: sull’incrociatore “Giuseppe Garibaldi”, veterano della Seconda Guerra Mondiale, erano stati montati quattro tubi di lancio verticali per missili balistici a raggio medio/intermedio “Polaris” che gli Stati Uniti ci avrebbero ceduto (da utilizzare sempre col solito meccanismo della “doppia chiave”) e nel 1963 furono effettuati test di lancio di simulacri inerti, ma anche questo programma, per gli stessi motivi, venne interrotto dagli Stati Uniti.

Il programma per il deterrente nucleare di superficie per la Marina Militare era comunque molto concreto al punto che lo stesso incrociatore lanciamissili “Vittorio Veneto” (impostato nel 1965) venne progettato con 4 pozzi di lancio per missili balistici, sebbene mai del tutto completati (non furono praticate le necessarie aperture sul ponte di coperta.

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