Dopo le ultime dichiarazioni del Cremlino in occasione dell’annessione dei territori conquistati in Ucraina a seguito del conflitto in atto, in Occidente si è sparso lo spettro di un’escalation atomica perché si ritiene che Mosca possa utilizzare armi nucleari tattiche per risolvere a suo favore la guerra.
Abbiamo già avuto modo di approfondire ampiamente le questioni della dottrina russa di impiego del suo arsenale atomico, e delle attuali contingenze che, in realtà, ci portano a ritenere che queste minacce siano ancora lungi dall’essere messe in atto. La Russia, del resto, sin dall’inizio del conflitto ha fatto tintinnare le sue “sciabole nucleari”, per avvertire la Nato e gli Stati Uniti che un loro ingresso diretto in guerra provocherebbe una reazione che porterebbe a considerare seriamente questa possibilità. P
ossibilità che oggi resta sul tavolo ma come è sempre stata: nell’esercito russo, sin dai tempi dell’Unione Sovietica, è previsto l’uso di ordigni atomici tattici, come singolo atto dimostrativo o, in numero maggiore, per risolvere una particolare situazione di svantaggio tattico che potrebbe mettere a rischio l’integrità e la sopravvivenza della Federazione, insieme ad un uso circoscritto e limitato di quelli strategici. Non si capisce quindi perché questo pericolo sia maggiore oggi rispetto ai conflitti della Guerra Fredda, come quello in Afghanistan (1979 – 1989) o quelli in Vietnam o Corea, dove anche gli Stati Uniti avrebbero avuto la possibilità di usare armi atomiche.
Negli ultimi giorni si sono sollevati allarmi, che riteniamo infondati, sulla mobilitazione delle forze nucleari russe: dapprima l’uscita in mare del sottomarino per missioni speciali Belgorod, che ha la possibilità di essere armato col nuovo “supersiluro” a carica e propulsione nucleare Poseidon, poi con l’osservazione di un convoglio ferroviario in movimento nell’oblast di Mosca che trasportava mezzi da combattimento blindati ritenuti appartenenti al 12esimo Direttorato Principale del Ministero della Difesa russo, che è responsabile della sicurezza, custodia, manutenzione e trasporto dell’arsenale nucleare di Mosca.
In realtà, il sottomarino è attualmente nel Mare di Barents per effettuare, molto probabilmente, delle prove in mare relative al sistema di lancio del Poseidon, che non è ancora operativo, mentre i veicoli visti sul treno riteniamo siano diretti in Ucraina per rinforzare le unità dell’esercito russo, e non abbiamo nemmeno la certezza siano appartenenti al 12esimo Direttorato, in quanto essi sono in servizio anche con altri reparti.
Allarmi, quindi, più giornalistici che reali: risulta infatti, come riferisce l’intelligence statunitense, che le forze nucleari russe non siano in preallarme.
Tanto è bastato, però, a che l’Unione Europa nella giornata di ieri votasse un provvedimento atto a cercare una risposta nel malaugurato caso che la Russia dovesse procedere verso la risoluzione nucleare del conflitto in Ucraina (possibilità che si farebbe concreta qualora Mosca venisse messa “con le spalle al muro” o in caso di cambio di regime al Cremlino).
L’Eurocamera ha infatti chiesto all’Ue di preparare una risposta in caso di attacco nucleare della Russia in una relazione sull’escalation russa in Ucraina approvata dal Parlamento europeo con 504 voti a favore, 26 contrari e 36 astensioni in cui si chiede anche un forte aumento dell’assistenza militare a Kiev, la condanna dei referendum farsa e delle minacce nucleari di Putin e l’istituzione di un tribunale internazionale ad hoc per i crimini di guerra perpetrati contro l’Ucraina.
Quali carte avrebbe, allora, l’Unione Europea per rispondere all’uso di armi atomiche tattiche da parte di Mosca?
Dal punto di vista militare, legalmente, avrebbe le mani legate: Kiev non fa parte dell’Unione e non rientra nelle clausole dell’articolo 42 comma 7 del Trattato fondante che stabilisce che i Paesi aderenti all’Ue sono obbligati ad assistere uno Stato membro “vittima di un’aggressione armata sul suo territorio”. Inoltre, se guardiamo alla Difesa europea, nonostante la Bussola Strategica (Strategic Compass) adottata lo scorso marzo preveda la costituzione di una forza di intervento rapido e sia stata stabilita la nascita di un comando unificato centrale a Bruxelles, essa resta ancora in fase embrionale, pertanto è molto difficile che si possa giungere a uno strumento collettivo militare efficace in breve tempo.
Sappiamo infatti che entro quest’anno saranno definiti gli scenari operativi di questa nuova forza congiunta, che ha le dimensioni di una brigata (5mila uomini), ovvero verranno indicate le aeree in cui potrà agire. L’idea è quella di individuare uno spazio che va dai Balcani, quindi anche l’Ucraina, al Mediterraneo esteso e all’Africa., ma si ritiene, nelle più ottimistiche previsioni, di mettere in prontezza questo reparto entro la fine del 2023.
L’unico strumento di ritorsione in possesso all’Ue è quello economico insieme ai provvedimenti che limitano ulteriormente la circolazione di merci e persone dalla Russia: ulteriori sanzioni, blocco totale dei flussi di idrocarburi, ulteriore stretta nella chiusura dei confini, limitazioni di viaggio “ad personam” oppure più generali, che però sono provvedimenti che vanno votati all’unanimità, e non tutti i Paesi membri hanno dimostrato di avere la stessa visione, coi Baltici, la Polonia più oltranzisti rispetto, ad esempio, a Ungheria e Bulgaria. L’Ue pertanto sarebbe costretta, nell’immediato, a delegare la possibile risposta militare alle Nato, come è anche previsto dagli accordi di cooperazione tra i due enti.