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Lungo il confine tra Russia e Ucraina si stima che Mosca abbia dislocato circa 100mila soldati appartenenti in gran parte alla 41esima armata Armi Combinate ed alla Prima armata Carri della Guardia, appoggiati da Mbt (Main Battle Tank), artiglieria e sistemi terra-aria e terra-terra: le immagini mostrano carri T-80 con protezioni particolari sulla torretta, sistemi missilistici antiaerei Buk-M1, semoventi Msta-S, Btr-80, missili di teatro Iskander-M e altri assetti tra cui reparti ospedalieri e logistici.

Uno spiegamento di forze che farebbe pensare ad una prossima invasione dell’Ucraina. Abbiamo già avuto modo di dire che un’eventualità di questo tipo è poco probabile, ma non del tutto impossibile. Da più parti, però, si levano voci che escludono totalmente la possibilità che la Russia decida di risolvere la “questione ucraina” una volta per tutte procedendo con l’invasione. Voci che riteniamo fuorvianti, e per questo riteniamo sia utile fornire un’ulteriore analisi della situazione politico/militare attualmente in corso, che, come vedremo, è differente rispetto all’escalation che abbiamo visto tra marzo e aprile.

Una mobilitazione non è mai una questione solo interna

Partiamo da un assunto: i movimenti di truppe all’interno di uno Stato sovrano non rappresentano esclusivamente una “questione interna” quando diventa evidente che le stesse sono dislocate all’infuori delle loro sedi abituali (le caserme) per lunghi periodi di tempo. In questo caso si parla, a buon diritto, di mobilitazione, e Mosca ha dimostrato che da dopo l’esercitazione Zapad 2021 – tenutasi a settembre – a oggi, un elevato numero di uomini e mezzi è stato dislocato in postazioni di fortuna (accampamenti) a una distanza che va da poche decine sino a 150/200 chilometri dal confine con l’Ucraina. Una mobilitazione, storicamente e come da manuale, può diventare il preludio di un’operazione bellica.

Esistono delle buone, anzi ottime, ragioni per le quali la Russia non si imbarcherà in un conflitto per Kiev: innanzitutto l’attuale situazione di stallo nel Donbass rende impossibile l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, quindi il Cremlino potrebbe, scientemente, “congelare” quel conflitto a tempo indeterminato per allontanare questo spauracchio; in secondo luogo Mosca ha leve più importanti e incisive da usare come coercitivi, rappresentate dai legami energetici con l’Europa e con Kiev stessa. Un conflitto aperto, poi, avrebbe come primo immediato risultato il troncamento di ogni residuo canale commerciale col Vecchio Continente, che rappresenta ancora una fetta importante degli scambi russi, sebbene quelli con la Cina siano drasticamente aumentati negli ultimi anni.

Proprio la Cina è, in questo momento, un partner importante per la Russia, ma che può diventare pericoloso: ogni scambio con l’Estremo Oriente deve passare per Pechino, e al Cremlino sanno che è meglio avere diversi “terminali” onde evitare di dover sottostare a un unico Paese “regolatore” dei traffici (che è proprio la finalità della Belt and Road Initiative).

Mosca vuole riequilibrare il suo estero vicino

D’altro canto Mosca vuole riequilibrare il suo “estero vicino” cercando di ricreare quella “fascia di sicurezza” una volta rappresentata dai Paesi satelliti dell’Unione Sovietica in Europa: l’espansione a est di Nato e Ue ha eroso gran parte di questa fascia, lasciando al Cremlino solo Minsk, che infatti viene trattata in modo del tutto particolare nonostante i colpi di testa del satrapo Alexader Lukashenko.

La proposta che venerdì 17 la Russia ha avanzato agli Stati Uniti in chiave de-escalation è illuminante in questo senso. Secondo Mosca le due parti (Russia e Nato) devono avere “moderazione nella pianificazione militare e nello svolgimento di esercitazioni per ridurre i rischi di eventuali situazioni pericolose in conformità con i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale” e a tal fine “non condurranno esercitazioni militari o altre attività militari al di sopra del livello di brigata in una zona di larghezza e configurazione concordate su ciascun lato della linea di confine della Federazione Russa e degli Stati in alleanza militare con essa, nonché delle parti che sono membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico”.

