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Il governo della Papua Nuova Guinea ha dato luce verde al trattato di mutua difesa con l’Australia (cosiddetto “Pukpuk”): i due capi di governo, il primo ministro papuano James Marape e il suo omologo australiano Anthony Albanese, dopo la ratifica da parte dei rispettivi parlamenti, firmeranno l’intesa che, stando alle dichiarazioni del premier di Port Moresby, scaturisce dal rapporto di grande fiducia e collaborazione che caratterizza la storia delle relazioni tra le due nazioni. Il nuovo accordo prevede, unitamente al patto di mutua difesa ed esercitazioni congiunte, la possibilità per diecimila militari papuani di prestare servizio nelle forze armate australiane.

Nonostante il trattato sia stato presentato dalle parti come frutto di una scelta autonoma e del tutto scevro dalle tensioni tra Cina e Stati Uniti nell’Indo pacifico, è indubbio che la penetrazione di Pechino – che ha finanziato diversi progetti infrastrutturali, come la proposta di costruzione di una città sull’isola di Daru – susciti più di una preoccupazione, sia a Canberra che a Washington. Port Moresby ha sempre ostentato una posizione di equidistanza e la volontà di intessere relazioni amichevoli con tutte le principali potenze, ma evidentemente la rassicurazione non è stata sufficiente.

Per parte sua, l’Australia aveva già in precedenza siglato analoghe intese con altri attori regionali, come quella con Tuvalu, con lo scopo per nulla segreto di fare da pendant ad altri accordi siglati da Pechino con diverse nazioni limitrofe –  Kiribati, Vanuatu, Isole Salomone – che hanno determinato lo spostamento del riconoscimento da Taiwan verso la Repubblica popolare ad opera di diversi governi.

Pechino ha già invitato il governo papuano a non lasciare che il nuovo accordo con Canberra ostacoli o comprometta la cooperazione con le altre nazioni dell’area, salvaguardando la proprio indipendenza nazionale e strategica.

Una storia tormentata

Indipendente proprio da Canberra dal 1975, il Paese del Sud-Est asiatico ha avuto nei successivi decenni una storia piuttosto tormentata, caratterizzata da tensioni etniche (la nazione conta poco meno di undici milioni di anime, ma si parlano 800 lingue diverse e sono presenti circa diecimila clan), la rivolta secessionista dell’isola di Bougainville, e questioni ambientali legate alla miniera di Panguna. Nonostante le intese del 2001 con l’isola di Bougainville, che hanno consentito la nascita di un governo autonomo, il Paese continua a confrontarsi con numerose criticità, dalla corruzione all’instabilità politica, pur conservando sempre un forte rapporto – politico ed economico – con l’ex madrepatria. Altra questione annosa sono i disastri naturali, con i quali la Papua Nuova Guinea deve fare periodicamente i conti.

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