Dopo il ritiro Usa dall’Afghanistan il tema della difesa comune in Europa ha assunto una priorità forse mai avuta prima. Questo soprattutto per via della spinta di Parigi, intenzionata a mettere mano a quello che è da sempre il pallino più importante su cui hanno giocato tutti i presidenti francesi della Quinta Repubblica. La domanda di fondo che in molti si stanno facendo in queste settimane è molto semplice: se il Vecchio Continente fosse autonomo in fatto di difesa potrebbe nuovamente avere un ruolo importante sul palcoscenico internazionale?  Macron è stato il primo a parlare di Nato in stato di “morte cerebrale” e di un’alleanza europea sulla difesa. Ovviamente con la guida della Francia. Ma da solo l’Eliseo, tanto politicamente quanto militarmente, potrebbe fare poca strada. L’Italia in tal senso potrebbe giocare un ruolo significativo.

Le velleità francesi sulla difesa europea

La Quinta Repubblica francese è nata con la corsa al riarmo inaugurata da Charles De Gaulle. Da lì a breve anche i transalpini avranno la loro atomica. Provare ad avere una propria politica di difesa, autonoma dalle altre potenze è nel Dna di Parigi. Un progetto a cui non hanno mai rinunciato. Jean Quatremer, giornalista di Liberation, ha espresso una considerazione in grado di sintetizzare il sentimento francese sulla difesa: “La Francia – si legge in un articolo dello scorso 8 giugno – è l’unico Paese membro dell’Unione europea ad avere una visione globale del mondo, degli interessi da difendere nella maggior parte dei Paesi del pianeta e, soprattutto, un esercito pressappoco degno di questo nome”. É questo il tasto su cui battono i francesi. Parigi ha un grande esercito con il quale ha preservato, se pur a fatica, le aree di propria influenza in Africa e in altre parti del mondo. Inoltre, dopo la Brexit, l’Eliseo è l’unico luogo nell’Unione Europea dove è posizionata una valigetta con codici nucleari.

In poche parole, se il Vecchio Continente dovesse imparare a proteggersi da solo, la Francia avrebbe tutte le carte in regola per guidare la difesa. Emmanuel Macron lo sa benissimo. E anzi su questo elemento ha scommesso molto nel suo quinquennio di presidenza che volge al termine. In una delle prime foto da capo dello Stato Macron si è fatto ritrarre mentre si calava all’interno di un sommergibile. Un segnale inequivocabile della volontà dell’attuale inquilino dell’Eliseo si puntare molto sul settore della difesa. A livello politico il presidente francese è riuscito nell’intento di creare una nuova Direzione generale interna alla Commissione europea, la “DG Industria della difesa e spazio” (Defis). Si tratta di un organismo con il compito di stringere le collaborazioni tra i vari attori europei per rilanciare l’industria di questo delicato comparto. La Francia, oltre a poter rivendicare il merito di aver spinto per la creazione della Defis, ne ha preso per sé negli ultimi anni tutti i ruoli più importanti di controllo e direzione. Un modo per Parigi per scavare ulteriormente la strada che porta alla guida di una nuova possibile difesa europea.

Parigi chiama Roma

Dopo il ritiro Usa dall’Afghanistan in Francia, così come a Bruxelles, di difesa comune europea si è tornato prepotentemente a parlare. Ma nell’Europa dell’est, soprattutto in quella baltica, non tutti vedono nel progetto un’opportunità. Al contrario, in molti da quelle parti si sono chiesti quale sarebbe il potenziale di difesa autonomo del Vecchio Continente in caso di ritiro statunitense. Se cioè l’Europa sarebbe o meno in grado di difendersi da sola. A questa domanda la risposta è ampiamente negativa. Hugo Meijer e Stephen G. Brooks, nei mesi scorsi su Belfercenter hanno definito “utopia” la possibilità dell’Europa di difendersi senza l’apporto degli Usa e della Nato. Se domani l’alleanza atlantica dovesse sparire, hanno scritto i due studiosi nella loro analisi, la coperta difensiva europea sarebbe troppo corta. La Russia da sola ad esempio potrebbe predisporre lungo i confini orientali dell’Ue 2.600 carri armati, i cinque più grandi eserciti europei messi assieme arriverebbero a 1.500. Se in Francia le considerazioni sulla deterrenza da possibili azioni di Mosca non rientrano nelle priorità, così non è per l’appunto nel Baltico e in buona parte dell’est Europa. Per cui le velleità di Parigi di guidare una difesa tutta europea a scapito della collaborazione con la Nato non vengono viste di buon occhio.

La Francia dunque, anche in un momento come quello attuale contraddistinto dalla ripresa in mano dei progetti di unità e autonomia difensiva dell’Europa, ha bisogno di importanti alleati. L’Italia in tal senso sarebbe un partner ideale. Anche nel nostro Paese infatti la deterrenza contro la Russia non è argomento prioritario. Inoltre Roma e Parigi condividono comuni preoccupazioni su alcuni importanti dossier, tra cui quello libico e quello relativo all’allerta terrorismo nel Sahel. Non a caso in Mali, dove la Francia si appresta ad archiviare l’operazione Barkhane e a rilanciare quella europea denominata Takuma, è stato richiesto un importante sforzo al nostro Paese. Oltre alle ragioni di ordine politico e militare, ci sono poi le questioni legate all’industria della difesa. L’Italia ha alcune aziende importanti nel settore, indispensabili per possibili futuri comuni progetti. Così come scritto da Francesco Pettinari su Istituto Affari Internazionali, “all’interno di un’Unione sempre più a trazione occidentale, con svariati elementi di tensione sul tavolo delle relazioni transatlantiche, e con importanti iniziative sul piano industriale in via di sviluppo, l’Italia deve riuscire a inserirsi nel dibattito e nel processo decisionale in corso, facendo valere le proprie posizioni”. Un aspetto ben chiaro a Macron e ben chiaro anche al presidente del consiglio Mario Draghi. Il discorso sulla collaborazione franco-italiana nel settore della difesa è forse solo agli inizi.