Inoltre il Cremlino chiede l’impegno da parte degli Stati Uniti di non creare basi militari nelle ex repubbliche dell’Unione Sovietica che non sono membri dell’alleanza della Nato (Georgia e Ucraina in particolare) e ad astenersi dalla sua ulteriore espansione verso est. Concetto ribadito espressamente quando si chiede che gli Stati Uniti d’America si impegnino a prevenire un’ulteriore espansione verso est dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a negare l’adesione all’Alleanza degli Stati dell’ex Unione della Repubblica Socialista Sovietica.

Soprattutto, proprio in chiave di re-introduzione di una fascia di sicurezza, Mosca chiede che la Nato non conduca alcuna attività militare sul territorio dell’Ucraina e di altri Stati dell’Europa orientale, del Caucaso Meridionale e dell’Asia Centrale. Inoltre, sempre in quest’ottica, si chiede che si torni a una situazione “pre 1997”, ovvero prima della seconda grande espansione della Nato, col divieto di schierare truppe e armi in altri paesi dell’Europa Orientale.

Sappiamo che la Casa Bianca ha preso in carico le richieste e che le discuterà coi suoi alleati europei, ma crediamo che non si arriverà a un accordo finale: non si possono cancellare più di 20 anni (e miliardi di dollari spesi) con un colpo di spugna e assecondare il Cremlino, in quanto sarebbe un vero e proprio disastro politico.

La maskirovka russa

Ecco perché bisogna considerare che l’opzione invasione resta sempre sul tavolo, e, come accennato, esistono dei nuovi fattori in questa escalation autunnale che la tengono in gioco. A differenza di quanto accaduto la scorsa primavera, infatti, i russi stanno cercando di mantenere nascosta la disposizione finale delle forze, i probabili vettori di ingresso e le tempistiche.

Il costante rimescolamento di unità e assetti che si vedono andare e venire dalle zone di confine, poi, potrebbe essere parte di un’operazione di inganno intesa a creare confusione e mantenere vivo l’elemento sorpresa sfruttando l’attualizzazione del concetto della maskirovka (mascheramento) tramite le fonti open source di intelligence (Osint).

In generale, infatti, non è possibile schierare un contingente militare di dimensioni significative senza che venga rilevato e tracciato dall’intelligence, ma Mosca può mantenere l’iniziativa e ingannare gli osservatori stranieri attraverso questa tattica ben nota della dottrina militare russa.

Il modo migliore per sviare le fonti Osint è mostrare apertamente i movimenti di truppe che poi prendono altre strade: si lascia intendere una massiccia mobilitazione in un punto preciso e invece le forze vengono disperse altrove, sfruttando il fatto che una fonte Osint (che è puntiforme) non ha la possibilità di vedere il quadro generale.

Perché disturbarsi a confondere osservatori di questo tipo? Le fonti Osint di basso livello, che sono parecchie, contribuiscono a fornire dati per analisi (e analisti) che poi vanno a incidere sull’opinione pubblica e quindi sui decisori politici. Si ha quindi una sorta di “diluizione” della percezione effettiva della minaccia in un determinato luogo.

A preoccupare i comandi Nato, infatti, non è tanto il dispiegamento di truppe russe ai confini col Donbass o con la Crimea, ma l’ammassamento a nord dell’Ucraina, molto meno noto ai più.

Il concetto di maskirovka, poi, è usato in ogni operazione su larga scala utilizzando gli strumenti informativi, diplomatici, economici e militari necessari per influenzare il modo in cui un nemico percepisce la minaccia e quindi determinare il modo di agire contro di essa. Quando si entra a livello operativo la maskirovka russa viene effettuata conducendo azioni dimostrative, dissimulando e imitando la concentrazione e la disposizione di truppe, di strutture militari, effettuando disinformazione sullo stato delle truppe e sulla natura delle azioni volte alla preparazione e allo svolgimento delle operazioni.

