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La guerra in Ucraina ha acceso i riflettori sull’industria della Difesa Usa. Dall’inizio del conflitto ad oggi gli Stati Uniti si sono impegnati ad inviare a Kiev oltre 27 miliardi di dollari tra attrezzature e rifornimenti militari. Nei pacchetti di auti autorizzati da Joe Biden troviamo di tutto: dagli elmetti agli Humvee passando per gli Himars. Se da un lato è vero che il sostegno del blocco occidentale ha consentito agli uomini di Volodymyr Zelensky di tener testa alle forze del Cremlino, dall’altro lato il fatto che i combattimenti stiano lasciando spazio ad una estenuante guerra di logoramento potrebbe complicare, e non poco, la situazione.

Il continuo afflusso di armamenti che dall’Occidente si dirige sul territorio ucraino comporta, infatti, un pericolo strategico che non dovrebbe essere sottovalutato. In primis dagli Stati Uniti, impegnati in una “nuova guerra fredda” con la Cina, alla Casa Bianca considerata la vera rivale sistemica contro cui competere per il dominio del XXI secolo. Si tratta, nello specifico, della possibilità, di questo passo e in proiezione futura sempre meno astratta, che gli inventari di armi Usa possano scendere ad un livello troppo basso. E che, di conseguenza, le società impegnate nel settore della Difesa non siano abbastanza attrezzate per rimpinguare le scorte ad un ritmo sostenuto.

Secondo uno studio scritto da Seth Jones, vice presidente del Center for Strategic and International Studies, un think tank con sede a Washington, la guerra in Ucraina avrebbe semplicemente messo in luce i problemi diffusi nell’industria americana degli armamenti che potrebbero ostacolare la capacità delle forze armate statunitensi di combattere un conflitto di lunga durata contro la Cina.

Il report, intitolato Empty Bins in a Wartime Environment: The Challenge to the U.S. Defense Industrial Base, sostiene che la base industriale della Difesa Usa non sia preparata per l’attuale contesto della sicurezza globale. E questo perché la stessa industria sta operando ormai da troppi anni in un modo più adatto ad un ambiente in tempo di pace. Lo studio, tra l’altro, ha mostrato quanto velocemente le forze armate statunitensi esaurirebbero le loro munizioni in un potenziale conflitto con la Cina nell’Indo-Pacifico. “Come si fa a scoraggiare in maniera efficace se non si dispone di scorte sufficienti del tipo di munizioni di cui si avrà bisogno per uno scenario simile allo Stretto di Taiwan?”, si è chiesto Jones.

Le criticità dell’industria militare Usa

Negli ultimi 20 anni, ha ricordato il Wall Street Journal, gli Stati Uniti hanno combattuto una guerra di insurrezione in Iraq, una in Afghanistan e altre, minori, altrove. In tutti i casi, Washington ha sempre usato una strategia ben precisa, affidandosi ad un’alta intensità di truppe. Il punto è che l’attuale conflitto ucraino è una guerra diversa, in gran parte convenzionale, e che si basa per lo più su armi pesanti. Peggio ancora, sostiene il paper, anche se un eventuale scontro con la Cina nel teatro indo-pacifico sarebbe ancora differente rispetto alla guerra in Ucraina, richiederebbe comunque agli Stati Uniti di attingere in profondità alle proprie scorte di armamenti.

Ebbene, i problemi con la base industriale, in parte il risultato di procedure di appalto militari obsolete nonché di una burocrazia lenta, stanno compromettendo la capacità di creare un credibile deterrente nell’Indo-Pacifico e di affrontare la Cina in un conflitto militare. “Queste carenze renderebbero estremamente difficile per gli Stati Uniti sostenere un conflitto prolungato. Sottolineano anche che la base industriale della Difesa Usa dispone di un’adeguata capacità di intervento per una grande guerra”, si legge nel rapporto.

Il tasso di consumo di armi da parte degli ucraini ha acceso i riflettori sulle sfide che la base industriale statunitense potrebbe affrontare in un nuovo conflitto. Basta considerare alcuni dati. Il numero di missili Javelin inviati in Ucraina dallo scorso agosto, ad esempio, è pari a circa sette anni di produzione sulla base dei tassi di produzione dell’anno fiscale 2022. Il numero di sistemi Stinger antiaerei forniti a Kiev rappresenta all’incirca lo stesso numero di sistemi esportati all’estero negli ultimi 20 anni.

Le munizioni da 155 mm fornite agli uomini di Zelensky da Washington, oltre un milione, hanno ridotto le scorte delle forze armate Usa, adesso considerate scarse dal documento. Anche gli inventari del sistema Javelin, dell’artiglieria obice e dei radar di controartiglieria sono considerati bassi. Le piattaforme, come il sistema di difesa costiera Harpoon, teoricamente fondamentale nella strategia di difesa di Taiwan, sono invece considerate medie, anche se le scorte attuali potrebbero non essere sufficienti per il tempo di guerra. “La storia della mobilitazione industriale suggerisce che ci vorranno anni prima che la base industriale della Difesa produca e fornisca quantità sufficienti di sistemi d’arma critici e munizioni e ricapitalizzi le scorte che sono state esaurite”, ha evidenziato il paper.

Gli errori del governo Usa

I leader militari americani hanno espresso una crescente frustrazione per la base industriale e pure per alcune scelte della politica. L’ammiraglio Daryl Caudle, il capo del comando delle forze della flotta degli Stati Uniti, ha chiamato in causa l’industria della Difesa per il ritardo nella fornitura di armi. Altri hanno fatto notare come, a differenza della questione ucraina, gli Stati Uniti e i loro alleati si aspettano che Taiwan non possa essere facilmente rifornita dopo l’inizio di un conflitto, dal momento che le forze cinesi probabilmente bloccherebbero l’isola. Come se non bastasse esiste già un arretrato di oltre 19 miliardi di dollari di armi statunitensi a Taipei, sulla base delle vendite approvate dal 2019.

Scendendo nei dettagli, lo studio del CSIS ha puntato il dito contro il governo degli Stati Uniti che non è riuscito ad adattarsi, rimanendo “avverso al rischio, inefficiente e pigro” in relazione alla sua base industriale. I regolamenti governativi che disciplinano le vendite militari all’estero, inoltre, sono ritenuti obsoleti, visto che l’attuale processo può richiedere dai 18 ai 24 mesi. “Nel tentativo di impedire che la tecnologia militare possa cadere nelle mani degli avversari, gli Stati Uniti hanno messo in atto un regime normativo troppo lento per funzionare con i Paesi critici in prima linea”, si legge ancora nel report.

Lo studio ha citato un esempio in cui la decisione di fornire un sistema d’arma X a Taiwan, utilizzando l’attuale processo di vendita militare all’estero degli Usa, ha aggiunto due anni alla data di consegna. Significa che, in condizioni simili, servirebbero quattro anni per far arrivare sull’isola l’arma X, contando il tempo di produzione di due anni.

Il governo cinese, al contrario, ha investito un’ingente quantità di denaro nella sua Difesa e nella modernizzazione militare. Una serie di wargames condotti dal CSIS ha infine dimostrato che gli Stati Uniti, in caso di conflitto con la Pechino, potrebbero esaurire alcune armi, comprese munizioni a lungo raggio e guidate con precisione, in meno di una settimana. Lo studio suggerisce infine agli Usa di rivalutare i requisiti per il rifornimento delle proprie scorte, la creazione di una riserva strategica di munizioni e la determinazione di un piano sostenibile di approvvigionamento di munizioni.

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