Perché l’Iran ha lanciato i suoi droni contro i data center di Amazon

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Che l’intelligenza artificiale e il cloud fossero entità non solo astratte ma dotate di un aspetto materiale, cementizio, l’avevamo già capito da tempo col tormentone sulle foreste dell’Amazzonia consumate per far produrre da Grok orribili caricature politiche o risposte elaborate alle domande oziose della gente che litiga. E a parecchi sarà arrivato il dibattito sugli statunitensi che si oppongono all’apertura di nuovi data center. Qualche mese fa, però, c’è stata una circostanza ancora più interessante per parlare della componente infrastrutturale di queste tecnologie. Nelle prime ore del primo marzo del 2026, una serie di droni Shahed di fabbricazione iraniana ha colpito due grandi strutture della divisione di cloud computing di Amazon, nota come Amazon Web Services, nella periferia di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Passate poche ore, e un altro drone ha colpito un centro simile nel vicino Bahrein e nelle settimane successive i media di Teheran hanno rivendicato attacchi contro un data center di Oracle a Dubai. L’effetto immediato è stato il blocco dei sistemi di pagamento digitale e delle applicazioni bancarie in un’area abitata da cinquanta milioni di persone. Gli abitanti delle grandi metropoli del Golfo Persico si sono ritrovati all’improvviso impossibilitati a pagare un taxi, ad accedere ai propri risparmi o a ordinare del cibo a domicilio.

Questo è un precedente inedito nella storia della guerra moderna. Se in precedenza i data center erano stati al centro di sofisticate operazioni di spionaggio digitale o di attacchi informatici distruttivi (come era accaduto nel 2024 quando alcuni hacker ucraini avevano cancellato i dati memorizzati in una struttura russa legata alle forze armate) l’uso sistematico di droni e missili per distruggere fisicamente gli edifici che ospitano i server segna una novità importante. Ed è legata a una complessa rete di decisioni politiche, investimenti economici miliardari e strategie militari che l’esercito degli Stati Uniti ha sviluppato negli ultimi anni.

Facciamo un passo indietro, guardando ai grandi accordi commerciali firmati nel maggio del 2025 da parte della presidenza statunitense, durante una visita diplomatica nel Golfo: Trump allora aveva promosso impegni di investimento per oltre 2.000 miliardi di dollari e le monarchie locali avevano dichiarato che l’obiettivo era diversificare la propria economia per ridurre la dipendenza dal petrolio, puntando tutto sulla tecnologia e sull’Ai. È stato in quella circostanza che Microsoft ha annunciato investimenti per oltre 15 miliardi di dollari negli Emirati Arabi Uniti e Amazon aveva stanziato più di cinque miliardi di dollari per la costruzione di nuovi data center in Arabia Saudita. Il progetto più ambizioso era il campus Stargate negli Emirati, un enorme distretto tecnologico alimentato da cinque gigawatt di energia che avrebbe dovuto rappresentare il fiore all’occhiello dell’innovazione globale.

Legati a filo doppio agli Usa

Questi accordi commerciali nascondevano però una precisa logica di allineamento geopolitico: come condizione per ottenere l’approvazione all’esportazione dei chip più avanzati prodotti dalle aziende americane, Washington ha imposto infatti alle società tecnologiche locali, come la G42 degli Emirati Arabi Uniti e la Humain dell’Arabia Saudita, di rimuovere i componenti hardware della cinese Huawei e di disinvestire completamente dalle piattaforme tecnologiche di Pechino. L’accesso alla tecnologia del futuro doveva essere utilizzato quindi come un test di lealtà geopolitica. Le monarchie del Golfo hanno accettato le condizioni di Trump, escludendo i partner cinesi e legando il proprio destino digitale agli Stati Uniti.

Il problema principale è emerso quando l’esercito statunitense ha iniziato a integrare in modo massiccio gli strumenti di intelligenza artificiale nei propri sistemi di gestione delle operazioni militari. Durante la campagna militare nota come Operazione Epic Fury, le forze armate americane hanno utilizzato Claude, un modello linguistico avanzato sviluppato dalla società Anthropic, per analizzare le informazioni di intelligence e identificare gli obiettivi da colpire in Iran e in Venezuela. I modelli di intelligenza artificiale usati dai militari non risiedono fisicamente sui cacciabombardieri o sulle navi da guerra, ma vengono eseguiti all’interno di server remoti connessi alla rete. Nel caso specifico, le applicazioni del Pentagono venivano ospitate sui cloud protetti di Amazon Web Services, sfruttando la medesima infrastruttura globale che gestisce anche i servizi commerciali ordinari, lo streaming video o le transazioni bancarie delle aziende di tutto il mondo.