Pertanto l’errore in cui tutti noi osservatori che non abbiamo accesso ai dati dell’intelligence militare incappiamo è quello di non chiederci quale sia lo scopo reale delle informazioni che stiamo vedendo. C’è infatti il rischio che i servizi di intelligence russi stiano guidando selettivamente le fonti Osint per creare una narrazione pubblica che integri l’azione militare già pianificata.

L’aver mostrato volutamente – perché ormai è indubbio – l’ammassamento di uomini e mezzi, spostandoli avanti e indietro in alcune regioni, serve ad attirare l’attenzione su settori specifici per incoraggiare l’avversario a guardare lì e non altrove.

Le prove generali ad aprile

Bisogna poi considerare che l’escalation primaverile è servita ai russi per vedere come funzionavano i propri trasporti e la rete logistica nonché per sondare la risposta del “fronte interno” mostrando l’Ucraina e l’Occidente come aggressivi.

Inoltre i comandi russi hanno avuto modo di fare esperienza sul modo in cui venivano osservati dall’esterno, e infatti da allora hanno cambiato alcuni dei loro comportamenti riguardanti la mobilitazione, sebbene non si possa del tutto tenerne nascosta una in grande stile: hanno spostato le unità di notte e adottando misure per ridurre la possibilità di essere ripresi da osservatori improvvisati (e quindi finire sui social media). Inoltre bisogna considerare che i toni diplomatici di Mosca sono molto più aggressivi oggi rispetto ad aprile.

Certamente la possibilità che quanto stia accadendo sia solamente una dimostrazione di forza per mettere pressione sugli Stati Uniti e sull’Europa al fine di ottenere quelle garanzie di non superamento delle “linee rosse” imposte da Mosca, resta, e forse è la spiegazione più convincente, però bisogna far notare che questa escalation è diversa rispetto a quella di qualche mese fa.

Sappiamo che in certi casi è più utile minacciare l’uso della forza piuttosto che usarla, lasciando poi che sia la diplomazia a raggiungere un accordo mano mano che, sul terreno, si alza sempre di più l’asticella della tensione. Una metodologia che ha un nome: brinkmanship. Spesso questa strada ha funzionato – vedere gli Usa di Trump con la Corea del Nord – ma a volte la soglia della guerra viene superata, anche in maniera non voluta: esiste sempre l’imponderabile, che con l’aumento del livello del confronto, con l’aumentare del numero degli assetti militari schierati dai due blocchi contrapposti, aumenta il rischio di un incidente irreparabile.

Forse anche per questo Mosca, tra le sue richieste, ha esplicitamente enunciato di voler stabilire che Russia e Stati Uniti si astengano dal far volare bombardieri pesanti (nucleari e non) e a impiegare navi da guerra di superficie al di fuori dei rispettivi spazi aerei e marittimi verso aree in cui possono prendere di mira l’altra parte.

Da ultimo ricordiamo che l’Ucraina non fa parte della Nato, per cui un attacco a Kiev non comporterebbe un intervento diretto dell’Alleanza (che comunque da articolo 5 lascia sempre la scelta di come intervenire in difesa di un membro aggredito non imponendo l’opzione militare), ma gli Stati Uniti oltre a replicare con sanzioni “durissime” contro Mosca, hanno promesso di difendere “l’integrità e la sovranità” del Paese, quindi è facile che si possa assistere a uno scenario in cui Washington invia armamenti per aiutare gli ucraini a sostenere l’urto delle forze armate russe, esattamente come avvenuto con Israele nel 1973, ai tempi della Guerra del Kippur, e proprio in considerazione di questo – e della lunghezza delle linee di rifornimento Usa – a Mosca qualcuno potrebbe decidere per l’intervento armato “lampo”.

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