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Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione Ursula von der Leyen ha recentemente rilanciato la proposta di rafforzare, in sinergia con la Nato, l’autonomia strategica del Vecchio Continente puntando sulla costituzione di una forza guidata da Bruxelles, sul rafforzamento dei programmi di ricerca militare comune e sul potenziamento del ruolo dei Paesi europei nel campo delle filiere più strategiche in campo tecnologico e digitale. Aggiungendo una novità nel quadro di proposte di cui si discute da tempo: l’idea di istituire un’intelligence comune dell’Unione.

Una strada in salita

La von der Leyen, in quest’ottica, ripropone un tema su cui nell’ultimo decennio si era discusso in almeno due occasioni: dopo lo scandalo sulla sorveglianza di massa operata dai servizi statunitensi rivelato da Edward Snowden nel 2013 e in occasione dell’ondata di attentati terroristici che ha colpito Paesi come Francia, Germania, Svezia e Belgio tra il 2015 e il 2017, in cui è emersa l’assenza di comunicazioni tempestive tra i Paesi dell’Ue in merito a potenziali terroristi e sospetti legati a reti clandestine.

La proposta è estremamente complessa ma, sostanzialmente, rappresenta a livello pratico una vera e propria utopia. Troppi sono gli ostacoli da superare perché l’Unione possa dotarsi di ciò che già effettivamente esiste: l’European Union Intelligence and Situation Centre (Intcen) che agisce agli ordini dell’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza e con un piccolo staff inferiore alle cento persone produce report e analisi per sostenere l’azione del capo della diplomazia Ue.

L’intelligence, il cuore del potere nazionale

Una cooperazione più strutturata porrebbe l’Ue di fronte a dei problemi potenzialmente insolubili: ancor più delle forze armate, l’intelligence è la struttura di sicurezza più specificamente nazionale. In quanto centrale di elaborazione strategica di prima linea, punto di accumulazione di informazioni riservate, per definizione legate inscindibilmente alla sicurezza di un preciso sistema-Paese, intenta in attività di monitoraggio molto spesso riguardanti alleati e Paesi amici un’agenzia di intelligence non può “sciogliersi” in amorosi sensali con quelle dei Paesi più strettamente vicini al suo governo di riferimento.

Del resto, un’armata schierata sul campo può essere multinazionale, e i casi nella storia abbondano, ma raramente la cooperazione tra intelligence ha prodotto corpi unitari. Nella storia del Novecento si è assistiti, in campo militare, a esempi di integrazione come i comandi supremi alleati gudiati dal maresciallo Ferdinand Foch durante la Grande Guerra e da Dwight Eisenhower sul fronte occidentale della Seconda guerra mondiale o a ibridazioni come l’Armata corazzata italo-tedesca di Erwin Rommel schierata in Nordafrica, ma non si è mai vista neanche nel secondo conflitto mondiale un’analoga strutturazione per i servizi. Anche le alleanze più integrate, come i Five Eyes del blocco anglosassone, si basano su una stretta condivisione informativa mantenendo però ben separate e divise le agenzie che fanno parte dell’accordo.

In quest’ottica, un’agenzia comune europea dovrebbe risolvere diversi problemi: come comporre il suo organico? Come dividere tra raccolta informativa e operatività? Come gestire la catena di comando? Realisticamente un’eventuale figura chiamata a fungere da “zar” dell’intelligence europea dovrebbe rispondere solo ed esclusivamente alla Commissione, ma nessun Paese lascerebbe mai passare sotto traccia l’idea che un funzionario di un altra nazione guidi e coordini un apparato multinazionale. Aggiungiamo poi il fatto che le agenzie europee hanno diverse storie, diverse regole d’ingaggio operative e competenze eterogenee e avremo un’idea della complessità del quadro. Per quanto sovrapponibili, organizzazioni come la Dgse francese, l’Aise e l’Aisi italiane, il Bnd tedesco mantengono strutture articolate con una propria storia operativa e un’evoluzione indipendente. L’intelligence è gelosa custode delle sue ritualità e delle sue prassi, e mantiene inoltre un filo diretto col potere politico che influenza come primaria fonte di informazioni e di cui è diretta emanazione strategica.

Cooperazione o competizione?

Come se fosse la ghiandola pineale dello Stato, l’intelligence detta il ritmo sonno/veglia dell’attività pubblica, segnalando quali sono gli scenari da monitorare e quali invece quelli su cui non è necessaria una pronta regolamentazione o interventi tempestivi: chiaramente questioni di tale genere variano notevolmente a seconda degli scenari nazionali di riferimento.

Inoltre, il fatto che nell’era post-pandemica la competizione si stia spostando su forme ibride e stia abbracciando anche la sfera economica, tecnologica e industriale rende maggiore la complessità delle relazioni tra i Paesi: Italia e Francia, per esempio, possono dirsi alleate strategiche su alcuni dossier, dal Mediterraneo alle nuove rotte energetiche, ma rivali in alcuni ambiti finanziari e industriali; Germania e Polonia, al contempo, sono legate dalla medesima base industriale ma avversarie per la questione del gas naturale e dei rapporti con la Russia. Definire un terreno comune di riferimento per ogni comparto è complesso, e non è irrealistico supporre che in caso di intelligence comune europea ogni Paese, legittimamente, cercherebbe di mettere il cappello sul ruolo dei propri funzionari apicali al suo interno.

La soluzione a questa impasse può essere solo ed esclusivamente la ricerca di terreni comuni di dialogo tra le agenzie europee in modo tale da aumentare la soglia di confidenza e la fiducia reciproca per permettere che si creino cortocircuiti informativi. Per farlo è bene definire un set di sfere politiche e economiche ritenute di comune interesse, che possono andare dal campo delle tecnologie critiche all’antiterrorismo, e definire protocolli d’intesa, spazi di confronto, vertici periodici. In quest’ottica, può dare il giusto esempio il tema del cyber, in cui l’Ue con la direttiva Nis intende promuovere uno spazio di riferimento preciso per l‘evoluzione securitaria dei Paesi e per l’operatività delle agenzie e attraverso la costituzione del Centro europeo industriale, tecnologico e di ricerca sulla cibersicurezza con sede a Bucarest punta a promuovere una sensibilizzazione a tutto campo sulle necessità che il nuovo dominio di competizione impone a governi, imprese, cittadini. L’intelligence deve pensare a livello di sistema, e una cooperazione europea su temi comuni può aiutare: ma nessun servizio può e deve dimenticare che, più ancora di qualsiasi forza armata, il suo faro è l’interesse del Paese di riferimento.