Dal punto di vista dei leader militari di Teheran, i data center situati nella penisola arabica hanno smesso di essere considerati semplici strutture commerciali e sono diventati a tutti gli effetti infrastrutture militari a doppio uso. L’Iran ha giustificato gli attacchi sostenendo che quelle strutture stavano fornendo supporto logistico e informatico alle attività di spionaggio del nemico, includendo in seguito una lista di ventinove aziende tecnologiche americane considerate bersagli legittimi all’interno della regione.

Questa situazione ha messo in luce una profonda contraddizione per i governi del Golfo Persico, che gli analisti definiscono la trappola della sovranità digitale. Negli anni precedenti, i Paesi della regione avevano approvato leggi severe sulla localizzazione dei dati, imponendo alle pubbliche amministrazioni e alle banche di conservare le informazioni sensibili dei cittadini all’interno dei confini nazionali, proprio per garantire una maggiore sicurezza e indipendenza. Quando sono iniziati i bombardamenti iraniani e le grandi multinazionali tecnologiche americane hanno suggerito di reindirizzare i flussi di dati verso server situati in altre parti del mondo per evitare i disservizi, i governi locali si sono trovati nell’impossibilità legale di farlo. I loro dati più critici erano legati per legge agli stessi edifici che si trovavano sotto il fuoco dei droni. Inoltre, l’allineamento totale con le richieste di Washington ha impedito qualsiasi diversificazione, una scelta che si è rivelata rischiosa dato che l’Iran ha evitato accuratamente di colpire le poche strutture legate ad aziende cinesi.

I rischi per la rete Internet

I governi delle monarchie arabe hanno espresso un forte risentimento nei confronti di Washington, lamentando il fatto di non essere stati consultati prima dell’inizio delle operazioni militari che hanno trasformato il loro territorio in una zona di guerra. Anche le trattative che hanno portato alla tregua dell’otto aprile, negoziate con la mediazione del Pakistan, sono state condotte senza il coinvolgimento diretto dei partner locali, alimentando la sensazione che la sicurezza economica della regione sia stata subordinata agli interessi strategici americani.

La fine delle ostilità non ha risolto le cause profonde della vulnerabilità dei data center. Queste strutture sono per loro natura obiettivi sensibili, grandi come diversi campi da calcio, costruite con materiali relativamente fragili e prive di sistemi dedicati di difesa aerea. Sebbene l’Iran abbia lanciato migliaia di droni e missili durante il conflitto e la maggior parte sia stata intercettata dalle difese aeree generali, i pochi ordigni che sono riusciti a superare lo scudo protettivo hanno causato danni ingenti e dimostrato che la stabilità della rete internet globale dipende da luoghi fisici estremamente vulnerabili.

Le conseguenze economiche di questa nuova consapevolezza si fanno già sentire sul mercato internazionale. Alcuni importanti sviluppatori di infrastrutture digitali, come il gruppo britannico Pure DC, hanno deciso di sospendere i piani di espansione ad Abu Dhabi e negli altri paesi del Medio Oriente a causa dell’alto rischio geopolitico. I grandi fondi di investimento istituzionali non hanno abbandonato i progetti nella regione, e colossi come Brookfield hanno confermato la prosecuzione di storiche collaborazioni in Qatar, ma le condizioni finanziarie sono cambiate in modo radicale. Le polizze assicurative per la protezione degli impianti hanno raggiunto costi senza precedenti, i tempi di approvazione dei progetti sono diventati molto più lunghi e gli investitori richiedono rendimenti molto più elevati per compensare i rischi di un eventuale nuovo conflitto.

La tregua attuale rimane fragile e i vertici militari iraniani continuano a diffondere immagini satellitari dei campus tecnologici del Golfo, ricordando che nulla di ciò che si trova sul terreno può essere considerato al sicuro. La lezione più importante di questa crisi è che la tecnologia digitale non vive in uno spazio virtuale isolato dalle tensioni del mondo reale, e che la costruzione di grandi centri di calcolo richiede d’ora in avanti una profonda riflessione sulla sicurezza fisica e sulla responsabilità politica di chi gestisce i dati.