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La marcia verso la difesa comune europea procede verso una prima fondamentale tappa. La Commissione europea è pronta a presentare il piano per la creazione di una forza di intervento rapida. E l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza, Josep Borrell, è in procinto di mostrare la “bussola strategica” per delineare gli interventi di Bruxelles entro il 2025.

Per l’Europa si tratta di un momento potenzialmente di svolta. Diciamo potenzialmente perché troppo spesso i progetti di una difesa comune europea sono naufragati ben prima del loro sviluppo definitivo oppure si sono rivelati inefficaci. L’ultimo in ordine di tempo il piano per gli Eu Battlegroups, battaglioni multinazionali nati proprio come forza di intervento comune ma che di fatto sono rimasti ancorati a pochi esempi molto limitati e senza un impiego effettivo.

Questa volta però le cose sembrano avere preso una piega diversa. Forse per il traumatico ritiro dall’Afghanistan, o forse, più prosaicamente, per l’affaire Aukus, quell’alleanza tra Regno Unito, Stati Uniti e Australia che ha cancellato un accordo di decine di miliardi di dollari pronti a essere incassati dalla Francia. Sta di fatto che, su spinta proprio di Emmanuel Macron, la Commissione Ue sembra finalmente decisa a delineare una bozza sulla sicurezza comune che prevede in particolare di concentrarsi su una forza di intervento rapida (5mila unità), cybersicurezza, intelligence e aree strategiche di intervento.

Il problema è che, come spesso accade, dietro l’immagine di un progetto europeo c’è una sostanza costruita da un Paese che cerca di prendere il sopravvento sull’integrazione Ue. Il rischio, sempre molto alto, è che quando si parla di Europa, in realtà ci si trovi di fronte a un copione che serve a eludere gli interessi di un singolo membro che sfrutta l’Ue come moltiplicatore di forza. E quando si parla di difesa e sicurezza comuni, questo Paese non può che essere la Francia: interessata da sempre a prendere le redini della difesa continentale e, a maggior ragione, con un Macron che vorrebbe fare il possibile per giungere con questo risultato alle prossime elezioni di marzo.

La questione ha particolare rilevanza soprattutto per l’Italia. Perché l’Eu deployment capacity, come viene chiamata la forza di intervento rapida proposta a Bruxelles, nasconde in realtà problemi strategici di ben più ampio respiro. E quello che si temeva potesse essere lo scenario peggiore (ma anche quello più plausibile) rischia di tramutarsi in realtà.

Il Corriere della Sera riporta in particolare due notizie sulla bozza che circola nei corridoi di Bruxelles: si parla di Indo-Pacifico come area strategica di riferimento e non si parla di Regno Unito nelle partnership bilaterali. Le indiscrezioni sono state confermate anche da Nova, che ha avuto accesso alla bozza che verrà presentata mercoledì.

Queste due informazioni, se unite, consegnano un quadro che è più di un campanello d’allarme per l’Italia. E serve a far comprendere come intervenire ora, nelle fasi introduttive della bozza, possa evitare a Roma delle pericolose trappole strategiche.

Includere l’Indo-Pacifico ha una duplice finalità. Da una parte è un chiaro messaggio di distensione nei confronti degli Stati Uniti, che desiderano da tempo un maggiore impegno dei partner europei della Nato nella regione strategica che “circonda” la Cina. La strategia indo-pacifica promossa dall’Unione europea è stata, fino a questo momento, estremamente vaga e fragile secondo gli analisti. E reintrodurre il concetto nella bozza per la difesa comune europea significa tranquillizzare Washington su fughe in avanti nei rapporti con Pechino. Dall’altra parte, non va però sottovalutato il ruolo francese, dal momento che l’Indo-Pacifico, al pari di altre aree del mondo, è decisamente al centro delle strategie transalpine. Parigi è l’unica potenza europea che è presente stabilmente e fisicamente nell’area. E l’interesse per la regione è anche il frutto di un’agenda che si sta sempre più orientando verso l’Estremo Oriente.

Per l’Italia, l’Indo-Pacifico è importante. Ma il punto di vista strategico di Roma, prima che a quella regione oceanica, si rivolge prettamente al Mediterraneo allargato. È lì che i governi del Paese hanno centrato la loro bussola. Motivo per cui, pur ribadendo da tempo la necessità di un coinvolgimento nell’area di scontro tra Cina e Stati Uniti, per gli strateghi italiani il punto focale resta la messa in sicurezza del fronte meridionale dell’Europa e delle porte del Mare Nostrum. Dal Sahel alle aree del Corno d’Africa fino al problema del Mediterraneo orientale, oltre al nodo irrisolto della Libia, l’Italia preferirebbe un approccio più strutturato dell’Unione europea nelle aree limitrofe e non partire da una zona che appare al momento più un gioco di grandi potenze che dell’Ue. E con l’Indo-Pacifico in cima all’agenda, Roma dovrà necessariamente velocizzare le partnership locali e accelerare sulla possibile presenza nell’area.

Sul fronte britannico, invece, il problema è non solo strategico, ma anche industriale. La bozza non vede una presenza di Londra nelle partnership sul fronte della difesa e gli impegni, come sottolineato da Nova, sono molto vaghe. Mentre per Norvegia e Canada si parla di rafforzamento della cooperazione, per quanto concerne l’ex membro dell’Ue si definisce un quadro decisamente più aleatorio: “Restiamo aperti a impegnarci con il Regno Unito in materia di sicurezza e difesa”. Non propriamente un messaggio di presa di coscienza del ruolo di Londra come interlocutore nel settore della sicurezza.

Una svista da correggere? La speranza, per Roma è quella: ma servirà lavorare per definire bene il piano operativo. Perché se la Francia ha da tempo fatto capire di essere entrata in rotta di collisione con il dirimpettaio della Manica (dalla pesca ad Aukus), Italia e Regno Unito hanno accordi importanti sul tavolo e lo dimostra il fatto che il Paese è citato anche nell’agenda di Londra sul futuro strategico, la ormai nota “Global Britain”. L’Italia non è importante solo per il momentaneo “duopolio” su G20, G7 e Cop26, ma è partner fondamentale anche per quanto riguarda il progetto Tempest, il caccia di ultima generazione in cui Roma partecipa insieme a Londra e Stoccolma. Sul piatto, per l’Italia, la tecnologia di Leonardo e un investimento da due miliardi: evitare di citarla nelle partnership bilaterali è quindi un allarmante segnale di distacco.