Il Dipartimento della Guerra Usa ha pubblicato la sua nuova National Defense Strategy per il 2026, una lettura data dal capo del Pentagono Pete Hegseth agli scenari plasmati dall’evoluzione della geopolitica globale, delle minacce securitarie per gli Usa e della dottrina di politica estera del presidente Donald Trump, incardinati nella recente National Security Strategy.
In coordinamento con la Nss della Casa Bianca e con le azioni di Washington, il Pentagono indica una triplice via per gli Usa: in primo luogo, il focus netto sull’emisfero occidentale, dalla Groenlandia alla Patagonia, come spazio di pertinenza prioritaria per gli Usa; in secondo luogo, una relativizzazione dello scontro con Cina e Russia, derubricato da partita esistenziale a sfida strategica in cui Washington ha la possibilità di muoversi in una posizione di forza. Infine, la rivendicazione di un “duro realismo” che mirerà a condizionare gli interventi globali degli Usa alla capacità e alle forze disponibili negli States.

L’America e le sue sfide
Il presupposto di partenza è che, secondo Hegseth, Trump ha preso in carico l’America il 20 gennaio 2025 con il mondo “sull’orlo di una guerra mondiale” e da allora ha “ricostruito l’esercito americano”. Affermazioni chiaramente esagerate e retoriche, ma che servono a dettare la linea retorica di una svolta strategica e sistemica tutt’altro che inattesa. E che possono essere lette analizzando come per gli Usa la priorità emisferica sia assoluta.
Nella difesa delle aree ritenute di pertinenza esclusiva degli Usa, il Pentagono celebra la nascita di un “corollario Trump” alla storica Dottrina Monroe sulla volontà di escludere le potenze estranee dal continente americano. Tale corollario unisce sicurezza interna, proiezione esterna e deterrenza regionale. Scrive la Nds:
“Difenderemo i cieli della nostra nazione attraverso il ‘Golden Dome for America’ e un rinnovato focus sul contrasto alle minacce aeree senza pilota. Manteniamo un deterrente nucleare moderno capace di rispondere alle minacce strategiche, potenzieremo le difese cyber, e neutralizzeremo i terroristi islamici che hanno la capacità e l’intenzione di colpire il nostro territorio.”
Aggiungendo che:
Garantiremo l’accesso militare e commerciale degli Stati Uniti a territori chiave, in particolare il Canale di Panama, il Golfo del Messico e la Groenlandia. Forniremo al Presidente Trump opzioni militari credibili da usare contro i narco-terroristi ovunque si trovino. Ci impegneremo in buona fede con i nostri vicini, dal Canada ai partner dell’America Centrale e Meridionale, ma ci assicureremo che rispettino e facciano la loro parte nella difesa dei nostri interessi comuni. Dove non lo faranno, saremo pronti ad agire con azioni decisive e mirate che avanzino concretamente gli interessi degli Usa.
L’emisfero occidentale secondo gli Usa
Insomma, nella proiezione delle minacce tutto si tiene: la volontà di contrastare il narcotraffico nella regione va di pari passo con la percezione della sfida interna delle morti per overdose, ritenute pregiudizievoli per la sicurezza nazionale, la difesa fisica del territorio americano è percepita come esigenza dettata anche dalla volontà di evitare nuove minacce geograficamente prossime al continente-fortezza per eccellenza, come a sottolineare che la sostanziale insularità geopolitica degli States sia stata messa a repentaglio da infiltrazioni ostili.
Si rivendica un possibile interventismo “selettivo” nella regione di fronte a minacce percepite da Washington e si considera un vero e proprio “santuario strategico” l’intero emisfero, inteso con le Americhe e con l’area oceanica che connette gli Stati Uniti alla loro proiezione occidentale nel Pacifico, quasi fosse un’estensione del suolo americano.
Cina e Russia, minacce gestibili
In termini di proiezione questo va di pari passo con la ricerca di una modalità di confronto pragmatica con Cina e Russia. Le quali, secondo Hegseth, dovrebbero essere dissuase da qualunque azione principalmente per effetto della dimostrazione della nuova primazia americana. Verso la Cina Washington propone la “deterrenza attraverso la forza” come alternativa allo “scontro”, indicato esplicitamente come ipotesi evitabile. L’obiettivo? Stabilire, come indica la Nss, “un equilibrio di potere nell’Indo-Pacifico che permetta a tutti noi di godere di una pace decente”. Prove tecniche di coesistenza come indicava un documento della Rand Corporation di ottobre? Si può pensare in un passo in tale direzione, specie di fronte alle prospettive cupe che uno scontro diretto con Pechino rischia di riservare.
E la Russia? La Nds 2026 è esplicita: sarà per la Nato una “minaccia persistente ma maneggiabile”. Il Pentagono ne riconosce la capacità di “sostenere con le risorse nazionali una guerra nell’estero vicino” ma indica che l’Europa può essere il bastione per contenerla. Non a caso, scrive la Nds:
Mosca non è in grado di ambire all’egemonia europea. La NATO europea surclassa la Russia in termini di dimensioni economiche, popolazione e, quindi, potenza militare latente. Allo stesso tempo, sebbene l’Europa rimanga importante, detiene una quota minore e in calo del potere economico globale. Ne consegue che, sebbene siamo e rimarremo impegnati in Europa, dobbiamo – e lo faremo – dare priorità alla difesa della patria degli Stati Uniti e alla deterrenza nei confronti della Cina.
Il duro realismo del Pentagono
Un discorso di “duro realismo”, conclude la Nds, inficia dunque la proiezione globale degli Usa. Washington intende fissare le linee guida per la supremazia globale e non c’è alcuna volontà da parte del Pentagono di fare passi indietro sulla definizione di sfere d’influenza altrui, mentre invece ci sono graduali aperture sulla volontà di non cercare lo scontro con le altre potenze purché riconoscano l’ordine a guida americano. La Cina, accettando lo status di numero due. Europa e Russia, sostanzialmente, annullandosi a vicenda. I vicini di casa, riconoscendo che Washington si riserva un’opzione operativa in ogni teatro.
Hegseth, in scia a Trump, conferma quanto detto pochi giorni fa a Davos da Mark Carney, premier canadese: non esiste più un “idealismo utopico“, ma si vive in un mondo di confronto muscolare. Washington scopre le carte: a molti, soprattutto in Europa, il compito di capire che l’era dell’attesa del Godot a stelle e strisce e trumpista per tornare al mondo di ieri è definitivamente terminata. E di agire di conseguenza.
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