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Difesa

Polonia, l’esercito nelle scuole per educare all’emergenza permanente

C’è un nuovo ospite fisso nelle scuole polacche: è il soldato-insegnante del programma “Edukacja z wojskiem” (“Educare con l’esercito”).
Polonia

C’è un nuovo ospite fisso nelle scuole polacche. Non è un supplente, né uno psicologo scolastico. Porta l’uniforme, impartisce lezioni di primo soccorso, evacuazione d’emergenza e comportamento in caso di attacco. È il militare-insegnante del programma “Edukacja z wojskiem” (“Educare con l’esercito”), varato dal Governo di Varsavia nel 2023 e ormai esteso a oltre 3.000 istituti tra primarie e secondarie. Il messaggio, ben oltre la retorica istituzionale, è semplice: il tempo della neutralità è finito, anche tra i banchi. La minaccia è permanente. L’educazione, allora, non può che essere difensiva.

Un’educazione in assetto di guerra

L’obiettivo dichiarato è quello di costruire “consapevolezza civile” tra i più giovani. Ma il significato attribuito a questa espressione è già una dichiarazione di priorità. Non lo studio del diritto, non la conoscenza della Costituzione, non l’analisi del pluralismo democratico, bensì la preparazione a sopravvivere in uno scenario di guerra imminente. A dieci, dodici anni, si insegnano le tecniche di primo soccorso, la risposta in caso di bombardamento, la mappa dei rifugi urbani.

Dietro la patina pedagogica, l’operazione ha il sapore di un esperimento ideologico. Invece di far crescere cittadini capaci di comprendere il proprio tempo, si punta a formare soggetti che interiorizzino la minaccia come condizione permanente. È la proiezione scolastica di una politica che ha già rinunciato alla pace come orizzonte e alla diplomazia come linguaggio.

Una storia europea che ritorna

Non è la prima volta che le aule si trasformano in campi di addestramento simbolico. L’Europa ha conosciuto, in passato, forme più o meno esplicite di educazione alla guerra. Dall’istruzione paramilitare fascista e nazista agli esercizi ginnici sovietici, fino ai manuali di protezione civile durante la Guerra Fredda, le scuole sono spesso state il laboratorio della costruzione del consenso in tempo di crisi.

Ma oggi, in un’Unione Europea che si proclama paladina di pace e di diritti, vedere uno Stato membro abbracciare senza remore la logica del “prepararsi al peggio” fin dall’infanzia segna un’involuzione preoccupante. La Polonia, ponte tra Est e Ovest, nazione storicamente traumatizzata dalle invasioni e occupazioni, sembra cedere alla tentazione della paura come fondamento della coesione nazionale.

Il ruolo del conflitto ucraino

Non si può leggere l’iniziativa senza collocarla nel contesto geopolitico attuale. L’invasione russa dell’Ucraina ha rimesso al centro dell’agenda europea i concetti di deterrenza, sicurezza collettiva, militarizzazione dei confini. La Polonia, tra i principali sostenitori dell’Ucraina e anello strategico della NATO sul fianco orientale, ha moltiplicato spese militari, firmato accordi con gli Stati Uniti e rafforzato il proprio apparato difensivo.

Ma portare questa logica dentro le scuole, senza un serio dibattito pubblico, senza garanzie pedagogiche, senza un progetto educativo autenticamente pluralista, rischia di spingere l’intero sistema formativo verso un’ideologia bellicista travestita da “realismo”. Non si formano più coscienze critiche, ma cittadini in allerta permanente.

Tra consenso interno e silenzio europeo

Il programma ha trovato consensi trasversali nell’opinione pubblica polacca. In un clima dominato dalla sfiducia verso la Russia e dalla percezione di vulnerabilità, ogni misura che promette sicurezza viene accolta con favore. Ma il consenso, lo sappiamo, non è sempre indice di saggezza. E soprattutto non assolve la responsabilità politica di governare anche le paure, non solo di assecondarle.

Colpisce, poi, il silenzio europeo. Né Bruxelles né le principali cancellerie si sono espresse sul modello educativo polacco. Forse per evitare tensioni con un alleato prezioso. Forse per non intaccare il fragile equilibrio che tiene insieme l’Unione sul fronte orientale. Ma il prezzo di questo silenzio è alto: accettare che la logica dell’addestramento militare entri nella formazione dei cittadini più giovani, senza contrapporre un modello alternativo.

Il vero compito dell’educazione

Insegnare a difendersi è legittimo. Ma educare alla paura, all’obbedienza cieca, alla riduzione del pensiero critico in nome della sicurezza è un’altra cosa. Il compito della scuola, oggi più che mai, dovrebbe essere quello di costruire strumenti di comprensione, non solo strategie di sopravvivenza.

Perché il vero pericolo, in un’epoca di tensione e propaganda, non è solo il nemico esterno. È l’idea che la guerra sia inevitabile. Che la pace sia un’ingenuità. Che la scuola debba preparare alla resa, non alla libertà.

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