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Che futuro avranno le Fremm, il fiore all’occhiello dell’industria militare italiana ed europea, dopo la nascita della maxi-alleanza Aukus nell’Indo-Pacifico? Dato che il progetto della fregata multiruolo europea è fondato su una partnership italo-francese, per quanto nelle gare internazionali i campioni nazionali Fincantieri e Naval Group spesso si presentino separati, nei prossimi mesi la principale incognita sarà capire come l’Italia saprà sfruttare a suo vantaggio una posizione unica nel mercato occidentale della Difesa, che la vede partner sia dei Paesi dell’Ue che degli alleati Nato di matrice anglosassone.

Una sfida globale

La conclusione dell’accordo Aukus tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti non ha solo ridisegnato gli equilibri nel contesto dell’Indo-Pacifico ma, come ribadito su queste colonne negli ultimi giorni, anche posto i Paesi europei, Francia in testa, di fronte a profondi interrogativi di fronte al futuro delle iniziative di difesa comune per il Vecchio Continente e delle prospettive geopolitiche dei suoi Paesi.

L’Italia in quest’ottica si ritrova alle prese col medesimo dilemma geopolitico, ma posizionata rispetto a Parigi in maniera più funzionale per ottenere dividendi su entrambe le principali cordate occidentali della Difesa: sul fronte europeo collabora con la Francia a diversi programmi militari comuni e ha avanzato precise richieste per coordinare la Difesa comune all’asse occidentale, su quello euroatlantico ed anglosassone è presente nel mercato statunitense con Leonardo e Fincantieri e alleata del Regno Unito nel consorzio Tempest. Con Londra e Washington la cooperazione è rodata da tempo, con Parigi la ricerca di un terreno di gioco ben definito prosegue senza che Roma abbia agli occhi dei vicini transalpini la stessa natura di partner inaffidabile che per i francesi è propria dei britannici, con i quali la sfiducia è tale da rendere impossibile una fusione dei due programmi dei caccia di sesta generazione.

Ma tale posizionamento rodato non può bastare da solo a offrire la garanzia che l’Italia abbia in futuro sempre più consolidate opportunità di espandere il suo ruolo nelle filiere internazionali della Difesa. Ruolo che, è bene specificarlo sempre, vuol dire poter ambire sia alla possibilità di acquisire un posizionamento geopolitico più forte in campo occidentale sia a commesse e appalti in grado di generare Pil, posti di lavoro e innovazioni tecnologiche capaci di trasmettersi ad altri settori.

La sfida britannica

In campo navale, l’alleato britannico appare ora più che mai come un problema e un rivale per l’Italia. Analisi Difesa, partendo dal caso della cancellazione dei contratti di fornitura all’Australia di sottomarini francesi a propulsione tradizionale sostituiti da battelli nucleari a stelle e strisce, ha sottolineato che in tale settore la scelta di Canberra “sembra quindi confermare come le potenze anglosassoni concepiscano sé stesse come unico motore strategico dell’Occidente, considerando gli alleati europei e Nato come utili gregari”. Durante l’estate proprio l’Australia aveva fatto suonare, in tal senso, un campanello d’allarme.

A giugno, infatti, Fincantieri era stata sconfitta dalla britannica Bae System nel contesto di una gara d’appalto indetta dalla marina di Canberra per la fornitura di 9 fregate dal valore di 23 miliardi di euro. Tutto questo nonostante il progetto di Bae System non esistesse se non sulla carta, garantendo alle navi di entrare in linea solo nel prossimo decennio, mentre le fregate italiane sono già operative e sperimentate in Italia e Francia, fattore che avrebbe permesso agli australiani di ricevere le prime navi in pochi anni per equipaggiare la loro marina. Questo stop ha lasciato il gruppo triestino e l’intero sistema della Difesa, che a partire dal ministro Lorenzo Guerini si era speso ampiamente per perorare l’accordo, con l’amaro in bocca e ha trovato pochi mesi dopo la sua conferma strategica.

Fincantieri e i gruppi italiani sembrano godere di un vero e proprio “patto di desistenza” ad opera delle cordate anglosassone finché la competizione è tra i due player che hanno realizzato il progetto Fremm o comunque tra attori europei in aree come il Marocco, il Qatar, l’Africa subsahariana, ma altrove le potenze dell’Anglosfera fanno valere il loro peso politico, Alberto Negri, in tal senso, ha sottolineato che “l’area di espansione e influenza del complesso militar-industriale europeo, non solo italiano, secondo i piani dell’anglosfera dovrebbe limitarsi, tranne qualche eccezione, al Mediterraneo, al Golfo e all’Africa, ma non al Pacifico che è il quadrante strategico di elezione degli Usa”.

A conferma del fatto che la scelta di Bae System da parte del governo australiano è stata politica il fatto che a nulla sia valsa la volontà di Fincantieri di coinvolgere, come fatto negli Usa, la catena dei fornitori locali per realizzare in loco le unità navali e investimenti diretti che avrebbero beneficiato in tempi brevi l’economia del Paese.

In tal senso, per l’Italia sarà fondamentale venire a patti su questo dossier con i  Paesi Aukus che, altrove, sono strettissimi alleati. In primo luogo sottolineando che l‘Indo-Pacifico può diventare una base fondamentale anche per gli interessi italiani, in secondo luogo valorizzando a livello di filiera eccellenze industriali che fanno gola a entrambe le cordate e che in entrambi i casi ha poco senso boicottare o depotenziare. La Francia sta capendo solo ora i rischi insiti in una corsa all’accaparramento delle tecnologie italiane, mentre i Paesi anglosassoni dovranno ricordare sempre la valenza di Roma in campo tecnologico e industriale. Mentre la politica deve saper fare da schermo e da promotrice degli interessi nazionali presidiando il rispetto degli accordi coi clienti e creando nuove opportunità di sbocco per le Fremm, navi uniche al mondo nel loro settore che possono essere il nostro pivot nella corsa globale al riarmo e degli interessi che anima.