Perché la distensione Seoul-Tokyo è cruciale per la strategia Usa nel Pacifico

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Al termine della Seconda Guerra Mondiale sia la Corea del Sud che il Giappone sono diventati partner strategici di Washington, ovvero due bastioni fidati che la Casa Bianca, negli anni a venire, ha saputo schierare in una regione delicata, con l’intenzione di contenere le “minacce rosse” incarnate prima dall’Unione Sovietica e poi dalla Cina.

La profonda rivalità storica tra Seoul e Tokyo ha tuttavia sempre rappresentato una sorta di anello debole della strategia indo-pacifica di Washington. Questo, almeno all’apparenza, è andato avanti fino allo scorso marzo. Quando Yoon Suk Yeol e Fumio Kishida, rispettivamente il presidente sudcoreano e quello giapponese, si sono incontrati a Tokyo per un incontro benedetto dagli Usa, nella prima visita per un vertice bilaterale, dopo 12 anni dall’ultima, di un leader sudcoreano in Giappone.

Per gli Stati Uniti non poteva esserci notizia migliore, visto che l’ufficiale riavvicinamento nippo-coreano consente adesso un’azione congiunta più efficace contro il rivale comune cinese. Eppure, nonostante il lieto avvenimento, Joe Biden non dovrebbe dormire sonni troppo tranquilli. Già, perché sia Yoon che Kishida, al netto della volontà condivisa di arginare Pechino, non danno l’impressione di voler rompere tutti i ponti con il Dragone, come invece auspicherebbero gli Usa. A pesare, nella valutazione dei due leader, ci sono le conseguenze commerciali di una mossa del genere.

Seoul-Tokyo: un asse strategico per gli Usa

L’equazione, almeno sulla carta, è semplice: asse Seoul-Tokyo + contributo diretto di Washington = contenimento di Pechino. La realtà però è più complicata di un semplice assioma, data la citata rivalità nippo-coreana.

I sudcoreani ritengono che il Giappone non si è mai adeguatamente scusato per il brutale dominio coloniale sulla penisola coreana, realizzato tra il 1910 e il 1945, mentre dal canto loro i giapponesi considerano la Corea del Sud un vicino inaffidabile che ha infranto varie promesse e accordi. L’astio diplomatico ha continuato a sgorgare fino a quando gli Stati Uniti sono scesi in campo nel tentativo di compattare i loro alleati.

Il piano di Washington era ed è semplice: soltanto mediante un riavvicinamento diplomatico è possibile creare un blocco, compatto, di Paesi che la pensano allo stesso modo in relazione a minacce comuni, quali la guerra in Ucraina, le sfide economiche globali, le ambizioni della Cina e i test missilistici della Corea del Nord.

È così che i legami tra Seoul e Tokyo hanno iniziato a sciogliersi. A marzo, i due Paesi hanno iniziato ad adottare misure per risolvere alcune dispute del passato, e ancor più di recente la Corea del Sud ha ripristinato lo status del Giappone come partner commerciale preferito.

L’obiettivo di Washington

Come ha sottolineato il New York Times, gli Stati Uniti hanno cercato di persuadere i loro alleati nell’Indo-Pacifico a cooperare più strettamente introducendo una serie di partnership, come l’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity, il Quad, il patto di sicurezza AUKUS, l’alleanza Chip 4 e l’iniziativa Partners in the Blue Pacific.

Sia la Corea del Sud che il Giappone hanno sostenuto la visione indo-pacifica “libera e aperta” di Washington e partecipato ad un vertice della Nato, la scorsa estate, nel quale hanno condannato la Russia per la guerra in Ucraina (anche se sul rapporto da mantenere con Mosca continua a prevalere un approccio pragmatico) ed espresso preoccupazione per la volontà della Cina di minare l’attuale ordine internazionale.

Insomma, entrambi i Paesi si sono resi conto che l’ambiente geopolitico stava creando sfide che non potevano essere affrontate senza un apporto collettivo. Da questo punto di vista, le manovre congiunte di aerei militari cinesi e russi vicino allo spazio aereo sudcoreano e giapponese sono state la ciliegina sulla torta.

Adesso Tokyo e Seoul, pur mantenendo una certa diffidenza reciproca, sono più vicine, o comunque disposte a collaborare, spalla a spalla e insieme a Washington, per disinnescare le principali bombe regionali: da Taiwan alla Corea del Nord, dalla Russia alla Cina. Gli Stati Uniti dovranno fare di tutto affinché il triangolo Seoul-Tokyo-Washington non si sfaldi. Anche fare qualche concessione commerciale in più all’indirizzo dei due partner asiatici.